Cinema

“Shining” di Stanley Kubrick compie 35 anni. Dal 1980 l’orrore non è stato più lo stesso

Il primo film dell’orrore epico, un film che sta agli altri film dell’orrore come ‘2001: Odissea nello Spazio’ sta agli altri film di fantascienza“. Distribuito il 23 maggio del 1980 ma uscito in 750 cinema americani venerdì 13 giugno, la rivista Newsweek assegnò a “Shining” di Stanley Kubrick la palma di capolavoro assoluto del genere horror, come se il maniacale regista americano avesse scritto la parola definitiva anche per questo genere, come aveva già fatto con “2001” e “Arancia Meccanica” e in attesa di fare lo stesso con “Full Metal Jacket“.

A 35 anni e un mese dalla sua prima distribuzione, “Shining” ha segnato almeno tre generazioni diverse con la storia della follia di Jack Torrence e della sua famiglia, imprigionati in Colorado nell’Overlook Hotel e preda degli spettri dell’albergo. Storia banale, a quanto sembra, ma non dimentichiamo chi c’è davanti e dietro la macchina da presa. Jack Nicholson è il superbo volto del protagonista.

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Un uomo, per dirla con Kubrick, “alla ricerca dell’autodistruzione, che si sottomette agli orrori immaginari dell’albergo per liberarsi della sua fastidiosa famiglia e, alla fine, per distruggere se stesso“. Una visione lontana anni luce da quella originale del libro di Stephen King, cui il film si ispira. “Kubrick semplicemente non riusciva ad afferrare la pura malvagità inumana dell’Overlook“, dichiarò una volta il Re del Terrore in un’intervista. “Ogni cosa nel film urla giustizia dall’inizio alla fine“.

Sarà. Ma se la rivista inglese Time Out ha piazzato “Shining” al secondo posto tra i film dell’orrore più terrificanti di tutti i tempi, preceduto soltanto da “L’Esorcista“, ci sarà un motivo.

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Nicholson, al tempo, era sull’orlo dell’esaurimento nervoso: il fiasco di “Verso il Sud“, suo primo film da regista, i tornei a base di droghe leggere di cui si professava consumatore entusiasta, la rottura con la moglie Anjelica Huston. Insomma, lo stato mentale dell’attore alternava un umore maniacale a depressione e paranoia. “Fin dall’inizio“, ricorda Diane Johnson, sceneggiatrice del film assieme a Kubrick, “la performance di Nicholson fu molto più folle che nel libro. E molto più di quanto Stanley avesse immaginato, credo“.

Mettiamoci che una delle sue principali fonti di ispirazione furono gli occhi sbarrati di Charles Manson e otterremo il cocktail inquietante incarnato da Jack Torrance che vaga con ghigno demoniaco per i corridoi dell’Overlook.

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Per Kubrick, “Shining” era l’incarnazione del male nel senso più ampio del termine, l’Ombra che sta in agguato nel buio, in attesa di divorarci. Il regista passò mesi in sala di montaggio per completare la pellicola, alcune scene registrarono oltre 80 ciak (come quella in cui Mr Hallorann mostra a Wendy e Danny, moglie e figlio di Jack, i locali nelle cucine), le diciassette settimane previste per le riprese prima raddoppiarono, poi addirittura triplicarono. E il missaggio della musica venne effettuato da fonici e montatori in undici giorni, lavorando ventiquattro ore al giorno.

Per ogni cambiamento, e Kubrick spesso tagliava anche solo uno o due fotogrammi, bisognava stampare una nuova copia e risincronizzare tutta la musica. Insomma, un delirio nel delirio. Il risultato, però, avrà anche mandato al manicomio tutta la troupe, ma ci ha consegnato un capolavoro del cinema di tutti i tempi.

Oggi Stanley Kubrick non c’è più e Jack Nicholson recita più che altro leggere commedie per famiglie. “Shining“, invece, è rimasto esattamente quello di 35 anni fa. Danny sul suo triciclo che vaga per i corridoi dell’albergo è ancora lì. Così come le gemelline che si tengono per mano, l’ascensore che si apre vomitando fiumi di sangue, “Redrum“, Jack che insegue Danny nel labirinto impugnando un’ascia, “Il mattino ha l’oro in bocca“. E così via.
Insomma tanti auguri. “Luccicanti”, ovviamente.

5 risposte »

  1. Shining è un capolavoro ☺ nella ripresa dall alto della corsa verso l overlook hotel c è tutto il “fine” del film . Immortale.
    .

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