Recensione

“Quello che non ho”, Pasolini e De André vivono con Neri Marcorè al Quirino

Teatro Quirino, Roma centro, a tre passi da Palazzo Madama, due da Montecitorio, ancora meno dalla Segreteria del Partito Democratico. Sono quasi le undici di sera di un 28 febbraio romano, vento caldo e umidità capitolina. Sono appena uscito da una solitaria standing ovation alla prima dell’opera “Quello che non ho” di Marcorè, con drammaturgia di Giorgio Gallione, spezzoni di “Scritti Corsari” di Pasolini e le canzoni di Fabrizio De André, da “Dolcenera” a “Una storia sbagliata” a “Quello che non ho“, che dà il nome all’opera.

Un gruppetto di ragazzi sui diciotto ha deciso di spendere parte del renziano bonus cultura in questa serata e discute se ne sia valsa la pena. C’è a chi è piaciuto con qualche remora, c’è a chi proprio no perché descriveva un’Italia allo sbando quale nella sua interpretazione non è. Arriva una signora che i ragazzi chiamano prof, che curiosa chiede i loro pareri e loro, sinceri, le confessano le perplessità. “Ne discutiamo in classe che qui ce n’è da parlare“, gli risponde. Ha ragione, c’è molto da parlare.

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(Foto: © Caroli)

Parafrasando Schopenhauer: certi uomini sono come le aquile, volano alto e si costruiscono nidi lontano da tutti e da tutto per vedere meglio cosa c’è sotto, di cos’è fatta l’aria e il mondo.

Marcorè racconta due di queste aquile, di quelle che hanno fatto grande l’Italia e le cui parole continuano a risuonare dopo la prematura scomparsa di entrambi. Pasolini e De André tessono un filo rosso che nelle mani dell’attore e musicista marchigiano si scioglie lento lungo gli articoli del primo e sulla musica e le parole del secondo. Neri apre dicendo di essere orfano della grandezza di Pasolini, quando oggi siamo orfani anche del genio di De André. Con quest’opera ci si fa il regalo di vivere per un’ora e mezzo accanto a quei due, e ne vale la pena.

Il comico di Porto Sant’Elpidio è accompagnato da tre musicisti fuoriclasse. Tutti fanno tutto, chitarre e voci. Una chitarra classica, tre acustiche, qualche volta un’elettrica e un basso. E poi un cajon, prima suonato da Vieri Sturlini, poi da Giua che suona anche il bastone della pioggia, quando l’atmosfera si fa ancestrale e ti porta in Africa, per raccontarti dell’inferno del Coltan in Congo.

Pietro Guaraccino, chitarrista solista, inventa arpeggi e assoli che hanno lo stesso potere evocativo dei monologhi di Marcorè e che attualizzano la disillusione dei testi di De André e degli “Scritti Corsari” di Pasolini. La voce di Giua è trascendentale, trasmette una tensione sessuale primitiva e gitana, quando in “Khorakhanè” canta in lingua romanes e commuove platea, galleria e gli altri quattro compagni di palco, che danno le spalle al pubblico per guardarla mentre, dolce, ulula alla libertà del viaggio.

Pasolini e De André schernivano il potere, mostrandone le nudità umanoidi e le contraddizioni e le bugie e le ipocrisie e le futilità. Lo facevano in epoche lontane, il primo per mera distanza temporale, il secondo per lontananza concettuale tra il tempo in cui se ne andò prematuramente e i tempi odierni. Un momento cronologicamente breve, ma sociologicamente e politicamente esteso. Marcorè riesce nell’inedita, e più che mai ostile, impresa di raccontare le discrasie dei nostri tempi, replicando la potenza espressiva delle parole dei due cucendoci dentro monologhi che sono piccole inchieste sulle catastrofi contemporanee.

Come Pasolini e De André, anche Marcorè e la sua opera teatrale riescono a sfuggire al populismo della critica politica, pur camminando sempre su un filo sottile e basculante. La loro critica non punta al politico, perché il politico, com’è scritto nei testi di Pasolini, è solo una conseguenza, un risultato dell’antropologico, cioè delle persone e della società che costruiscono e che vivono. Se la critica è antropologica, non esiste populismo che abbia ragion d’essere. In questione c’è la dimensione della psicologia e della volontà sociale dell’uomo.

È così che Marcorè può parlare di interrogazioni parlamentari oltre il grottesco. Oppure del cambiamento climatico partendo dalla ricerca ossessiva, da parte di qualche collezionista, di un polpo nero della Lego. Viviamo la profezia di Pasolini che era anche quella di De André, di un tempo che è spettatore della sua fine, dalla quale si salveranno solo i topi, come sempre è stato. Ma, forse, la salvezza sta nel fare come la lumaca, che smette di aggiungere spirali al suo guscio prima che diventi troppo pesante per sostenerlo. La salvezza, forse, sta proprio nello smettere di crescere, perché “chi pensa che sia possibile una crescita infinita in un mondo finito, o è pazzo, o è un economista”.

Marcorè, guidato dalla regia di Gillioni, tesse una tela di Penelope, quando verso la fine smonta tutto l’impianto narrativo: “Anche i profeti sbagliano”, dice Neri di Pasolini che annunciava la scomparsa delle lucciole. Le lucciole invece ci sono ancora, sono tornate a suggerirci di fermarci un attimo, di tornare a guardare in faccia il buio per capire cosa c’è dentro. Per scoprire se, magari, lì dentro ci si trova un po’ di luce. Lo fa senza nominare mai la luce, citando la sua nemesi che è l’oscurità. In poesia è così che si fa: “Il poetico si trova sempre consistere nel lontano, nell’indefinito, nel vago” (Giacomo Leopardi, “Zibaldone di pensieri“).

quello-che-non-ho-8Il fermarsi a guardare in faccia il buio, si diceva, per scrutarne la remota luminescenza. Mi piace pensare, e piace pensarlo anche a Marcorè e i suoi compagni di viaggio, che quelle piccole luci, quelle piccole lucciole, siano proprio quei ragazzi che hanno speso una serata a conoscere grandezze lontane e a loro ancora incomprensibili. Quelle luci sono in quella prof che ha deciso di dedicare una giornata di lezione alla conoscenza di Pasolini e De André, grazie a un artista contemporaneo come Marcorè. La luce parte dal presente ma è veloce come il futuro, ed “è lì che vivremo la gran parte della nostra vita”.

The Parallel Vision ⚭ _ Simone Zivillica)

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