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Panta, una band romana agli Abbey Road Studios: Episodio 2

Panta, una band romana agli Abbey Road Studios di Londra: Episodio 2

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Prosegue oggi il racconto in 3 puntate dell’avventura dei Panta a Londra!

In esclusiva vi facciamo entrare con la band romana capitanata da Giulio Pantalei negli studi di registrazione più famosi del mondo, dove i Panta hanno inciso il nuovo disco che si preparano a pubblicare.

Giulio ci ha regalato questo bellissimo diario di bordo dell’esperienza appena conclusa in Inghilterra da parte del suo gruppo e assieme a voi riviviamo tutte le emozioni che hanno portato i Panta in alcuni dei templi più sacri della musica rock mondiale.


Day 1-2: Battery Studios

Ma che posto sono i Battery Studios?! No, dico, ma che cazzo di posto pazzesco sono?!  

Se Abbey Road è sacra, è patrimonio dell’immaginario comune, è la San Pietro della musica mondiale, i Battery Studios potrebbero invece essere San Carlino alle Quattro Fontane.

Sai che l’hanno costruita dei visionari e che tutti gli artisti che percorrono una certa spirale verso il basso per poi guardare meglio in alto sono passati di lì.

Ma rimane una perla dalla lucentezza oscura perlopiù ignota alle masse. È un posto segreto, soprattutto per qualcuno che viene da fuori.

Ecco, i visionari che hanno messo in piedi questi studi si chiamano Flood e Alan Moulder, 2 che non hanno bisogno di presentazioni.

Mentre gli artisti che l’hanno popolata si chiamano, vado random e me ne dimentico tanti:

  • Arctic Monkeys (che lì hanno registrato il secondo capolavoro, “Favourite Worst Nightmare“)
  • Depeche Mode
  • Editors
  • Killers
  • Nine Inch Nails
  • Smashing Pumpkins
  • My Bloody Valentine
  • Queens of the Stone Age
  • Iron Maiden
  • addirittura Robbie Williams dei tempi d’oro 90s

Ad aprirci è Ed Farrell, un giovane e brillante tecnico del suono, che oltre a metterci super a nostro agio ci guida nelle stanze meravigliose di questo posto.

La room è molto grande e ha una forma particolare, è costruita al minimo dettaglio secondo i criteri acustici voluti dai 2 fondatori, con pannelli mobili e sipari per sperimentare ogni soluzione sonora.

La luce è qualcosa di magico, perché penetra da delle sottili finestre poste in alto che la rifrangono su degli enormi specchi e la fanno espandere come fossero degli amplificatori.

In cima alla stanza svetta un ritratto di David Bowie nei panni di un alto ufficiale ottocentesco: “Questo ce lo regalò lui in persona quando venne a salutarci”.

Le descrizioni sono roba del tipo sì, quel piano suona in modo incredibile, lo abbiamo preso da Roger Waters o quell’ampli veniva dalla serie di The Edge.

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“La prima band italiana a registrare qui”

Paolo (Violi, il producer del disco, ndr) nel frattempo dispone meticolosamente tutte le stanze degli amplificatori e fa avanti e indietro da lì alla control room per impostare i settaggi del banco straordinario con cui registreremo.

Lo osserviamo ammirati e ci sembra quasi un ingegnere aerospaziale che prepara il decoll.

Chiediamo a Ed quali sono gli ultimi gruppi che ha registrato lì e se a sua memoria c’è mai passata una band italiana.

Ci risponde che solo negli ultimi 9 mesi ha registrato lì i dischi nuovi di White Lies, Interpol e di un’altra artista pazzesca che amiamo (ma di cui non possiamo dire il nome perché non l’ha ancora annunciato pubblicamente).

Poi aggiunge: “A mia memoria direi che siete la prima band italiana a registrare qui. You have to be good now…” e ci sorride.

I battiti aumentano un po’. Sentiamo tutta la pressione e l’onore di esser lì.

Prendiamo gli strumenti e questa adrenalina si trasforma in note e in chimica tra di noi. Non sappiamo definirlo, è semplicemente magia.

Al lavoro ad altissimo livello

Si lavora ad un livello altissimo, è come se ti ritrovassi all’improvviso, out of the blue, a giocare nel Manchester City o nel Barcellona e dovessi far vedere quanto vali.

Forse è la sessione di registrazione più intensa fatta in vita nostra: 12 ore filate, con mezz’ora di pausa per il pranzo e un caffè. Dalle 10 di mattina alle 10 di sera.

4 brani è il nostro record personale.

Libero e Davide mettono le fondamenta di ogni pezzo che dobbiamo suonare, incollati come la fottuta figurina che con attenzione da bambino mettevi sull’album e ti veniva perfetta.

Io e Giordano dialoghiamo con le chitarre come per costruirci la trama sopra.

Paolo, oltre che da produttore, ci fa da allenatore: motiva tutti e dà consigli sull’intenzione e sull’attitudine con cui suonare certi passaggi e certe dinamiche.

Sulla mia voce, in particolare, fa un lavoro nevralgico: sa che il mio essere cantante è principalmente un fatto emotivo più che tecnico e lavora con me prima di ogni take vocale su quello che voglio esprimere con le parole che ho scritto e soprattutto su “come” voglio farle arrivare.

Davide, Giordano, Libero e Ed sono nella control room e mi supportano dopo ogni registrazione.

Tutto viene fuori come deve venire, voci fatte.

Riff, assoli, inserti vari ed eventuali, piccole sperimentazioni completano il quadro e ci ritroviamo alle 10 passate felicemente prosciugati di ogni energia.

Abbiamo veramente messo tutto quello che avevamo per le registrazioni di questi pezzi, like it was meant to be

Storditi dalle emozioni provate

Invitiamo anche Ed a cena con noi pensando che dopo tutto quel lavoro ci avrebbe gentilmente disertato ma ci dice che si è trovato bene con noi e che viene volentieri.

Abbiamo in effetti una fame assurda a quell’ora, ma ci si ricorda presto sul campo che dopo le 9 non è facile trovare cucine aperte in UK. Bere quanto te ne pare, ma mangiare è un terno al lotto dopo una certa ora. Fuck!

Ci mettiamo a girare per Willesden alla disperata ricerca di un posto, ma niente. Libero trova dal cellulare un turco abbastanza quotato aperto fino a mezzanotte, Lezizz.

Iniziamo a scherzare con Ed cercando di fargli capire il doppio senso di quella parola nei dialetti nostrani.

Rispetto alla sontuosità anche un po’ pacchiana del ristorante sembriamo una banda di turisti in libera uscita con la fame chimica, ma in realtà siamo solo storditi dai volumi suonati e dalle emozioni provate.

All’inizio ci guardano un po’ strano ma poi vedono gli strumenti con noi e ci prendono in simpatia.

Ed mi chiede di provare a spiegargli di cosa parlo nei testi, io a mia volta provo a spiegargli il mio rapporto con la poesia e la letteratura, gli racconto del phd a Cambridge e lui mi fa: “Wow, you’re a proper writer mate!” (magari, troppo buono, my dear).

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“Se a Roma ci sono gruppi come voi…”

Con la cena riprendiamo un po’ di forze e iniziamo a pianificare le cose per l’indomani, alla volta di Abbey Road.

Ringraziamo e salutiamo affettuosamente Ed, che prima di andar via ci dice delle frasi che illuminano ancor di più retrospettivamente la giornata e che si tatuano all’istante dentro di noi. Non serve scriverle. Non le dimenticheremo.

Infine, sinceramente incuriosito, ci chiede in modo candido: “Beh, se a Roma ci sono gruppi come voi la scena indipendente sarà piuttosto fertile e seguita, giusto?”.

Sbottiamo quasi a ridere e gli rispondiamo: “A dire il vero…”.

Ma questa è un’altra storia e in questo momento, almeno a Londra, non ce ne frega proprio niente.

Anzi, siamo arrivati fin qui proprio per provare nel nostro piccolo a invertire la rotta, almeno la nostra.

Prima di addormentarmi ripenso a queste parole e faccio la mia meditazione.

Parafrasando i Blues Brothers, siamo in missione per conto del karma e dell’indie rock. 

E domani questo karma ci porta ad Abbey Road.

Amen.

(Continua domani)

The Parallel Vision ⚭ ­_ Giulio Pantalei)

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