Stringhe ordinate di numeri. Infinite distese di Sale. O l’estasi di un canto.
da “Victor Neuer” album “H3+”, Paolo Benvegnù
Lo ione triatomico di idrogeno, in breve H3+, si insedia tra le stelle, negli spazi vuoti, riempiendoli e generando luce. Una cosina da nulla: l’artefice di tutto. A scoprirne l’importanza galattica fu un professore dell’Università di Arizona di nome Ludwik. Appunto, Ludwik. Quasi come il Van Beethoven che stramazzò sordo al temine della composizione dell’ultima sonata in Do minore.
E Paolo Benvegnù, che di certo non è un artista che fa le cose a caso, così o tanto per, nel suo ultimo lavoro, uscito oggi 3 marzo per Woodworm Label (con distribuzione Audioglobe) e intitolato appunto “H3+”, tiene a precisare che oltre a tutto ciò che riusciamo a vedere, oltre a tutte le cose futili che rincorriamo nelle nostre vite, alle ricerche spasmodiche del nulla per cui ci affanniamo come asini, c’è una forza infinitesimale, silenziosa e lontanissima che genera vita e lo fa vibrando il suo corpo tra le stelle. Nel vuoto assoluto.
Vibra e suona la musica dell’universo lei, mentre noi urliamo, ci scanniamo, innalziamo muri, barricandoci, massacrando gli interstizi, tutte quelle zone fertili, i confini, che, come gli spazi interstellari, ospitano la nascita dei sincretismi, delle contaminazioni. Vita vera, insomma. Questo è quello che il nuovo e ultimo album della trilogia iniziata con “Hermann” e proseguita con “Earth Hotel” vuole farci intendere attraverso la poetica indie di Paolo Benvegnù.
È un rock potentemente minoritario, quello dell’ex leader degli Scisma, che celebra il sodalizio più ovvio (per questo anche il più duraturo) tra melodia e poesia. Le buone parole di Benvegnù, che non mancano di essere anarchicamente punk, in alcuni pezzi sfociano persino nell’hardcore del lirismo. Sembra musica scritta solo per chi conosce la musica, e a fondo. Come i maestri d’orchestra. Ma anche per tutti quelli che reputano la musica una forza che genera vita e che accompagna le sue fasi, in ogni trasformazione.
Il cantautore milanese con i suoi dieci brani molecolari si autoemargina tra i confini interstellari. Fuori da ogni schema è Benvegnù, non essendo stato mai possibile categorizzarlo in tanti anni di onorata carriera. E anche in questo caso eviteremo di farlo. Ma di certo è musica la sua, in assoluto, derivante dallo spirito indipendente non disposto a piegarsi alle logiche mainstream. Avanguardia e rock and roll di certo.
A questo lavoro è sovrapponibile, in perfetta coincidenza, il concetto di libertà. È il significato intrinseco nell’indie, d’altronde, fuori dalle regole imposte, non necessariamente contro. Ma oltre. Sentimento e rigore, poesia e rock, senza tradire la melodia, e senza accomodarsi troppo sull’elettronica.
Paolo Benvegnù è indie dalle ideologie, ma non dallo spirito; indipendente dalle mode, ma non dal costume. E pur mancando nel nostro bel Paese quel mecenatismo in grado di forgiare artisti nuovi e garantire loro spazio e tempo necessari, li proclama, comunque sia, ad eroi contemporanei d’arte.
Psichedelia è il posto dove esiste tutto e da cui parte l’origine, nei confini, luoghi interstellari dove vogliono vivere questi ioni che propagano eufonia e riff sincroni. I più fortunati possono sentirli, ma solo alcuni, pochissimi, eletti riescono ad emularne la bellezza.

Paolo Benvegnù – H3+
Etichetta: WoodWorm
Anno: 2017
Genere: indie rock
Tracklist:
1) Victor Neuer
2) Macchine
3) Goodbye Planet Earth
4) Olovisione In Parte Terza
5) Se Questo Sono Io
6) Quattrocentoquattromila
7) Boxes
8) Slow Parsec Slow
9) Astrobar Sinatra
10) No Drinks No Food
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(© The Parallel Vision ⚭ _ Elisa Mauro)
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