Live report

#LiveReport: L’arte di Brunori Sas all’Atlantico di Roma

Brunori Sas ha suonato all’Atlantico Live di Roma, sabato 1 aprile. Non credo alle voci, non credo ai continui “esaurito” o “sold out” su Facebook, non credo ai post disperati di chi cerca un ultimo biglietto fino a poche ore prima dell’inizio del concerto. Forse sono stato influenzato proprio dal fatto che è il primo aprile e quindi tutto, nella mia testa, è uno scherzo. O quantomeno c’è un’alta probabilità che lo sia.

Penso sia uno scherzo anche la fila di persone che si snoda lungo tutto il parcheggio (grande) dell’Atlantico. Uno scherzo, mi dico, anche il fatto che quella fila sia tra le più ordinate mai viste prima, in Italia. Una cosa che neanche a Mirabilandia, e pure senza le transenne. Stanno tutti in fila per due o per tre, anche gruppi più numerosi. Per Brunori Sas “deve” essere uno scherzo.

brunori-sas-atlantico-live-foto-tamara-casula-2Sto al gioco e mi metto in fila, vediamo come evolve la situazione. A dire il vero la forma della coda di persone ha pochissimo senso logico, una sorta di biscione snodato per tutto il parcheggio. Si avanza velocemente, ma data la lunghezza e dato il fatto che sono arrivato alle nove e il concerto dovrebbe iniziare dopo mezz’ora, quaranta sacrosanti minuti ad aspettare li ho spesi tutti. Non è uno scherzo, è chiaro. C’è un sacco di gente che è venuta a vedere e sentire Brunori Sas, un simpatico calabrese sulla quarantina, con occhiali da vista che non si toglie nemmeno sul palco e barba lunga e curata con una saggia riga bianca sul mento.

I simbolismi e le interpretazioni delle dinamiche sociali, con l’uomo messo dentro flussi di suoi simili in masse più o meno controllate, mi hanno sempre affascinato. Dialettica alla Brunori, lo so, ma è contagioso, giuro. Comunque, mi sono convinto che quell’ordine, quella civiltà, quella serenità in una fila per entrare a un concerto in un sabato sera romano fosse in qualche modo correlata all’artista che tutta quella gente (compreso me) stava aspettando di ascoltare.

Insomma, se la musica di Dario Brunori è un quadro agrodolce, melanconico, a volte anche incazzato, il suo pubblico ha la stessa sensibilità e lo dimostra sin dalla fila fuori dalla sala concerti dove suona. Dario racconta tutto ciò che c’è di umano a questo mondo (amore, odio, rapporti, etica e morale, politica, città, viaggi) e chi lo ascolta si sente sempre incluso e compreso in una comunità di anime simili, anche lì in fila in un parcheggio dell’Eur.

È un pensiero ardito, astruso e azzardato, probabilmente campato in aria, sconclusionato e privo di qualsivoglia prova scientifica. Però mi tiene compagnia fino a quando non sono in mezzo a tanti sconosciuti con tante cose in comune. Si spengono le luci, qualche ombra si muove sul palco, parte una base che suscita un urlo condiviso e unanime. Si accendono pannelli led dietro al palco che si muovono in figure cubiste in sincro con i motivi del pezzo. Dario comincia con “La verità”, per poi fare quasi tutte le canzoni di “A casa tutto bene”. Intervalla con qualche pezzo vecchio e ancor più conosciuto e desiderato e inserisce una finestra tematica di canzoni d’amore, per un lento collettivo tra incogniti.

C’erano tanti musicisti di livello assoluto, sul palco insieme a Dario. C’era un sassofonista che era anche flautista, la corista che faceva anche i sonagli e il tamburello, un violoncellista che era anche bassista, chitarrista, violinista elettrico. E poi la violinista su un trono, in fondo e al centro, una sorta di creatura eterea sempre velata nel vapore e nell’ombra. Dall’altra parte la batteria dolce e minimale. In mezzo, Dario con tutte le sue chitarre e il suo microfono, mezzo di gag e storie, canzoni di denuncia, di ricordo, di satira e d’amore.

Verrebbe da spiegare tutti i tecnicismi, gli accorgimenti letterari e i virtuosismi strumentali. Tuttavia, come avevo già scritto nella recensione di “A casa tutto bene”, l’arte non va spiegata, perché la spiegazione può ucciderla. Quella di Brunori è arte, e l’arte va solo raccontata, narrata con trasporto e immedesimazione.

The Parallel Vision ⚭ _ Simone Sivillica)
(Foto: © Tamara Casula Photography)

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