Intervista

#Intervista: Carrozzeria Orfeo, quando il teatro si fa pop

Concreto senza rinunciare alla creatività, grottesco senza mai perdere il contatto con la realtà, un teatro pop perché rivolto al popolo-pubblico, che lo guarda e lo possiede. Un teatro con tutti i crismi di un linguaggio autentico e stratificato, accessibile a più livelli. Se “la morte e la vita, come ogni altra merce, si adeguano alle logiche del mercato” anche il teatro può farlo. Gabriele Di Luca, drammaturgo, attore, regista e tra i fondatori di Carrozzeria Orfeo (una delle realtà teatrali più interessanti e funzionanti degli ultimi anni) ci racconta il “suo” teatro.

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Gabriele Di Luca

Come nasce Carrozzeria Orfeo?
Carrozzeria Orfeo nasce in seno all’esperienza dell’Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe dove io, Massimiliano Setti e Luisa Supino abbiamo studiato come attori tra il 2004 e il 2007. Poi Luisa (terza socia fondatrice e organizzatrice) ha studiato anche organizzazione teatrale alla Paolo Grassi di Milano, così nasce C.O. Abbiamo all’attivo quasi 8 spettacoli. Quello che è esploso con “Thanks for Vaselina” e “Animali da bar” affonda le sue radici in un percorso poetico di quasi 10 anni…

Intuisco che vi siete strutturati quasi come un’azienda, con dei ruoli precisi. Questo è stato un valore aggiunto del vostro percorso…
Abbiamo molto a che fare con l’artigianato, più che con l’arte. Improntiamo tutto su un equilibrio tra azienda e creatività. Il sistema teatrale di oggi senza una struttura non ti permette di vivere. Abbiamo lavorato molto sulla promozione, sulla distribuzione, sulla comunicazione. In questo momento il marchio C.O. parla da solo ed è quello che abbiamo costruito in 10 anni: “un ottimo compromesso tra necessità e convenienza“, come diceva Carver.

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(Foto: © Laila Pozzo)

Che tipo di teatro fate?
Noi definiamo il nostro teatro “pop”, nel senso più alto del termine. È un teatro che si specchia nel pubblico. È solo a lui che noi ogni sera rendiamo conto. I nostri spettacoli sono fatti per il pubblico. Noi cerchiamo di costruire spettacoli trasversali, molto stratificati a livello concettuale, di contenuti e di linguaggio. Amiamo che a teatro possa venire a vedere “Animali da Bar” sia una persona di livello culturale medio basso sia una di livello altissimo ed entrambe possano trovare qualcosa… Come per il cinema, per la musica, anche il teatro deve essere fruibile a tutti, deve essere un’esperienza di condivisione, di comunione, qualcosa di emozionante, che ti faccia star bene e deve assolvere a tre obiettivi principali: intrattenimento, emozione, senso. E la differenza tra pop e commerciale è che il pop cerca un contatto con il pubblico, ma non di compiacerlo a tutti i costi, mentre il commerciale sì. Il pop cerca di creare una connessione, un contatto vero. Noi facciamo un teatro pop.

Le parolacce, di cui fate un grande uso, sono pop?
I personaggi sono il linguaggio che parlano“, noi raccontiamo un teatro degli ultimi, le nostre storie sono storie di emarginati, di perdenti. In queste tipologie di personaggi c’è un grande racconto sulla vita e, dal nostro punto di vista, molto materiale drammaturgico. Anche il loro linguaggio li racconta.

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(Foto: © Giuseppe Carbone)

Dove cerchi le tue storie? Hai un metodo?
Il mio metodo è prendermi del tempo, leggere molto, fare ricerche, a volte anche sul campo (per esempio adesso andrò a visitare un campo rom). Raccolgo molto materiale, anche su internet, pian piano inzio a comporre i pezzi più sigificativi della storia che non sempre parte dal plot, dalla trama, ma a volte dai personaggi, a volte da un luogo, da un’immagine. Potrei chiamare il mio metodo “la frenata lunga”: c’è una strada molto lunga, alla fine c’è un burrone che coincide con la consegna del testo, cerco di scrivere il testo vero e proprio (con i dialoghi) il più tardi possibile; quando proprio sto arrivando vicino alla scadenza/burrone devo frenare e tendo a ritardare la frenata, perché altrimenti bisogna fare delle scelte e io non voglio chiudere i personaggi, devono emergere, vanno lasciati andare… Sono sempre in una situazione di crisi, però crisi ha un’etimologia molto bella perché significa possibilità. In “Animali da bar” mi piaceva l’idea che una donna occidentale potesse portare dentro di sé il nuovo Dalai Lama… Come una speranza per questo occidente che non riesce né a rinascere, né a morire… Tutti si chiedevano come avrei fatto a renderlo credibile e piano piano lo è diventato. Nel nuovo spettacolo stiamo lavorando su una sorta di comunità che vive in un campo nomadi, anche se sono tutti italiani. Ho questa immagine di due uomini necrofili che disseppelliscono i morti per rubargli fiori, pacemaker… Vediamo dove ci porta…

Sono progetti che hanno un taglio anche cinematografico. Quali sono i riferimenti che accompagnano la tua poetica?
In “Animali da bar”, per esempio, ho voluto fare un grande tributo a Bukowski, che è uno dei miei autori preferiti. Poi sicuramente la drammaturgia nord-europea, uno su tutti Martin McDonagh (da lui ho “rubato” tantissimo per “Thanks for Vaselina”) e più in generale la serialità d’oltreoceano.

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(Foto: © Laila Pozzo)

Com’è lavorare in collettivo?
Noi non siamo un collettivo, teniamo alle nostre specificità. Non lavoriamo in comuneCrediamo che la disuguaglianza sia un valore. Non si è tutti uguali, l’uguaglianza è un finto valore. Siamo una compagnia molto strutturata, ognuno col suo ruolo. Condividiamo tutto, questo sì, quando io ho un’idea la approfondiamo insieme, ma poi io mi ritiro e scrivo il testo, Massimiliano Setti fa le musiche, soltanto dopo faremo la regia insieme, perché questa è la nostra peculiarità.

Neppure nel momento della regia, quindi, siete collettivi?
No, di solito la facciamo in tre. È una cosa molto spontanea. E se non siamo d’accordo? Si va a maggioranza, piccole alleanze…

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(Foto: © Laila Pozzo)

Cosa ha portato in più al tuo/vostro lavoro l’incontro con il Teatro Eliseo nella gestione Barbareschi?
Non è stato il nostro primo incontro istituzionale… Con Barbareschi e la sua azienda sono nate altre collaborazioni, anche cinematografiche… Ho un grande debito di riconoscenza con il Teatro Eliseo, non sono uno dei detrattori di Barbareschi, conoscendolo ho capito delle cose, credo lui stia facendo un ottimo lavoro. Quello che vedo quando vado all’Eliseo è un teatro in fermento sempre più apoliticizzato e anti-istituzionale.

Cosa vuol dire teatro indipendente e fino a quando si è indipendenti?
Il mio teatro sarà sempre indipendente, perché credo sia qualcosa che ha a che fare con sé stessi. A livello produttivo a parte il grande mainstream è tutto indipendente. Tecnicamente quello che non è sostenuto istituzionalmente è indipendente, ma cosa non è sostenuto istituzionalmente? La maggior parte dei teatri sono sovvenzionati, quindi alla fine fai quasi sempre parte di un circuito che non è indie.

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(Foto: © Laila Pozzo)

Riesci a vivere del tuo lavoro?
Riesco a vivere del mio lavoro.

Vai a teatro?
Ci vado di rado, perché ho poco tempo e anche perché un po’ mi annoio. Una cosa bella che ho visto ultimamente è proprio uno spettacolo di Barbareschi, “Cercando segnali d’amore nell’universo”, secondo me ha qualcosa di molto interessante… Però posso dirti che le più grandi dormite della mia vita me le sono fatte con Shakespeare.

animali-da-bar_12Quale pensi sia la cosa migliore e quale la peggiore di questi anni?
Non saprei dirlo. Quello che mi affligge sempre è vedere che la storia è un continuo ripetersi. Il fatto stesso che io mi trovi ad apprezzare la meraviglia delle cose e allo stesso tempo a pensare che per realizzarle siano morte decine di migliaia di persone… In qualunque cosa rintraccio un meccanismo di prevaricazione, non riesco a dire una cosa migliore e una peggiore. Ho una visione quasi orientale in questo senso. Non c’è una cosa in assoluto migliore, o peggiore. Noi apprendiamo attraverso l’errore, la sofferenza, non impariamo nulla dalla felicità. Possiamo sentire le cose che ci arrivano, cercare di conoscerle il più possibile e trasformarle. Ecco, per me la scrittura è un modo di trasformare.

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(© The Parallel Vision ⚭ _ Noemi Serracini)

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