Festival

#SanremoForDummies: serata di cover e di custodie all’Ariston

Cover [cò-ver] n.f. invar. voce ingl.; da cover (version) ‘riedizione di un vecchio motivo’ (Garzanti, Dizionario della lingua italiana). Sanremo 2017 e tre. Ed eccoci alla serata (e nottata) dedicata ai successi di ieri, di qui e nel mondo. Fuori piove e non è un caso, perché è una di quelle serate che servono ai piedi freddi per farci i pediluvi, agli stomaci duri per tisane sane e puzzolenti, è la serata delle sensazioni in genere, non delle emozioni, di ciò che è fuori e che copre, delle custodie, delle cover appunto.

I giovani rimasti in gara sono quattro. Ancora per poco. Nel giro di venti minuti vengono salutati Tommaso Pini con “Cose che danno ansia”, pezzo finto allegro da boomerang sentimentale (un’ansia!) e Valeria Farinacci e la sua melensa “Insieme”. Restano in gara il giovanissimo Lele con il brano “Ora mai”, che non si riesce a disprezzare, perché conosce le note, le mette insieme, anche bene, e suona più strumenti, in più bel viso e tenuta sul palco, e poi Maldestro e la sua “Canzone per Federica”, un brano carico, non c’è che dire, e bello insieme.

Ora procediamo con le custodie.

Chiara è “Diamante” di Zucchero, composta per il bluesman di Reggio Emilia da Francesco De Gregori per la nonna trapassata. Chiara canta quasi sempre con gli occhi chiusi. Meglio, così non si accorge che tutti hanno la bocca spalancata davanti all’assolo di violino del maestro Mauro Pagani (senza il doppio suffisso -ni). Ermal Meta, dalla sua, sceglie un brano che all’ascolto (esclusivo su Radio Italia Anni ’60) ti porta via mezze viscere: “Amara terra mia” di Domenico Modugno.

Il cantautore, di origini albanesi e dal fantastico aspetto timburtiano (Edward Mani di Forbici, vero?) canta il suo addio struggente e meraviglioso, lungo quanto basta, lungo abbastanza per far malissimo.

Escono dalla sua bocca stretta e sottile due voci, una a contraltare dell’altra, una a far l’amore con l’altra. Mi perdo il finale perché rischio di rimanerci secca con quel sorso d’acqua andato di traverso. Gli occhi sono lucidi e non so perché. Immagino le botte che si è preso dagli altri appena dietro le quinte. Nessun altro infatti ci arriverà.

La leggerezza delle “Mille bolle blu”, “che volano e volano e volano”, di Lodovica Comello, più showgirl che cantante, più bella che brava, è già andata via. Albano entra più combattivo rispetto alla prima serata. “Pregherò” di Adriano Celentano, e cover a sua volta del successo interplanetario di Ben E. KingStand by me”, è il brano che Carrisi ha scelto di interpretare. Canta, è innegabile. Lo fa divertendosi, forse troppo, perché manda a farsi benedire interpretazione e senso del testo. La destinataria è, in teoria, una ragazza cieca che ha smarrito la fede in Dio. Riacquistandola in Albano.

Pausa. Detta così sembra cosa di poco conto, ma a salire sul palco è un’orchestra fatta di relitti della società, tutti ex indigenti, che suonano altri relitti, rifiuti in genere, riadattati in strumentazioni sonore. Il capolavoro è fatto dall’Orquesta Reciclados Cateura, una di quelle pitture pop dall’inestimabile valore. Poi tocca a Fiorella Mannoia che canta, alla Fiorella Mannoia, “Sempre e per sempre” di Francesco De Gregori. La combattente contralto sa farlo, il suo, nell’intensità e nella compostezza dei fiati lunghi e dei suoni corti e scuri. La Mannoia c’è.

Momento Crozza e allora tocca ad Alessio Bernabei che opta per “Un giorno credi”, uno dei vecchi brani più apprezzati di Edoardo Bennato. Siamo nel 1973, Alessio non era neppure un verbo, ma nonostante la giovinezza dalla sua, non emoziona, non interpreta. La voce è ferma in gola e sembra ancora troppo acerbo. “Un’emozione da poco”, ma non dappoco, è la cover interpretata in veste rock e maschia da Paola Turci. Sembra piacerle molto il brano di Fossati scritto per la giovane Oxa perché convince e piace.

Poi Mika, in veste di ospite più nazionale che internazionale, intona con il suo spirito sempre gioviale, ma che non riesce a contagiarmi mai, il medley dei suo brani.

Tocca a Gigi D’Alessio che ci regala, si fa per dire, una interpretazione stucchevole, nasale e neomelodica di un capolavoro della musica italiana scritto da Don Backy, “L’immensità”, e già editata egregiamente dai salentini Negramaro.

Di nuovo Celentano, scelto anche da Francesco Gabbani, con “Susanna”, che l’ex nuova proposta sa interpretare molto molto bene. Corde e fiati all’unisono insieme a una saggia e moderata allegria. Se Gabbani vuol dire fiducia, con la sua versione non perde di certo la nostra. E poi Marco Masini che sceglie una poesia meravigliosa di Giorgio Faletti, “Signor Tenente“, finendo in ginocchio. Un melodramma inutile.

Si può dire di tutto, ma resta che Michele Zarrillo aveva e continua ad avere una voce importante e di grande intensità. La sua interpretazione del brano “Se tu non torni” di Miguel Bosé non fa altro che dar sangue a quella vena arteriosa di fondamentale importanza.

Per Elodie si sceglie un brano, “Quando finisce un amore” di Riccardo Cocciante, che non avrei mai scelto, avessi la sua voce (non i suoi capelli). In questo caso notevole più notevole si annullano. Samuel con “Ho difeso il mio amore” dei Nomadi, difende anche il nostro. Bravo.

Poi Sergio Sylvestre e i Soul System, neovincitori di due famosi talent, hanno dato il meglio che potevano, credo. Il pezzo è “Vorrei la pelle nera” con una timida citazione di “Black or White” di Micheal Jackson. Arriva il quindicesimo, Fabrizio Moro con l’incantevole “La leva calcistica della Classe ’68” di Francesco De Gregori e canto con lui, che graffia col suo tono rude, ma efficace. A guardarlo bene sembra un bimbo che canta la sigla del suo cartone preferito. Ben fatto.

E infine è si arriva a Michele Bravi che con l’ultima cover in gara dà prova d’interprete d’eccezione. La canzone scelta è “La stagione dell’amore”, anno 1983, un’ ottima annata, del Maestro Franco Battiato.

Viene proclamato vincitore della serata dedicata alle cover Ermal Meta con “Amara terra mia”. Nessun dubbio. Sale sul palco dell’Ariston un’altra artista straordinaria, androgina, dalla voce blues e folk. Fa la sua magnifica esibizione LP, che sta per Laura Pergolizzi, di origini fieramente italiane e riceve applausi lunghi. È il fischio a farla da padrone e la sua musica buona e calda accorre al suo richiamo.

Sono solo le non so cosa e riciuccia Ron con il brano scartato nel primo girone “L’ottava meraviglia”. Rosolino ha l’aria di chi vuole far creder che sta lì solo per divertirsi, che no, non gli rode. Bugiardo come Giuda. Però non rode, perché passa. Raige-Luzi e Papa-Nesli sono senza sapore. Testi già dimenticati, groove inesistenti. Infatti sono fuori.

Poi Bianca Atzei con “Ora esisti solo tu” ci riprova, passa, ma non convince fino in fondo, se non altro quest’anno ha un fidanzato in platea (Max Biaggi, ndr). I “Ragazzi fuori” di Clementino passa anch’essa. Ci sta. Anche Giusy Ferreri e la sua “Fa talmente male” tirano un sospiro di sollievo. Che culo, avrà pensato. E forse pure noi.

The Parallel Vision ⚭ _ Elisa Mauro)

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