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Altroquando Folkstudio: la serata con Febo, Dadàmo e Illario

A scrivere il report della scorsa puntata di AltroquandoFolkstudio stavolta ci sono io. Il mio punto di vista è forviato dal fatto che durante le serate ricopro anche il ruolo di goffa backliner, distributrice di schede, acclamata presentatrice, fonica e notaia, cose che mi impediscono di ascoltare con attenzione obiettiva i concorrenti.

Posso però raccontare che il 28 maggio era una data a rischio. Molto a rischio. Alla semifinale di AltroquandoFolkstudio dovevano suonare Febo, Dadàmo e Armando Illario. All’Olimpico c’era Totti a dare il suo addio alla Roma. Quando i tre artisti sono scesi per la scala che dalla libreria conduce al live pub hanno trovato gli altroquandiani percossi e attoniti mentre andava in diretta a tutto volume l’epico “concedetemi un po’ di paura, sono io che ho bisogno del vostro calore“.

Entro la fine del discorso del Capitano sono comunque riuscita a sistemare cavi, aste e microfoni, lacrimando di continuo, ma d’altronde il palco ha retto a così tante birre rovesciate che non sarebbe stato certo un mio pianto a mandare tutto in corto. Al che abbiamo acceso le luci, ripreso contegno e dato via al soundcheck.

Il primo a provare i volumi è stato Dadàmo, che ha 19 anni e suona spesso su Via Del Corso, davanti alla Vans. Ha la passione per le camicie anni ’70 e in effetti ne sfoderava una niente male. I brani che portava erano “Shimbalaie” e “Centimetri di diversa espressione“. Dadàmo è soul puro e mentre regolavo il riverbero, nella mia testa faceva eco ciò che Zivillica aveva scritto a suo proposito. Sono d’accordo su tutto.

Quindi si è fatto il turno di Febo. Febo è arrivato da Febo, il suo locale dove si fa tardi e dove alla fine si parla con tutti (chiude alle 5…). Ha cercato una nuova chitarra per mesi, non si parlava d’altro al bancone. L’ha trovata: una Martin drs1. È salito sul palco accompagnato da lei e dall’armonica.

Abbiamo sistemato i volumi mentre cantava i suoi due inediti “Da casa mia” e “Io e te“, il brano più osé in concorso per via dell’audace passaggio “pisciando vedo i tuoi capelli nel cesso / e sento addosso ancora il tuo profumo / un po’ ti penso, un po’ mi viene duro“.

Poi è toccato ad Armando Illario. Originario di Torre del Greco, pianista, fisarmonicista e compositore, la sua ricerca – e musica – ha come cuore la tradizione popolare e sta lavorando al nuovo progetto musicale “Piano a Sud“. È venuto ad Altroquando da Milano. I suoi brani inediti si intitolano “La noia nelle scarpe” e “Canta Viola“. Mi ha spiegato che nell’immaginario popolare partenopeo “Viola” è il nome di una ragazza che ha perso l’amore.

Il canale del pianoforte era al massimo, ma la voce di Illario è talmente potente che mi suggerivano di alzare il piano ancora un po’. Non faccio in tempo a risolvere la piccola imperfezione acustica che il pubblico aveva già iniziato a prender posto e quando si è seduto al tavolino anche Gianni Togni, l’ideatore di AltroquandoFolkstudio, abbiamo dato il via al concerto vero e proprio.

Volevo che vincesse Illario perché aveva affrontato un personale viaggio nella musica popolare, uscendone con un’appassionata chiave d’interpretazione. Desideravo anche che vincesse Dadàmo, perché ha una voce così elegante e con lui in finale tutti e tre i concorrenti sarebbero stati under 25. Tifavo pure per Febo, perché è trascinante, scuote… E poi mi ricorda quando mi ha fatto ascoltare la prima volta “Io e te” al suo locale, mentre stavo abbracciata alla mia amica Martina di Thiene.

Impressioni disordinate tra un cambio volume e un’asta, tra un filo e un microfono, tra i brani e le esibizioni di Armando Illario, Davide Dadàmo e Febo. E il pubblico attentissimo, seduto quasi sul palco. Tanto che è bastato passare il microfono a un ospite speciale in prima fila, ovvero Daniele Sidonio, autore di “Mi si scusi il paragone” (Musicaos Editore) per farlo parlare del suo accurato e appassionato lavoro di ricerca sui legami tra testi di canzone d’autore e letteratura. L’ho interrogato, e ci ha raccontato di come i Marlene Kuntz siano legati a Nabokov e del “rap colto” di Caparezza, Guccini e Gozzano.

Al che era giunto il momento del conteggio delle schede e dell’annuncio del vincitore. A differenza delle altre due colonne di AltroquandoFolkstudio, ovvero Gianni Togni e Alessandro Alessandroni, io non ho mai votato. Tanto soffro troppo, qualsiasi persona vinca. E stavolta a farmi soffrire è stato Febo. A lui la corona da finalista.

Ed è con lui, da lui, che siamo finiti a parlare e a fare le ore piccole io, Danilo Ruggero (l’altro finalista vincitore della seconda semifinale) e Tamara Casula, la fautrice di tutti gli scatti della serata. Poi ci siamo dati appuntamento al 16 giugno, sempre ad Altroquando, per ascoltare Danilo Ruggero, Lorenzo Lepore e Febo. E scoprire chi vincerà la seconda edizione di AltroquandoFolkstudio.

The Parallel Vision  _ Margherita Schirmacher)
(Foto: © Tamara Casula)

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