Intervista: Ale Senso e il valore dell’Antropìa a Castelnuovo di Porto

Street artist di fama internazionale, Ale Senso regala a Castelnuovo di Porto (RM) Antropìa, un’opera composita e complessa.
Un’installazione monumentale site-specific perfettamente integrata nel contesto delle ex cave di tufo.
Un racconto per immagini che raffigura l’umanità e attraversa una tematica definita nel titolo stesso dell’opera, Antropìa, appunto.
Ovvero un neologismo che spiega l’essenza propria dell’essere umani, la qualità dell’umanità intesa non come specie biologica ma come l’insieme delle sue contraddizioni.
Antropìa è allora la capacità di creare immensa bellezza e, allo stesso tempo, distruzione.
Il titolo dell’opera è Antropìa. L’essenza stessa dell’essere umano: cosa significa per te?
Nei miei lavori in generale mi sono sempre occupata dell’essere umano sotto vari aspetti: interiore, sociale, nel suo rapporto con la natura.
Ho sempre cercato di osservare da più punti di vista e angolazioni per costruire un discorso che andasse il più possibile dal particolare all’universale.
La conclusione a cui sono arrivata è che molto è una questione di consapevolezza.
Siamo uno strano equilibrio tra ciò che si può definire, o che viene definito, bene e male, bianco o nero, con in mezzo miliardi di sfumature possibili.
La stessa persona può essere il padre più amorevole e, indossata un uniforme, essere un carnefice.
E quindi l’Antropìa è quella qualità dell’essere umano che lo porta a vivere nella contraddizione tra la capacità di creare bellezza e, allo stesso tempo, distruzione.
Non è un concetto originale, molte tradizioni sapienziali e filosofi lo hanno già espresso ed è presente in molte culture orientali.
Un esempio per tutti è il Bao Quan Li, il saluto tradizionale del Kung Fu dove la mano destra chiusa a pugno rappresenta la capacità di combattere.
Ed è sovrastata dalla sinistra che, aperta, la ferma rappresentando la pace o il più famoso Tao dove Yin e Yang convivono in equilibrio e si contaminano a vicenda.
Tra progetto preliminare e realizzazione di Antropìa sono cambiate cose importanti: il ramo unico al posto della rete di rampicanti, i fiori bianchi al posto di quelli blu, l’aggiunta di Trilussa, la crepa. Quale di queste decisioni è arrivata per prima e ha trascinato le altre?
Durante la realizzazione di quest’opera sono successe tante cose che mi hanno portato a cambiare alcune scelte: una perdita in famiglia, rotture interiori, strappi, quello che stava succedendo attorno a me e nel mondo.
Nelle parti del serbatoio dove insistono le tubature, che tecnicamente sono le più difficili da realizzare, non avevo pensato di rappresentare qualcosa, ma di distribuire in maniera relativamente rada dei rami di rampicanti con grandi fiori blu.
Mi ricordo che a un certo punto da terra l’ho proprio vista, la rottura: questa crepa che spaccava tutto il lavoro.
Lì ho iniziato a formulare anche l’idea del titolo dell’opera, che prima non c’era.
L’idea generale che poi ho chiamato Antropìa è molto ben espressa dalla storia Cherokee “I due lupi”, ma non era sufficiente: doveva essere l’opera nel suo complesso a trasmetterla visivamente.
Senza la crepa avrei apparentemente celebrato la famiglia umana, un concetto molto bello quanto utopico.
La crepa è diventata quindi l’apparato simbolico più potente dell’opera.
E così anche il ramo, che è il suo contraltare, la ricostruzione, la rigenerazione, doveva essere unico e non distribuito su tutto il serbatoio.
Sono 2 parentesi che si trovano non casualmente in punti precisi e che racchiudono l’undicesima storia, che non era prevista, quella ispirata a La Statistica di Trilussa.
I fiori sono cose fragili, sbocciano e durano pochissimo. Ma quelli sul serbatoio dovevano esserlo ancora di più per dare un senso di precaria bellezza.
Sono fiori di ghiaccio, fiori che idealmente si alimentano dall’acqua che sta all’interno della cisterna. Che, vale la pena di ricordarlo, è un serbatoio per l’acqua antincendio.
Quindi, se c’è un trascinamento da una cosa all’altra, sicuramente la crepa è stata l’inizio, che poi mi ha portato a ridimensionare tutto il resto.
Ti è costato “rompere” l’opera?
Assolutamente no, nel senso che è nata compatibilmente con un mio sentire. Anzi, dico che mi sarebbe costato non farlo.
Hai scelto dieci storie tradizionali tra migliaia. Con quali criteri? E perché Trilussa è entrato “fuori categoria”?
Le storie sono il frutto di 2 mesi di ricerca. Ne ho raccolte centinaia e avevo posto solo per 10.
Valutare ogni storia per il suo ipotetico valore intrinseco e stilare così una graduatoria non era pensabile.
Allora ho deciso di seguire un criterio di completezza.
Nel senso che le storie selezionate avrebbero dovuto nel loro assieme provenire da ogni angolo del pianeta e raccontare luci e ombre dell’essere umano.
Mi piace dire che le storie che non ho rappresentato non sono state escluse, ma non selezionate ed ognuna di loro è stato un piccolo sacrificio.
Per quanto riguarda “La Statistica” di Trilussa a un certo punto, in tutto questo raccontare queste storie, mi sono resa conto che mancava un aggancio al qui e ora che desse continuità narrativa e non lasciasse tutto nel passato.
Quindi ho riflettuto a lungo e mi sono confrontata con amici di Roma. Mi serviva un modo di raccontare simile a quello delle altre storie.
Mi serviva una poesia: una poesia che non fosse troppo ermetica e attinente alla realtà di tutti i giorni.
E scavando, parlando, è saltato fuori Trilussa e i suoi polli. Era una cosa che forse avevo studiato a scuola ma non mi ricordavo assolutamente.
Mi ha dato l’occasione per parlare di un serio problema chesi sta aggravando ogni giorno di più: la diseguaglianza nella distribuzione delle risorse.
Come per i polli di Trilussa si parla continuamente di PIL come misura della ricchezza (anche nei confronti tra i diversi paesi), ma si dice troppo poco sulla sua distribuzione.
Ogni pannello segue i canoni stilistici della cultura di provenienza. Quanto la fase di studio ha preceduto la fase pittorica? Quali fonti hai consultato?
La fase di studio è una fase che dura da un’eternità, in realtà. Ovviamente, quando mi è nata l’idea di raccontare queste storie, potevo decidere di declinarla semplicemente attraverso la mia sensibilità artistica e il mio stile.
Invece ho deciso di calarmi all’interno degli stilemi di ogni cultura.
Ci ho provato, nel senso che è stato difficile scegliere il criterio con cui iniziare questo percorso.
L’ho fatto attraverso quello che ritenevo fosse giusto, con le mie possibilità e i miei tempi: recandomi in musei, consultando libri specializzati, navigando in internet, cercando siti che potessero darmi un’idea il più possibile ampia di quello che andavo cercando.
Quindi, dal digitale all’analogico, ho fatto una sorta di catalogo di quello che mi interessava man mano che andavo a cercare. Mi ha aiutato molto la visita al Museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pegorini (parte del Museo Delle Civiltà a Roma).
Quando andai, trovai buona parte dell’esposizione permanente chiusa per ristrutturazione.
Ma ebbi la straordinaria opportunità di partecipare alla presentazione al pubblico dei principi sui quali la nuova esposizione veniva costruita fatta direttamente dal personale scientifico del museo.
In poche parole stavano affiancando al classico criterio geografico quello funzionale che consente di osservare un accanto all’altro oggetti provenienti da luoghi e tempi lontani tra loro, ma che assolvevano a funzioni paragonabili se non uguali
Questa cosa mi ha affascinato tantissimo, tanto che questo stile di comparazione l’ho applicato poi anche all’elaborazione delle varie storie.
Senza mischiare elementi di altre culture, ma viaggiando in ognuna delle culture nel tempo e nello spazio, quindi radunando più cose in un’unica stele.
L’opera nasce su committenza di un operatore dell’immobiliare per la logistica, in un’area con vincolo paesaggistico. Due vincoli forti: uno corporate, uno normativo. Come hanno influito sul progetto?
Non è la prima volta che realizzo un’opera per Prologis, anzi fu proprio durante gli ultimi giorni di lavoro su un’altra loro cisterna antincendio che nacque l’idea di Antropìa.
Proposi l’idea, piacque e mi chiesero di formalizzare il progetto che fu approvato nella sua interezza.
E quando ho “visto” la crepa, l’ho dipinta immediatamente senza presentare proposte di variante o cose del genere.
Quindi, in tutta sincerità, il vincolo corporate non l’ho nemmeno percepito.
Lo so che normalmente in situazioni simili le cose vanno diversamente e per questo, per la assoluta libertà creativa che mi hanno garantito non posso che essere grata a Prologis, a Sandro Innocenti e a tutti i suoi collaboratori.
In particolare Margaryta Hnatenko, che stanno portando avanti il progetto ParkLIFE (TM) nell’ambito del quale ho realizzato Antropìa.
Diciamo che, per come io percepisco l’arte nello spazio pubblico, nemmeno il vincolo paesaggistico è stato un vero problema. A me piace integrare le mie opere nel contesto, facendoli dialogare, evito il più possibile interventi intrusivi a dispetto del mio approccio originario all’arte urbana che appartiene al graffiti writing…
L’opera ha una durata stimata tra i 5 e i 10 anni. Come pensi il rapporto tra il tuo lavoro e il tempo?
Questa è una vecchia questione che ho risolto con il tempo.
Viviamo in un’epoca in cui possiamo sostanzialmente documentare e catalogare tutto con un livello di dettaglio impressionante.
Già quando facevo graffiti c’erano le prime piattaforme di condivisione, con le quali si poteva condividere il pezzo, e non era detto che sarebbe durato ventiquattro ore.
Per quanto riguarda invece opere come questa, ci sono 2 filoni di pensiero. Da un lato, ci sono artisti che vorrebbero consegnare qualcosa che duri il più possibile. Altri artisti lavorano molto sull’estemporaneità, e quindi poco gli interessa se l’opera rimane o non rimane.
In generale curo molto l’aspetto tecnico per far sì che i miei lavori durino il più possibile.
Ma mi piace anche vedere come i lavori si deteriorano nel tempo, senza parlare di grossi danni.
Ti faccio l’esempio di tutto quello che ho realizzato negli edifici dismessi: tornando sul posto potevo vedere la muffa, piuttosto che una crepa, e potevo anche utilizzare cose sul posto per integrare ulteriormente l’opera.
C’è una dimensione di gioco, proprio perché l’opera non è legata a un desiderio di durata.
È una dimensione poetica che si può vivere nelle opere e che può sussistere dal momento in cui abbiamo ampie possibilità di consegnarle al futuro.
Informazioni
- Antropìa è visitabile al Prologis Park di Castelnuovo di Porto (SDA3 – terzo polo di smistamento SDA) con accesso libero durante gli orari di apertura del centro: da lunedì a venerdì ore 7-21 e sabato ore 7-13
- Instagram: https://www.instagram.com/sensoale
(© The Parallel Vision ⚭ _ Redazione)
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