Disegno

#Intervista: Paco Roca, la libertà per raccontare la realtà

Paco Roca è originario di Valencia. Nato nel ’69, poeta della nostalgia, le sue tavole raccontano la storia della Spagna (“I solchi del destino“), del padre (“La casa“), dei fumettisti che negli anni ’50 gravitavano attorno alla casa editrice Bruguera (“L’inverno del disegnatore“). È uno dei maestri della narrativa grafica a livello mondiale e da uno dei suoi capolavori, “Rughe“, è stato tratto un film di animazione che ha concorso agli Oscar. In Italia conosciamo Paco Roca grazie alla casa editrice Tunué, gli “editori dell’immaginario” che hanno pubblicato tutte le sue graphic novel e che ce lo hanno fatto incontrare personalmente per qualche domanda.

paco-roca-intervista-parallel-vision-6Qual è stato il tuo primo personaggio?
I miei primi personaggi vengono dal mondo pornografico! Quindi meglio non parlarne. Diciamo che il mio primo personaggio è stato Salvator Dalí: quando iniziai a lavorare avevo molta insicurezza riguardo al come raccontare una storia rendendola interessante e al come creare un personaggio che fosse reale. Allora ho scelto una persona vera, in questo caso Salvador Dalí, perché mi piace la storia dell’arte e mi piacciono le storie di terrore. Il tentativo era quello di prendere una persona esistente e portarla altrove. Per me è stato un buon modo per cominciare: avevo un personaggio vero, conoscevo la sua biografia quindi ho solo dovuto metterlo in un altro contesto.

Mi sono piaciuti molto ne “L’inverno del disegnatore” i momenti in cui racconti di come gli illustratori negli anni ’50 si incontrassero tra cappuccini, crocchette, birre e calamari. Che sensazione hai invece adesso… Avverti un senso di appartenenza a un gruppo di disegnatori o il lavoro è diventato più solitario?
In realtà la vita dei disegnatori di allora e la vita dei disegnatori di adesso non è cambiata per nulla. Siamo molto solitari e lavoriamo sempre da soli, a casa. È una sensazione strana. Forse, come tutti coloro che creano, siamo pieni di insicurezze perché nessun altro fuori da noi può decidere se il nostro lavoro va bene, non possiamo chiedere: “senti, come la vedi? Va bene o va male?“. Ma, sia nel passato che nel presente, abbiamo tutti sempre del contatto con i nostri colleghi. Al tempo non esistevano festival, internet, non si sapeva cosa pensavano né i lettori né gli altri disegnatori. Per questo si riunivano al bar accanto alla casa editrice per scambiarsi opinioni… Adesso abbiamo la fortuna di essere maggiormente in contatto tra noi disegnatori spagnoli, europei, di tutto il mondo. Tra festival e internet ora ci si sente meno soli nella professione.

paco-roca-intervista-parallel-vision-5Quali sono i tuoi rapporti con lo Studio Ghibli, hai avuto modo di entrarci in contatto quando hanno distribuito “Rughe” in Giappone?
Sono sempre uno dei riferimenti più importanti per me. Il fatto che abbiano distribuito “Rughe” è stato come la chiusura di un cerchio per me. Non sono potuto andare all’anteprima ma Ignacio Ferreras, il regista, sì. Ha visitato gli studi e ha pure cenato con Miyazaki e con Isao Takahata. Lo invidio moltissimo. Per me il manga, loro, come anche Jiro Taniguchi e Osamu Tezuka sono importantissimi. Sono artisti che parlano del quotidiano.

Sei affezionato a qualche disegnatore italiano in particolare?
Ce ne sono tanti! Mi piacevano molto Toti Scialoja e Vittorio Giardino. Inoltre la maniera di lavorare di Gipi e Zerocalcare si avvicina molto a quello che oggi ritengo interessante elaborare nel mondo del fumetto.

Adesso cos’hai in cantiere?
Sto lavorando all’adattamento cinematografico di “Memorie di un uomo in pigiama”. Sarà un film animato e lo termineremo alla fine del 2017.

La casa” dov’è ambientata la storia dei ricordi su tuo padre esiste davvero? Com’è stato portare la tua famiglia nelle tue tavole?
Sì, la casa esiste veramente. Avrei potuto raccontare semplicemente la biografia di mio padre, ma avevo paura di ciò che avrebbero potuto pensare i miei fratelli. Ho ritenuto che se avessi raccontato la realtà, mettendo i loro nomi e le loro facce, poi mi sarei autocensurato. Avevo paura di far dire loro cose che avrebbero potuto dar fastidio. Ho pensato quindi che la finzione, la modalità del ricordo attraverso gli oggetti, mi avrebbe dato la libertà per raccontare la realtà. È un paradosso ma la finzione mi ha permesso di raccontare meglio la realtà.

Sembra che tu abbia un rapporto animistico con gli oggetti, che siano dei talismani che aprono ai ricordi. È sempre stato così?
La casa era piena di dettagli, di cose alle quali fino a quel momento non avevo dato alcuna importanza. Hanno iniziato a parlarmi dopo la morte di mio padre. Mio padre ha avuto una lunga malattia e mi ero accorto che tutti i ricordi che avevo di lui erano relativi all’ultimo anno, e quello non era mio padre. Ma non era facile per me ricordare altri momenti che non fossero quelli della sua malattia, quindi la casa mi ha aiutato a cercare al di là: ciò che ho fatto è stato recuperare il passato attraverso gli oggetti. Ogni dettaglio aveva una storia ed era lì per un motivo o l’altro. È stato questo ciò che ho voluto raccontare, come questi oggetti rappresentino una vita. Ecco perché il protagonista della storia più che il padre è la casa.

Che rapporto hai col sentimento della nostalgia?
La nostalgia non è di per sé il tema che più mi interessa. Guardare al passato ha più a che fare con la ricerca della mia identità. Si tratta di comprendere la mia famiglia, i miei genitori, i miei nonni, ma soprattutto si tratta di capire la società attuale. Una ricerca che mi permette non tanto di guardare indietro cercando un qualcosa da rimpiangere, bensì una maniera di comprendere il presente.

E studiando il passato cosa ti ha colpito maggiormente, comparandolo con la società spagnola di oggi?
In Spagna abbiamo una storia molto particolare, un percorso diverso rispetto ad altri Paesi come Portogallo, Italia e Germania, che sono passati da un regime fascista alla democrazia. In Spagna questo è accaduto in una forma molto differente, è stata più una transizione che un cambio. Molti funzionari di Franco hanno continuato a svolgere le loro funzioni in democrazia. Perché tutto questo funzionasse c’è stata una sorta di “amnesia obbligata”. Abbiamo diverse particolarità, tra cui il fatto che in Spagna esiste una fondazione, la Fundación Francisco Franco, che riceve denaro dal governo spagnolo: in Italia sarebbe inimmaginabile una Fondazione Mussolini oppure in Germania una Fondazione Hitler. Per me è impensabile che questa Fondazione riceva soldi pubblici! È dunque una storia davvero singolare e ritengo sia necessario trovare nel passato elementi che possano aiutarci a ricostruire il presente, in modo tale che tutti possano comprendere aberrazioni come questa.

A proposito di quotidiano. Nelle tue tavole cambi colori a seconda delle epoche: dovendolo disegnare… Che colore avrebbe l’oggi?
Sarebbe un poco grigio, per la situazione mondiale e politica, per tutto quello che sembra schiacciarci. Un colore un po’ pessimista, ma è anche vero che questi momenti sono necessari. Danno una spinta alle persone per unirsi, per lottare, per poter creare.

The Parallel Vision ⚭ _ Margherita Schirmacher)
(Traduzione: Nicolás Fuster)

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