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Intervista: Gabriele Pignotta e “Tre uomini e una culla”

Costanza Carla Iannacone ha intervistato il regista di "Tre uomini e una culla", attualmente in tournée

Intervista: Pignotta in tournée con “Tre uomini e una culla”

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Gabriele Pignotta (foto: Facebook)

Un intellettuale napoletano soleva ripetere sempre nei suoi libri che “non mi fido di quelli che non ridono mai”. 

La commedia, nel suo genere, non ha mai avuto grandi apprezzamenti dalla critica.

Eppure nel tempo contemporaneo che stiamo vivendo sembra che la gente abbia dimenticato come si fa a ridere.

Sempre più drogati dai social, istigati dall’odio e dalle continue polemiche sui giornali, in tv e su internet.

Sempre più sottomessi dal politically correct

Di questo e di tanto altro ho parlato con Gabriele Pignotta, attore e regista di “Tre uomini e una culla“, divertente commedia a cui abbiamo assistito e che abbiamo recensito QUI.


Sei in tournée con questa opera omonima della pellicola dell’85 di Coline Serreau. Com’è trasporre un’opera cinematografica a teatro?

Guarda, hai centrato il punto.

In questo caso è successo questo: la stessa regista che 39 anni fa aveva fatto questo grande film di successo fece lei stessa l’adattamento teatrale mettendolo in scena a Parigi.

Il produttore con cui lavoro ha voluto fare la stessa operazione in Italia e l’ha affidata a me.

Perché proprio a me? Perché essendo io un commediografo, il 99% degli spettacoli che faccio li scrivo, li dirigo e li interpreto, quindi so maneggiare molto bene anche il testo.

La Serreau, una regista più cinematografica che teatrale, dopo tanti anni, ha sbobinato il film a teatro ma non è stata abile a tradurre un progetto cinematografico nel linguaggio teatrale.

L’ho fatto io perché il copione che mi era arrivato è proprio lo sbobinamento del film.

La Serreau non aveva contezza, a mio giudizio, di quelli che sono i meccanismi teatrali che invece sono necessari ai tempi di durata di una scena.

Come anche la presenza di personaggi inutili (che io ho tagliato), il livello di battute che non sono più efficaci perché è passato tanto tempo…

Quindi per me è stato molto molto impegnativo fare questo tipo di adattamento riportando un film degli anni ’80 sul palcoscenico nel 2024.

Conservando però lo stesso stile e la stessa ambientazione, mentre lei lo ha aggiornato ai giorni nostri. Quindi ho fatto un grandissimo lavoro di adattamento.

Hai cominciato la tua carriera facendo l’attore, poi sei diventato autore, sceneggiatore, commediografo e regista. Qual è il pozzo magico dove attingi per scritturare i testi? 

Nella mia sensibilità di osservare e attraversare la vita, e quindi tutto ciò che colpisce la mia sensibilità e il mio animo.

Quello che vedo, quello che vivo.

E anche dalla voglia di raccontarlo e dal divertimento di farlo a 360 gradi.

Scriverlo, dirigerlo (perché non lasci a nessun altro la capacità di reinterpretare ciò che tu hai scritto) e interpretarlo perché mi piace, perché lo so fare.

E quindi per me è tutto un unicum: la scrittura, la regia e l’interpretazione. 

Nel tuo percorso artistico c’è stato un modello/maestro a cui ti sei ispirato? Se sì, chi è?

No, non c’è stato.

Sono ovviamente contaminato da tutte le cose che ho visto, anche da spettatore, che rimangono a livello inconscio.

Ma ho scelto una strada che è solo mia e questo mi sta dando una forte identità.

Nelle mie opere c’è tantissima sitcom americana con cui sono nato perché trovo che a livello di battute, di dialoghi e di comicità di situazione è stato per me l’esempio più bello.

E ti parlo de “I Robinson“, de “I Jefferson“, di “Casa Keaton“, di “Friends“. E quindi lo stile della sitcom c’è nelle mie commedie.

Sicuramente c’è anche qualche meccanismo dei film di Totò, di Monicelli, di Troisi, di Verdone col quale poi ho anche lavorato, è chiaro che finisce dentro perché lo hai vissuto.

Però sempre con la volontà di creare il mio stile.

La cosa che mi fa piacere è che, ultimamente, mi dicono che si vede che è una commedia di Pignotta.

Insomma ho creato il mio stile per non scomparire nel magma degli artisti che fanno tutto quello che gli capita solo per fare soldi. 

Hai detto che la vecchia generazione di talenti lavorava tantissimo, mentre quella di oggi è più concentrata sul vendere la propria immagine. Quanto incide la televisione di oggi sui giovani e quindi, per l’effetto, sui social?

Totalmente. Oggi siamo nel regno dell’apparire.

La televisione si è piegata a questo “format”, chiamiamolo così.

E quindi sono ore e ore di contenuti in mano a dei deficienti che vendono la loro faccia, il loro gossip, la donna di turno, le corna di turno.

L’intrattenimento non è più affidato ad attori, registi, ballerini, musicisti, presentatori che fanno dei contenuti artistici.

Ma si intrattiene il pubblico con questi non contenuti che sono una rappresentazione di una realtà fallace, falsa, che è quella del niente.

E questo purtroppo è una scorciatoia proposta ai giovani.

Questi social hanno sdoganato il nulla e inculcano il pensiero che puoi fare soldi anche se non vali nulla.

C’è gente che fa i soldi solo perché hanno milioni e milioni di followers ai quali piace seguire queste stupidaggini. Siamo al degenero. 

Il teatro può ritenersi una specie di depuratore di tutto questo?

Sì ma a volte ci cade pure il teatro perché adesso i produttori, pur di non rimetterci, cercano il volto televisivo anche insignificante.

Potrei farti dei nomi ma non te li faccio ovviamente.

Ma se non sei niente non puoi fare niente.

Perché come alimenti la tua anima se tutto il giorno sei davanti a uno schermo a non fare nulla soltanto per il gusto di vedere quanti like raccogli?

Non alimenti l’anima, la conoscenza, niente.

Io spero ci sia presto uno schianto totale e si ritorni indietro perché questo andazzo è veramente orrendo.

Adesso non voglio fare quello che vede tutto nero.

Invece di incupirmi mi gaso, cerco un modello virtuoso e faccio divertire a teatro.

Poi cerco di veicolarti non solo i contenuti ma anche gli esempi di come si può essere leggeri ma virtuosi.

Tra la gente che viene a seguire i tuoi spettacoli qual è il gruppo più folto tra il pubblico: giovani o adulti? 

Purtroppo gli adulti. Quando i giovani vengono, scoprono che il teatro può essere figo, divertente e quindi poi tornano.

Però il teatro come istituzione allontana i giovani e quindi ne risentiamo tutti.

Sto lavorando per avvicinare i giovani e piano piano ci sto riuscendo perché il giovane esce entusiasta dalle mie commedie. 

E qual è il segreto per avvicinare la nuova generazione?

Usare un linguaggio aggiornato e non avere la presunzione dei grandi del teatro che sono stati corrosi dalla presunzione.

Ora siamo all’estremo opposto…

La presunzione, l’intellettualismo. L’autore che deve fare la roba di cui non capisce un fico secco nessuno così è bravo solo lui.

Io sono per un teatro popolare, nel senso che ci viene tutta la famiglia, capisce tutta la famiglia, senza fare cose non di qualità ma di grande qualità.

La presunzione e l’arroganza del teatro in tutte le sue forme, sia autoriali che istituzionali, hanno allontanato i giovani.

I quali di fronte a tutto ciò dicono: “Ma che barba che è il teatro!”. E hanno ragione. 

In “Tre uomini e una culla” si affronta con leggerezza il tema della genitorialità. Cosa vuol dire essere genitori oggi? È più difficile rispetto a ieri?

È più difficile perché si è più consapevoli. Abbiamo più strumenti noi genitori e quindi ci rendiamo maggiormente conto di quanta responsabilità abbiamo nell’allevare un essere umano.

Che non è solo un essere umano ma diventa poi un essere sociale.

E quindi siamo noi a dargli le coordinate che poi lo fanno esser anche un bravo cittadino, un bravo lavoratore, un bravo padre di famiglia.

Ci preoccupiamo delle sue emozioni, delle sue reazioni, di quello che una frase può dire o generare…

Ma questo non vuol dire che siamo tutti dei bravi genitori, no.

Perché a tutte queste responsabilità non sappiamo ottemperare per il discorso che facevamo prima, ovvero per la rincorsa ossessiva verso l’affermazione di sé.

Allora in quest’epoca che sancisce al 100% l’affermazione di sé, come posso io dedicarmi a un altro che è mio figlio, visto che sto ancora pensando a come celebrare me stesso?

Tempo fa si è creata una sorta di polemica attorno a una frase male interpretata di Paola Cortellesi in merito alla favola di Biancaneve. Tu come approcceresti alla lettura i tuoi figli? Fiabe, fumetti, libri?

Tutt’e 3 i generi, devono spaziare. Ogni genere ha la sua specificità. Come sempre sta accadendo si sta un po’ esagerando con il politically correct.

Bisogna lasciare anche le cose dove sono state messe, nel senso che alcune opere sono nate indubbiamente in una società patriarcale.

Ma non vanno esageratamente colpevolizzate perché all’epoca, in qualche modo, si sviluppavano in questo contesto.

Come la Serreau che 40 anni fa anticipava un modello: se sei padre, devi fare il padre.

Insomma il linguaggio si aggiorna, la cultura si aggiorna (tipo la Sirenetta di colore per sensibilizzare alla parità di genere).

Quindi non dobbiamo snaturare quello che è nato in diversi contesti.

Basta non somministrare ai propri figli certe cose, quindi ti posso leggere Biancaneve così com’è e poi ti faccio vedere una favola moderna o uno stesso cartone animato della Pixar.

Ne vedevo ieri uno con mia figlia che si chiama “Red” su cui stanno attenti a tutte le disuguaglianze, alla parità di genere, alle famiglie allargate ed è giusto così.

Quindi Biancaneve godiamocela così com’è, senza demonizzare chi la pensa diversamente da noi.

“Se ridi non sei una persona seria”. Questa la considerazione della commedia da parte della critica. Ti sei mai chiesto perché dopo tanti secoli non è mai mutata?

(Ride al motto, n.d.r.). Non è cambiata nella forma perché nella sostanza non è mai stata così.

I grandi successi popolari sono quelli della commedia a partire da Plauto fino ad arrivare a Totò.

Anche De Filippo usava l’ironia, per non parlare delle commedie degli anni ’60 di Monicelli, poi Troisi, Benigni e così via.

È un vizio di forma di chi si erge a intellettuale per cui secondo lui l’intrattenimento serio è quello che ha più valore, quando invece è esattamente il contrario.

Per far ridere devo lavorare, per fare roba pallosa e incomprensibile son capaci tutti.

È un complesso di inferiorità di chi la commedia non la fa. 

Umorista si nasce o si diventa?

Si nasce. Si nasce.

Si può insegnare a far ridere? 

Io riesco a insegnare ai miei attori a far ridere spiegandogli tecnicamente come si fa.

Ma non riesco a trasformare la loro indole tale da renderli fuori dal progetto che stiamo sviluppando idonei a far ridere.

Lo fanno perché mi seguono, ma se fuori dal palco non sono avvezzi o non sono portati a quel tipo di approccio ritornano nella loro identità.

È una decisione che prendi prima di nascere quella di ironizzare sulla vita, è molto legata alla socializzazione. È interessante discutere di questo.

Per esempio, la mia arma per entrare nel branco, per conquistare le ragazze è sempre stata l’ironia perché sapevo che era la medicina migliore.

C’è chi punta sulla bellezza, sulla prestanza fisica, su quanto sono bravo a giocare a pallone, su quanto sono intelligente, secchione…

Ѐ una decisione che avviene subito e coincide con il tuo approccio alla socializzazione. 

Quindi far ridere è come un talento? Cioè puoi anche allenarlo ma non vai oltre se non sei tagliato, giusto? 

Esatto. Come lo stronzo che non ti può insegnare a essere stronzo se non lo sei. Ci hai mai pensato? 

The Parallel Vision ⚭ _ Costanza Carla Iannacone)


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