Cultura Recensione Teatro

“Dark Experiment”, dentro il buio del Teatro di Documenti. La recensione

Avete mai provato ad assistere a un testo teatrale senza guardarlo? Immersi nell’oscurità, avvolti solo dalla voce degli attori e da ogni singolo rumore che la densità del buio amplifica come quelli di una casa di campagna, in piena notte.

A me è capitato martedì scorso andando a vedere (a sentire, meglio) “Dark Experiment“, lo spettacolo che vi ho presentato QUI sabato 4 giugno e che mi ha incuriosito da subito, proprio per la “follia” di presentare al pubblico un vuoto percettivo su cui far leva per creare materia da dare in pasto ai rimanenti sensi.

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L’esperimento tenuto al Teatro di Documenti di Roma da parte di Nicola Ragone, regista dello spettacolo, assieme ai cinque attori Marina Crialesi, Edoardo Frullini, Cosimo Frascella, Chiara Laureti e Giorgia Palmucci cammina in bilico su una corda sospesa tra dramma e horror, senza scadere mai nel banale o nel ridondante.

Dark Experiment” prende spunto da “Les Aveugles” (“I Ciechi“), il testo del drammaturgo belga Maurice Maeterlinck del 1890 che racconta di 12 persone ipovedenti (ridotta a 4 in questa versione) che si perdono all’interno di una foresta oscura, dopo essere fuggiti dall’istituto in cui abitavano.

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Il gioco che mette in scena Ragone pone l’orecchio, “l’organo indifendibile” per dirla con lo studioso Hillel Schwartz, come vera e propria avanguardia del nostro corpo: la dominanza visiva scompare, il filtro della vista viene meno e di conseguenza la comprensione è identificata con il suono. Con i “vuoti”, dunque, al posto dei “pieni”.

Quello che ne esce è una vera e propria esperienza metafisica, straniante, onirica. Tutto intorno è buio, anche il vicino di posto scompare lentamente agli occhi lasciando altissime l’attenzione e la tensione che il luogo in cui si è svolto lo spettacolo (una specie di grotta rettangolare) non ha fatto altro che rendere ancora più suggestivo.

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C’è anche un colpo di scena, in “Dark Experiment“. Ma non ve lo racconto. Piuttosto vi invito a seguire il lavoro di questi giovani attori e del loro regista, bravissimi nel recitare senza recitare davvero, sprovvisti della propria maschera eppure incisivi ed “espressivi”, in qualche modo, con il solo utilizzo della voce. A dimostrazione che, come diceva Joachim-Ernst Berendt, “la predominanza dell’occhio limita la nostra immaginazione“.

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