Recensione

I mostri nascosti nelle parole: “La Lezione” di Ionesco al Teatro Lo Spazio

Non puoi mica scrivere ‘Tette e Culi’ su un’insegna. Perché no? Ma perché è volgare, è sporco, ecco perché. Le tette sono sporche e volgari? No, non mi prendi in trappola: non son le tette, son le parole. Le parole“. Quelle protagoniste di “La Lezione“, testo di Eugène Ionesco del 1951 in scena fino al 19 febbraio al Teatro Lo Spazio.

Chissà se Ionesco conosceva Lenny Bruce, geniale comico statunitense secondo il quale più si reprime una parola più quella, una volta pronunciata, esplode. Il teatro di Ionesco non si concentra però sulla repressione, quanto sullo svincolamento dei significati dai rispettivi significanti, slegando completamente il segno linguistico di Ferdinand de Saussure.

Sul palco ci sono un professore, un’allieva e una governante. La giovane ragazza ha bisogno di lezioni di aritmetica, linguistica e filologia per ottenere la libera docenza totale. Tutto sembra scorrere nella normalità del classico rapporto docente/discente, seppur nella dimensione farsesca di pomposi complimenti reciproci, sorrisi, ammiccamenti.

Lentamente, però, col passaggio da un argomento a un altro, l’atteggiamento dei protagonisti cambia. E con loro, il linguaggio usato. Il professore sopporta sempre meno l’ignoranza dell’allieva, trascinandola in un vortice di complessi discorsi del tutto privi di senso perché le sue parole non corrispondono più a nessuno dei significati che comunemente attribuiamo loro.

La ragazza comincia a star male, ha un costante mal di denti che poi si estende a dolori per tutto il corpo, il professore la incalza spietato, affetto da una specie di lucida follia amplificata da frasi ripetute ossessivamente, grida, parole che si muovono all’interno di sintassi complicatissime. Sillabe, dittonghi e fonemi diventano minacce e violenza, diventano incomunicabilità, simbolo della vacuità dello scambio di comunicazione attraverso la parola.

PROFESSORE: Se lei emette più suoni ad una velocità accelerata, questi si accavalleranno automaticamente gli uni sugli altri, formando perciò sillabe, parole, e, caso mai frasi, ossia raggruppamenti più o meno vasti, associazioni squisitamente irrazionali di suoni esenti da ogni significato, ma appunto per questo capaci di mantenersi senza pericolo a considerevoli altezze aeree. Cadono soltanto le parole soggette ad un significato, appesantite dal loro senso, le quali finiscono sempre per soccombere, crollare…
ALLIEVA: … nelle orecchie dei sordi.

La Lezione” si sviluppa su improvvisi cambi di focus legati ad un triangolo di dominanti/dominati: inizialmente è la ragazza ad avere potere sul professore col suo fascino e la sua avvenenza, poi è il vecchio a sopraffare la studentessa e a tormentarla per tutto lo spettacolo. Fino a quando sarà la governante a far capire chi comanda davvero, in casa.

Lo schema è lo stesso del triangolo semiotico di Ogden e Richards dove vengono rappresentate le componenti essenziali della significazione: simbolo, pensiero e referente. Solo che qui nulla o quasi corrisponde a nulla, neanche una banale addizione:

PROFESSORE: Sette più uno?
ALLIEVA: Otto.
PROFESSORE: Sette più uno?
ALLIEVA: Otto bis.
PROFESSORE: Eccellente risposta. Sette più uno?
ALLIEVA: Otto ter.
PROFESSORE: Stupendamente. Brava. Sette più uno?
ALLIEVA: Otto quater. E talvolta nove.

Molto bravi i protagonisti in scena, a cominciare dal professore e regista Fabio Galadini, l’allieva Erika Rotondaro e la governante Simona Meola, attraverso i quali la dimensione del non-linguaggio dà vita a un intenso episodio di non-teatro dove i discorsi, esattamente come lo spettacolo stesso, fanno giri larghissimi per poi tornare al punto di partenza e finire come sono iniziati.

Se avete voglia di scoprire come “l’aritmetica conduce alla filologia e la filologia conduce al peggio“, “La Lezione” sarà in scena fino a domenica 19 febbraio.

The Parallel Vision ⚭ _ Redazione)

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