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#LiveReport: Wire a Villa Ada – Roma incontra il Mondo

40 anni di storia della musica davanti a non più di 500 persone. Succede anche questo, a Roma. Provo a non fare il trombone che “quando ero giovane io…”, però un po’ prende male, non credete? Ieri sera c’erano i Wire sul palco di Villa Ada, una band epocale che ha influenzato gente come R.E.M, Hüsker Dü, Pixies, New Order, larghe fette di shoegaze e post rock, punk, post punk e new wave. Pilastri. Ma Roma ha risposto tiepida. Pazienza. E peccato per chi se li è persi.

I Wire di Colin NewmanGraham Lewis, Robert Grey e Matthew Simms sono stati protagonisti di un concerto splendido, carico di energia, scarno ed essenziale nei modi (non hanno praticamente mai parlato con il pubblico) esattamente come la loro musica. Una combo classica di 4 elementi che, senza pause, macina un paio d’ore di grandi pezzi, che oggi sembrano già sentiti perché sono stati loro, tra i primi, a scrivere cose del genere. Poi, nel corso dei decenni, tutti gli altri dietro.

Quei suoni metallici e gracchianti delle sei corde riportano ai migliori anni ’80 del punk londinese quando era tutto un quattro quarti dritto e spicciolo, lento o velocissimo, con la sezione ritmica Grey (batteria) – Lewis (basso) che va col pilota automatico.

Di “Silver/Lead” (Pinkflag), l’ultimo lavoro uscito quest’anno, suonano “Diamonds in cups“, “An alibi“, “This time“, “Brio“, “Playing harp for the fishes” e “Short elevated period“. Poi è tutto un avanti e indietro nel tempo attraverso una produzione sterminata (circa trenta dischi tra Lp ed Ep) che va da “Art of persistence” (2000) ad “Underwater experiences” (1981), da “Split your ends” (2015) a “Over theirs” (1987) fino alla conclusiva “Stealth of a stork” (2013).

Per capire il presente bisogna conoscere il passato (che fa tanto trombone e moralizzatore insieme). L’occasione di ieri sera è stata importante soprattutto per questo, ma anche come esercizio di memoria per i tanti fan che i Wire hanno potuto apprezzarli al massimo della forma, quando negli anni ’80 macinavano una musica che sarebbe rimasta solidamente piantata in un terreno da cui hanno colto in tanti.

Rincuora comunque che tra i 500 “eletti” presenti al laghetto ci fossero anche parecchi giovani e alcuni giovanissimi, dato che amo sempre sottolineare quando ce n’è occasione per i tromboni (quelli veri) che “ma oggi i cccccciovani ascoltano solo musica di merda“. Non è vero. Non può essere vero. E mai potrà esserlo.

Alla fine, Colin mi ha autografato il cd. Un gesto che avevo quasi dimenticato, di quando una volta rincorrevo letteralmente tizio o caio per una firma, sgomitando tra orde di coetanei 20enni motivati come me a raccogliere trofei di guerra.

Ieri invece c’eravamo io, Newman e pochi altri colleghi davanti al banchetto dei dischi. Sorrisi, strette di mano, foto, silenzio, pace. 63 anni lui, 39 io. Un mito vivente che fa ancora urlare quella chitarra come si deve e che porta i suoi Wire in giro per il mondo da 40 anni. Lunga vita a chi ha contribuito a rendere la musica quella cosa bellissima di cui non riusciamo a fare a meno.

Setlist del concerto:
1) Ahead
2) Diamonds in cups
3) An alibi
4) This time
5) Three girl rhumba
6) Art of persistence
7) Brio
8) Underwater experiences
9) Red barked trees
10) Small black reptile
11) Split your ends
12) Playing harp for the fishes
13) Short elevated period
14) Over theirs

Encore:
15) Boiling boy
16) Used to
17) Stealth of a stork

The Parallel Vision ⚭ _ Paolo Gresta)

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