Cultura

“Elementare, Arthur”. 85 anni fa ci lasciava Conan Doyle, il papà di Sherlock Holmes

Da una goccia d’acqua, un amante della logica potrebbe dedurre l’esistenza dell’Atlantico o delle cascate del Niagara senza averle mai viste o averne sentito parlare. La vita è, infatti, una lunga catena la cui natura è decifrabile quand’anche ce ne fosse mostrato un anello solo“. Così Sherlock Holmes scriveva in un articolo pubblicato su un settimanale all’interno della storia “Uno Studio in Rosso“, il primo racconto di Arthur Conan Doyle in cui compare il celebre investigatore di Baker Street.

Dire che il successo dello scrittore scozzese è innegabilmente legato ai casi di Holmes e al suo famosissimo metodo deduttivo con cui fa sempre centro è insieme una verità e una terribile condanna.

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Conan Doyle, infatti, in una mistura di gelosia, antipatia e frustrazione, cercò di sbarazzarsi del suo personaggio più famoso facendolo precipitare dalla cascata di Reichenbach ne “L’Ultima Avventura” del 1891, in cui lo scrittore ne provocò la morte. Salvo poi dover fare i conti con un pubblico inferocito per la sparizione del suo eroe e quindi essere obbligato a fare marcia indietro qualche anno dopo con “Il Ritorno di Sherlock Holmes” del 1905.

A nulla valsero i romanzi storici, i racconti fantastici e quelli medici, la produzione avventurosa. Conan Doyle è e resterà per tutti il padre del più famoso investigatore della letteratura di tutti i tempi.

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Il 7 luglio 1930 il medico di Edimburgo moriva a Windlesham per un attacco cardiaco, a 71 anni. Raggiungeva così nell’aldilà un’altra figura leggendaria della letteratura del mistero, e cioè Edgar Allan Poe, grazie a cui in America il genere poliziesco aveva ricevuto il vero battesimo della letteratura, caricandosi di eccessi e tensione e ponendo al centro del racconto l’intelligenza speculativa che aveva a che fare con il bizzarro e l’inspiegabile.

Rimane evidente l’influenza che Poe esercitò sugli scritti di Conan Doyle, il quale ammise che per Sherlock si ispirò ad Auguste Dupin, l’investigatore poeano protagonista de “I Delitti della Via Morgue“, “Il Mistero di Marie Rogêt” e il famosissimo “La Lettera Rubata“. Nella vita reale, invece, lo scozzese rimase affascinato da Joseph Bell, un dottore conosciuto negli anni in cui lavorò presso l’ospedale di Edimburgo. Un uomo puntiglioso e acutissimo, flemmatico e metodico, la cui abilità nel dedurre dai minimi dettagli le caratteristiche psicofisiologiche dei suoi pazienti gli ispirerà il personaggio con la pipa e la lente d’ingrandimento che lo ha reso celebre.

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Oggi, a 85 anni dalla sua scomparsa, Arthur Conan Doyle non è ancora riuscito a liberarsi dall’ingombrante ombra del detective dilettante più famoso del mondo e anzi, deve quasi esclusivamente a lui la sua sopravvivenza all’oblio. Ancora adesso, infatti, Sherlock Holmes è più che mai un personaggio di culto sia della rete (moltissimi i siti a lui dedicati) che del cinema (i due film più recenti sono del 2009 e del 2011 con Robert Downey Jr) che della tv (la serie britannica “Sherlock“, con protagonisti Benedict Cumberbatch e Martin Freeman, ha avuto un enorme successo e si attende con impazienza l’inizio della quarta stagione) che di tantissimi altri contesti (fumetti, videogiochi e ovviamente, letteratura).

Messo a disagio dalla troppa fortuna di un eroe così ingombrante da autorizzare nel pubblico la sua identificazione con l’intera personalità creativa dell’autore, oggi riconosciamo a Conan Doyle meriti che lui stesso definirebbe “frivoli” perché provenienti dalla letteratura e non dalla sua amata medicina. Eppure milioni di lettori continuano ad adorare le sue irresistibili frivolezze. Compresi noi.

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