Cultura

Intervista: Caroline Pagani, “L’attore è un alchimista”

Intervista: Pagani, “L’attore è un alchimista che ricrea la vita”

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Caroline Pagani

Eccellente attrice e drammaturga vincitrice di tanti premi in Italia e all’estero, Caroline Pagani è stata da sempre immersa nel mondo della cultura e del teatro in particolare.

Assorbendone l’essenza e la bellezza e trasformando questa immensa passione nel lavoro della sua vita.

A pochi giorni dalla vittoria del Premio Fersen a Milano per il suo “Mobbing Dick“, Caroline mi ha raccontato molto della sua parabola umana e professionale.

Tenendo sempre bene a mente che “l’attore è una sorta di alchimista che ricrea la vita o un suo specchio, apre una finestra sul mondo“.


Mi racconti da dove nasce la storia artistica di Caroline? 

A 5 anni avevo già scelto, lottando anche contro la famiglia.

Avevo un fratello artista che da bambina mi portava a teatro, Herbert Pagani. Da piccolissima ho visto i suoi concerti all’Olympia a Parigi.

Giorgio Strehler, Valentina Cortese, Andrea Jonasson erano vicini di casa.

Poi, lavorando, anche come attrice e pagandomi gli studi, mi sono laureata in Storia del Teatro e poi in Scienze e Tecniche del Teatro in Drammaturgia.

Contemporaneamente ho vinto una borsa e ho studiato anche allo Stella Adler Academy of Acting di New York.

Ho alternato il lavoro da attrice scritturata a quello di artista indipendente.

Quest’ultimo è faticosissimo, mentre il primo è un lusso perché ti affidi, hai meno responsabilità, ma dona soddisfazioni impagabili.

Con questo ho vinto molti premi, in Italia e ancor più all’estero.

Da quanti anni fai questo lavoro? E da allora com’è cambiato il tuo modo di intraprendere iniziative artistiche?

Da molti. Tranne un periodo in cui mi sono dedicata alla carriera universitaria presso il Dipartimento di Arte, Musica e Spettacolo all’Università di Milano.

Prima mi interessava fare quasi solo l’attrice scritturata.

Poi oltre alla recitazione ho studiato drammaturgia e regia, scenografia, costume.

E allora, quando non possibile altrimenti, mi sono messa a curare tutti gli aspetti della messa in scena.

Vorrei occuparmi solo ed esclusivamente di recitazione, canto, scrittura e regia.

Ma purtroppo a volte bisogna fare anche gli imprenditori di sé stessi, tocca occuparsi pure di fund raising e di distribuzione…

Hai appena ricevuto il Premio Fersen alla regia per “Mobbing Dick”. Un riconoscimento importante al tuo lavoro

Fa piacere, anche se più che altro servono a non arrenderti, a darti la forza per continuare a credere in quello che fai, ad affinare.

A perfezionare i tuoi talenti e il tuo lavoro e a non mollare e andare avanti.

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Raccontami qualcosa in più su questo spettacolo

Mobbing Dick” è uno spettacolo brillante, ironico, divertente che tratta il tema del mobbing nel mondo dello spettacolo.

È una riflessione su Eros e Potere, ai tempi di Shakespeare come ai giorni nostri.

Si slitta dalla dimensione del rapporto fra un sedicente regista e un’attrice, catapultata in un’audizione-incubo, al mondo shakespeariano di personaggi femminili e maschili, anche un animale.

In un continuo entrare e uscire dal personaggio dell’attrice a vari eroi, anche quelli del dramma noirMisura per Misura“.

Dove lo scambio, allora come oggi, assurge al ruolo di ineludibile legge morale.

Al momento di cosa ti stai occupando? 

Di cantare, sempre e tanto, mi piace moltissimo, è per me una forma di meditazione.

Quando canto sono felice, dimentico per un po’, almeno per il tempo delle canzoni, delusioni, ingiustizie, le brutture del mondo…

Mi sto occupando di trovare una produzione, seria, collaborazioni e sostegni per uno spettacolo musicale.

Prima della pandemia alcuni teatri stabili erano disposti a produrlo, ora si fa ancora più fatica, anche se è diventata un po’ una scusa…

Ho anche lanciato una campagna di crowdfunding, oggi per i progetti culturali si fa anche così, ma molti, soprattutto i meno giovani, purtroppo non lo comprendono, lo fraintendono totalmente.

Di realizzare gli arrangiamenti e un video musicale per una canzone di mio fratello Herbert, “Palcoscenico“, che mostri il mondo del teatro in tutte le sue forme: prosa, lirica, danza, marionette…

Anche dal punto di vista del backstage e di una città-palcoscenico per eccellenza: Venezia.

Parlami delle iniziative che hai in mente per i prossimi mesi

La realizzazione di un album con canzoni e testi di Herbert Pagani. Poi di uno spettacolo musicale.

E la distribuzione dei miei lavori all’estero e nel nostro disperante e affatto meritocratico Paese.

Vorrei riuscire a fare più cinema, anche per questo mi sono trasferita a Roma.

Capita anche che alcune agenzie invece di valutare curriculum e foto ti chiedano “Ma chi è che te manna a tte, ghi gonossci, di ghi sei amiga?”.

Il film “La Grande Bellezza” è una fiaba in confronto a certa realtà, a Roma.

Vorrei trovare uno spazio, metter su un teatro in cui scegliere, accogliere artisti.

Dare visibilità alle loro creazioni senza scambismi ma secondo i soli criteri della preparazione, del talento, dell’intelligenza, della bellezza, del merito. 

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Dimmi un progetto artistico di cui vai particolarmente fiera

Credo che forse potrei permettermi di andare fiera di tutti i miei progetti artistici, soprattutto perché non devo dire grazie a nessuno (anche se mi piacerebbe).

Li ho voluti, concepiti, gestati, partoriti, cresciuti, curati tutti con le mie sole forze.

Senza calci, senza particolari mentori (i miei mentori erano uomini che purtroppo non ci sono più e che comunque prediligevano il mondo maschile) senza aiuti né compromessi o raccomandazioni di nessun genere.

Anzi, ho anche dovuto combattere pregiudizi e alibi di chi magari preferisce non includerti solo perché esisti.

Vado fiera di “Hamletelia” perché gira da più di 10 anni, soprattutto all’estero, dove ti scelgono per il tuo lavoro.

Di “Mobbing Dick” perché è uno spettacolo politico, civile, che tratta un tema tanto delicato quanto diffuso.

Di quelli attuali musicali perché mi ci sto dedicando con studio, amore e passione da tempo, perché sono delle imprese titaniche, quindi anche delle sfide.

In cui mi sono immersa con tutte le mie forze, facendo molti sacrifici.

Di “Luxuriàs“, spettacolo dantesco su Francesca da Rimini.

Di “Teatreide“, un viaggio nella storia del teatro dall’antichità alla contemporaneità.

Infine, spero, di quelli che scriverò: “Desdemona. Amore e morte a Venezia” e “Wicked: Cattive“.

E un libro, su Shakespeare e le arti visive.

C’è una cosa che un’attrice non deve mai fare e un’altra invece che va sempre fatta?

Non giudicare, non parlare di nessuno, in alcun modo se non in presenza.

Qualunque parola può essere interpretata, riferita in maniera distorta.

Ovviamente non solo gli attori ma chiunque. Lo sport preferito dei teatranti, si sa, è la chiacchiera.

Cercare di mettersi nei panni dell’altro.

Soprattutto non smettere di studiare mai. Essere onnivori, nutrire la propria anima di libri, film, spettacoli, concerti, vita, musica, esseri umani.

In fondo l’attore è una sorta di alchimista che ricrea la vita o un suo specchio, apre una finestra sul mondo.

Siamo 8 miliardi di persone su questo pianeta, 8 miliardi di vissuti, di storie…

Più quelli di coloro che non sono più sulla Terra con cui l’attore in scena si mette in contatto e dialoga: gli autori, i personaggi… Un’infinità…

Mi descriveresti il lavoro artistico di Caroline Pagani con un’immagine e con 3 parole? 

Questa è difficile…

Parola, (scenografia verbale), emozione, atmosfera.

Ma anche alchimia, sinestesia, immaginazione, visione… Rendere visibile l’invisibile.

L’espressione: “Io sono noi”.

Forse è più semplice coi titoli dei film: “Mujeres al borde de un ataque de nervios“, “Hable con ella” di Pedro Almodovàr, “Midnight in Paris” di Woody Allen.

Gli spettacoli “Hamletas“, “Otelas“, “Makbetas” del visionario, geniale, poetico regista Eimuntas Nekrosius restano alcuni dei mondi più belli, profondi, umani ed emozionanti a cui mi sia capitato di assistere.

The Parallel Vision ⚭ _ Paolo Gresta)

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