Musica

Il Diamante Pazzo oggi avrebbe 73 anni. Tanti auguri, Syd

Al Riverside Jazz Club di Cambridge il piccolo Roger Keith Barrett si recava spesso e ormai i soci del locale lo avevano preso in simpatia, domandandosi tuttavia perché un 14enne magrolino e coi capelli arruffati passasse tutte quelle ore in mezzo a gente molto più grande di lui, assorto ad ascoltare la musica che proveniva dal palco.

Nessuno immaginava di avere davanti il futuro fondatore dei Pink Floyd, il Diamante Pazzo, la Testa Matta, quello che tutti avrebbero conosciuto e riconosciuto solo come “Syd“. E il bello è che tutto cominciò proprio lì dentro, per “colpa” di un batterista di nome Sid Barrett, che si esibiva abitualmente nel club. Così Roger diventò Syd con la “y”, in modo da essere distinto dal Sid più grande, con la “i”.

img_0295Di quest’ultimo non si sentì mai più parlare, mentre il ragazzino dall’aria trasognata ma dallo sguardo penetrante sarebbe diventato, di lì a poco, una delle più grandi leggende viventi della storia del rock. Una parabola, tuttavia, dai pochi bagliori e dalle molte ombre, che hanno contribuito ad ingigantire ulteriormente il mito e l’adorazione nei confronti di quest’uomo, nato a Cambridge il 6 gennaio 1946 e che oggi avrebbe compiuto 73 anni se il 7 luglio del 2006 un tumore al pancreas non lo avesse ucciso.

Una fine tutto sommato normale, pensando all’enorme uso di lsd che Syd e i suoi amici musicisti fecero negli anni ’60 e che incise profondamente sulla stabilità emotiva e sulla serenità di un ventenne schiacciato dal successo improvviso, incapace di resistere senza estraniarsi da quella realtà di eccessi che lui stesso aveva creato.

pink-floyd-exhibition-their-mortal-remains-macro-roma-2018-6124-98_FotorSyd Barrett fu il primo di tanti Madmen (David Bowie, Nick Drake, Ray Davies solo per citare i più famosi) che con le droghe cucirono un rapporto di profonda simbiosi, grazie al quale aprirono sì la propria mente ma anche i cancelli di un inferno irreversibile. Quando fondò i Pink Floyd a Londra nel 1965 assieme a Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright e Bob Klose, la musica per Barrett era molto, ma non ancora tutto.

Era assai più interessato all’arte figurativa, la pittura, il disegno. Quando era piccolo vinse un premio assieme alla sorella suonando a quattro mani “Il Danubio Blu” alla Guildhall di Cambridge e anche l’influenza del padre musicista fu senza dubbio fondamentale. Ma nei diciotto mesi che seguirono la fondazione della band, i Pink Floyd (il nome lo scelse proprio lui) furono poco più di un passatempo per tutti.

Nessuno, infatti, aveva intenzione di abbandonare gli studi e Syd era ancora assorbito dalla pittura. Tuttavia il suo ruolo all’interno del gruppo divenne sempre più rilevante, il piglio dello sperimentatore era potente e tutti se ne accorsero, perché le canzoni che scriveva erano meravigliose, i suoni che trovava erano geniali e le sue qualità di compositore si rivelarono sbalorditive.

I primi due singoli pubblicati dai Pink Floyd, “Arnold Layne” e “See Emily Play” del 1967, sono un manifesto completo e lucidissimo dell’arte psichedelica del musicista inglese, del suo talento visionario e del suo tocco unico. 8 delle 11 canzoni di “The Piper at the Gates Of Dawn“, l’album di debutto dei Floyd, sono state scritte da lui e sono gioielli pop purissimi, intrisi di colori fluorescenti e delizie oniriche mai più riprodotte. Il primo lavoro del gruppo, infatti, coincide col testamento artistico di Syd, che non conoscerà mai più una tale prolificità musicale, spezzato dall’abuso di droghe che compromise totalmente tutta l’arte luminosa che si portava dentro.

Barrett contribuì infatti con la sola “Jugband Blues” al successivo “A Saucerful of Secrets” del 1968, per poi essere buttato fuori dal gruppo in quanto tossicodipendente e quindi inaffidabile. Da quel momento si contano solo 2 dischi solisti, “The Madcap Laughs” e “Barrett“, entrambi del 1970 e una manciata di canzoni uscite in raccolte postume. Ma il vero Syd resta in quelle registrazioni di fine anni ’60, dove tutte le visioni e la personalissima angolazione da cui osservava le cose si sono cristallizzate in brani di scintillante bellezza.

Troppa, forse. Poi sono arrivate la malattia, l’alienazione e infine il silenzio, chiuso nella casa di sua madre a Cambridge fino alla morte, lontano dai palchi, dai giornalisti, dalla musica. Da chiunque. Syd tornò ad essere Roger Keith Barrett e riprese a dipingere nella sua stanza, senza più incidere una sola nota. Oggi che sarebbe stato il suo 69esimo compleanno, un autore come lui ci manca tantissimo perché tantissimo ha dato al songwriting moderno, al modo di dar forma a visioni e sogni attraverso l’uso innovativo di distorsori, dissonanze e feedback. Al modo stesso di fare musica.

Tanti auguri, Testa Matta. Ricordi quando eri giovane?

The Parallel Vision ⚭ _ Paolo Gresta)

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