Intervista

#Intervista: Fabio Giachino e tutte le lingue del “giàs”

Che lo si chiami con lo snob “giàs” o più popolarmente “gièzz”, resta il fatto incontrastabile che il jazz domina tra tutti i generi musicali per adattabilità ai cambiamenti storici e sociali. Ce lo spiega un giovanissimo del vecchio secolo e tra i più importanti talenti jazz italiani nel mondo, Fabio Giachino, piemontese d’origine, già vincitore di svariati premi e riconoscimenti che lo hanno proclamato a prodigio dei tasti bicolore. Per quattro anni di fila è stato votato infatti tra i primi dieci pianisti italiani dal “JazzIT Awards” indetto dalla rivista specializzata Jazzit. Oggi viaggia per mezzo mondo in solitudine e in trio, collaborando con musicisti di livello internazionale, quali Dave Liebman, Fabrizio Bosso, Gilad Atzmon, Javier Girotto, Davide Pastor, Benjamin Koppel e tanti altri.
Ecco qui la nostra bella chiacchierata con lui.

fabio-giachino-intervista-3Il suo è un percorso entusiasmante ed incredibile nella sua semplicità. Come è possibile arrivare a tanto in così poco tempo?
Mi fa molto piacere che venga percepito come tale ovviamente, anche se credo di poter fare e dare molto di più! In futuro. Per quanto mi riguarda sono tre gli elementi fondamentali che possono fare la differenza: passione, costanza e dedizione.

Innumerevoli sono le citazioni che ogni sua opera contempla, anche nelle jam session e nelle improvvisazioni. Tra gli autori e i musicisti che accarezzano le sue note c’è qualcuno che è doveroso menzionare, specialmente nel suo ultimo lavoro?
Sono molto legato al pianismo americano, dalla tradizione sino ai giorni nostri. Negli ultimi anni mi sono dedicato anche ad una poetica europea legata forse più alla melodia e, per certi aspetti, alla semplicità tematica. Il mio lavoro ultimo racchiude entrambi gli elementi e per quanto sia influenzato dai numerosi musicisti che ho incontrato ed ascoltato, i miei riferimenti principali rimangono sempre gli stessi. Tra tutti, giusto per citare i più celebri, Herbie Hancock, Keith Jarrett, Bill Evans.

fabio-giachino-intervista-2Durante le registrazioni, nel riprodurre il brano che si farà porzione di album in vendita, qual è il pensiero predominante? C’è solo un chiaro, netto, intendimento tecnico o c’è animo puro, così com’è e come viene fuori?
Entrambe le cose direi. Cerco di arrivare in studio con il materiale definito nei dettagli per quanto riguarda le parti scritte, cosicché una volta decisi i “limiti” entro i quali muoversi i singoli musicisti sono lasciati liberi di esprimersi come più preferiscono e sentono in quel momento, cercando di far fluire il più possibile la propria anima.

Con l’andare del tempo, delle esibizioni memorabili e delle registrazioni sempre più all’avanguardia, il jazz perdeva d’identità e alla fine del secolo scorso è stata determinante per la sua rinascita l’introduzione di qualche strumento elettronico. C’è chi ancora difende strenuamente il concetto di acustico nel jazz, perché non lo considera parte integrante del genere. Ritiene che sia così?
Ritengo che nel 2017 ormai la parola jazz abbia un significato estremamente ampio, dove confluiscono tradizioni, avanguardie, influenze etniche dai Paesi più disparati, strumenti elettrici, produzioni elettroniche. La differenza per me è data dal background, dalla conoscenza del linguaggio jazzistico e dal “come” viene suonato un brano più che dal “quale”. Ad esempio posso decidere di parlare una lingua in modi molto differenti tra loro, utilizzare termini più semplici o complessi, avere un timbro più grave, acuto, o addirittura filtrato da macchine elettroniche… L’unica cosa che farà la differenza sarà la mia conoscenza della grammatica e del vocabolario, che mi consentiranno di esprimere al meglio il mio pensiero. Dopodiché ognuno è libero di esporlo come più ritiene opportuno, acustico o no!

fabio-giachino-intervista-1Ho sempre considerato i suoi passaggi pianistici dei veri e propri paesaggi: dalla dolcezza delle passeggiate su una collina con un cagnolino alle corse freniche in città verso la fermata dell’autobus, che tanto non si riuscirà a prendere. Come si riesce a far ridere e piangere quasi nello stesso istante, senza parlare?
È il percorso e la ricerca di una vita, e probabilmente non sarà sufficiente! Le emozioni non si possono controllare purtroppo (o per fortuna!), la cosa migliore che possiamo fare è cercare di essere il più sinceri possibile con noi stessi. Suonare uno strumento vuol dire anche questo, mettersi a nudo di fronte ad esso e lasciare fluire la nostra storia. Qualcuno riderà, altri piangeranno… L’importante è che nessuno rimanga indifferente di fronte al racconto che stiamo narrando.

Risulta ancor molto incompreso il jazz contemporaneo, soprattutto quello che rivisita il be-bop in chiave fusion. Provo a spiegarmi, il pubblico del jazz contaminato di oggi non trova spazio nell’esibizione live, a differenza delle vecchie big bands, predicatrici di swing, dove chiunque entrava a far parte dell’esibizione con strepiti e ululati. Il massimo che può fare oggi lo spettatore di un concerto jazz sarà muovere un arto del suo corpo seguendo l’incedere casuale degli strumenti, per sentirsi parte di quello che accade sul palco. Questo è conseguenza di un pubblico sempre più dotto e concentrato sulla sua autoreferenzialità o, come musicista ed esponente di punta del genere, si sente un pochino responsabile?
Scadere nella superficialità e nel manierismo o arroccarsi sul razionalismo più cervellotico senza concedere nulla? Io amo la musica che mi trasmette qualcosa e mi crea del movimento dentro. A volte può essere più complessa ed autoreferenziale? Sì, ed è giusto ricercare e sperimentare nuove soluzioni che non strizzino l’occhio necessariamente a tutti, l’importante è che non siano fini a sé stesse. È giusto mantenere lo show e coinvolgere il pubblico (per quanto possibile ad un concerto di jazz)? Assolutamente sì, stiamo offrendo uno spettacolo, che deve avere una sua dignità di contenuti e di forma. Io nel mio piccolo ricerco entrambe le cose, non mi aspetto per forza intenditori o musicisti di settore ai miei concerti. Cerco di dare il massimo a chiunque e di trasmettere il senso profondo di libertà e bellezza che questa musica cela dentro di sé.

fabio-giachino-intervista-5Tre, neanche a dirlo, è il numero perfetto. E il vostro trio ha saputo farsi amare in lungo e in largo. Quante strutture aperte riuscite a creare durante le vostre esibizioni? E come è il vostro rapporto sul palco?
Sono felice del lavoro svolto con i miei compagni di viaggio e, nonostante ci siano molti altri progetti con altre persone in futuro, loro rimangono il mio punto di riferimento. Si è creata una profonda intesa, e anche se a volte non mancano le incomprensioni, ci si ritrova sempre. Il bello di avere un gruppo fisso è proprio questo… Per quanto ci si conosca bene, si cambia con il tempo e ci si influenza continuamente senza rendersene conto, creando nuovi punti di vista, nuove consapevolezze e nuovi orizzonti.

E, infine, domanda ovvia: come dobbiamo chiamarlo, quello di Fabio Giachino, il jazz o il gezz?
Potete chiamarlo come più preferite, l’importante è che veniate ad ascoltarlo!

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The Parallel Vision ⚭ _ Elisa Mauro)

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