Cultura

#Intervista: Alonzi, “Supernova è il frutto di una catarsi”

#Intervista: Roberta Alonzi, “Supernova è il frutto di una catarsi”

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Roberta Alonzi

Supernova” è il romanzo d’esordio di Roberta Alonzi, esperta di comunicazione digitale che lavora da sempre con le parole.

Il libro, pubblicato da Eretica qualche tempo fa, ha riscontrato già un ottimo successo di critica e il pubblico ha iniziato ad amarlo da subito.

Ho chiesto a Roberta di raccontarmi la storia dietro la stesura del suo romanzo e qualcosa in più sul suo percorso artistico e professionale che da Sora l’ha portata a Roma, dove ha dato alla luce il libro dopo una lunga e travagliata gestazione.


Mi racconti da dove nasce la storia letteraria di Roberta? 

La scrittura, nelle sue diverse declinazioni, è sempre stata una componente importante della mia vita, ma la mia storia letteraria nasce nel 2018, a un anno dalla perdita di mio nonno.

Raccontare la storia di cui parla “Supernova” è qualcosa che non ho esattamente scelto di fare, mi è frullata in testa per molto tempo, il processo di elaborazione è stato lunghissimo.

Finché ho capito non solo che quella voce nella mia mente non si sarebbe zittita, ma anche che l’unico modo per uscire da qualcosa era attraversarlo, che era il giunto il momento di liberare quello che cercavo di intrappolare dentro di me.

Di elaborare il lutto.

E da sempre, l’unico modo che conosco per fare i conti con il dolore, per esorcizzarlo, è la scrittura.

C’è questa bellissima raccolta di poesie di Antonia Pozzi che si intitola “Guardami sono nuda”, che è un po’ una metafora di quello che ho vissuto con questa storia.

Perché scriverla è stato proprio questo: lo spogliarsi di tutto il carico emotivo che mi portavo dentro, lasciando fluire qualunque emozione, finché non sono rimasta nuda con la realtà, con la verità, senza orpelli.

Supernova” è il frutto di una catarsi. 

Parlami dei libri che ti hanno fatta crescere: cosa ti piace leggere, soprattutto? 

Questa è una domanda alla quale non riesco mai a dare una risposta specifica perché mi piace leggere cose anche molto diverse tra loro.

Ma dovendo sintetizzare, posso dire che sono cresciuta principalmente leggendo gli scrittori del Neorealismo italiano e molti di quelli che aderirono negli anni ’60 al Gruppo 63 (Calvino, Pavese, Moravia, Pratolini, Maraini, Bassani, Sanguineti).

E al contempo tantissima letteratura americana, da Thoreau a Melville, passando per i poeti della beat generation fino al filone più contemporaneo: Hemingway, Fitzgerald, Faulkner, Dos Passos, Capote, Malamud, Roth, Didion, Nelson etc…

Sono una lettrice accanita di racconti e anche qui gli autori e le autrici americane detengono, per me, il primato assoluto: Raymond Carver, J.D. Salinger, Flannery O’Connor, Joyce Carol Oates.

Amo gli scrittori postmoderni e legati alla corrente del realismo magico, in particolar modo Cortazar, Borges, Bolaño, De Lillo, Auster, Flaiano, Ortese, Eco, Eggers, McCarthy, Vonnegut, Wallace.

E leggo tantissima poesia.

Ultimamente, grazie al lavoro di una casa editrice che adoro, la Black Coffee Edizioni, sto scoprendo molti autori e autrici, ma anche poete/i più contemporanei.

“Supernova” è il tuo primo romanzo. Di cosa si tratta e come hai lavorato sulla stesura del testo ?

Supernova” è un viaggio nella geografia dei ricordi.

Incentrato sui temi della perdita e dell’importanza di preservare la memoria, il libro parte da un’esperienza personale per raccontare la storia di Vittorio, un uomo la cui vita verrà stravolta dal sopraggiungere dell’Alzheimer.

A raccontare la sua storia saranno 3 generazioni di donne, la cui vita è indissolubilmente legata alla sua.

È grazie ad esse se Vittorio continuerà a vivere nei loro ricordi, riscattandosi dalla condanna di un’intera vita precipitata nell’oblio.

La stesura del libro è stata molto lunga: ho iniziato nell’inverno del 2018 e se per la prima bozza ci sono voluti poco più di 3 mesi, le infinite revisioni, i taglia e cuci, i periodi di abbandono e le lotte con i personaggi, invece, hanno richiesto più di 3 anni.

La parte più difficile della scrittura è la continua riscrittura. 

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Chi è Vittorio, il protagonista del libro?

Ci sono 2 personalità che convivono in Vittorio: da una parte c’è  quello che potremmo definire un uomo tutto d’un pezzo, un gran lavoratore, curioso, audace, ambizioso, un intellettuale.

Dall’altro quello sempre pronto a far ridere e sorridere, a raccontare storie e a mettere in scena rappresentazioni teatrali.

Entrambe le sue personalità vengono sconvolte dal sopraggiungere di una malattia neurodegenerativa che fa saltare in aria quel “congegno apparentemente perfetto” costituito dal sistema nervoso centrale, dove risiede il cervello.

Causando nel tempo non solo la perdita del linguaggio ma anche della memoria.

Si troverà così costretto a dover fare i conti con questa spaventosa malattia, tra il rifiuto di accettare la nuova condizione e la paura di vivere un eterno oblio. 

Secondo te c’è un problema di genere all’interno della letteratura italiana?

Vorrei tanto dire di no, ma purtroppo credo che ancora oggi esista questo problema.

Lo vediamo già a partire dalla scuola: lo studio della donna nella letteratura è da sempre marginale, se non del tutto inesistente.

Si studiano i poeti ma non le poetesse, gli scrittori, i pittori, i cineasti, ma pochissimo si parla di scrittrici, pittrici e cineaste.

Era così quando io andavo al liceo e temo sia ancora così negli odierni programmi scolastici.

Ritengo ci sia una necessità di aggiornare le antologie ma anche di coinvolgere alunni e alunne in discussioni su queste tematiche.

Per fortuna, negli ultimi anni, anche grazie all’emergere di festival e appuntamenti dedicati alle donne, si è riusciti far emergere la questione di genere.

Oggi le scrittrici che vengono pubblicate sono molte di più che in passato, trovano spazio per parlare dei loro libri, spazi prima preclusi perché riservati ai soli uomini.

Questo, a mio avviso, è un grande passo avanti ed è importante che si continui in questa direzione.

Come ritengo che sia importante non escludere il genere maschile da questa discussione. Solo ribaltando gli stereotipi che da sempre ruotano attorno alla figura della donna si può produrre un cambiamento.

Ma lo stereotipo nasce nell’uomo ed è a lui che dobbiamo parlare, altrimenti diventa una riflessione autoreferenziale.

Mi dici un’autrice che per te è da sempre una musa ispiratrice e un’altra invece che reputi un talento emergente? 

Una scrittrice imprescindibile è sicuramente Joan Didion. Tutto ciò che ha scritto, dai romanzi ai saggi, fino gli articoli di giornale, è sempre stato di grande ispirazione per me.

Il suo è stato un lavoro libero, coraggioso, che è riuscito ad abbracciare e a far convivere la dimensione più intima e privata dell’essere umano con quella della società in cui vive.

Una donna che ha esorcizzato il dolore attraverso la sua arte, senza mai scadere nel banale o nell’autocommiserazione, ma con raffinata sensibilità.

Rileggo le sue opere come se fosse sempre la prima volta.

Un talento emergente, invece, direi Laura Pezzino.

Ho letto recentemente il suo libro “A New York con Patti Smith”, che è, come lei stessa la definisce, una “geobiografia”, che ripercorre le tappe del passaggio di Patti Smith nella città di New York.

Seguo Laura da molto tempo, è una giornalista talentuosa.

Ha un modo di parlare dei libri e degli autori che va sempre oltre il visibile, non si ferma mai alla superficie delle cose, gratta via ogni strato per far emergere la vera anima delle persone. 

Quale è secondo te il pubblico-tipo di Roberta Alonzi?

Non saprei, anche perché questo è il mio primo libro.

Non credo di avere già un pubblico ben definito, ma quello che ho notato durante le presentazioni o parlando con le persone che hanno letto “Supernova” è la loro incredibile capacità di immedesimarsi.

Di mostrarmi quanto la mia storia le abbia coinvolte o aiutate a rivivere qualche esperienza personale.

Ecco, forse è proprio questo che amo di più nel pubblico e che mi sorprende ogni volta: riuscire a ritrovarmi negli occhi e nelle parole degli altri.  

C’è una cosa che una scrittrice non deve mai fare e un’altra invece che va sempre fatta? 

Personalmente ritengo che l’ultima preoccupazione di una scrittrice dovrebbe essere quella di assecondare il pubblico di potenziali lettori o critici letterari.

Costruire le proprie storie tenendo in considerazione i gusti di un’ampia e omogenea platea, snaturando i propri pensieri, le proprie idee, per vendere di più, per paura dei giudizi altrui o di non essere mainstream, per me equivale a tradire la scrittura e ciò che noi siamo in rapporto ad essa.

Credo quindi che ogni scrittrice che si ritenga realmente tale non dovrebbe mai scendere a compromessi o cedere a lusinghiere e aleatorie promesse di successo.

Così come credo, e questo posso dirlo per diretta esperienza personale, che sia necessario rifiutare qualunque proposta che provenga dall’editoria a pagamento.

La scrittura non è una transazione economica, non si tratta di scambiare beni di consumo in cambio di denaro.

La cultura nel senso più ampio del termine non dovrebbe mai rispondere alle logiche del mercato. E dico non dovrebbe perché purtroppo, invece, molte volte, è esattamente ciò che fa.

E qui mi ricollego alla seconda parte della domanda.

Credo che la cosa più difficile, e al contempo fondamentale, sia quella di restare fedeli a ciò che si è, rispettare sé stessi e il proprio lavoro, anche a costo di non piacere a tutti o di non vendere milioni di copie.

Solo così ci si potrà guadagnare la fiducia dei propri lettori ed essere apprezzati per ciò che si è.

Per me è una questione di libertà e di onestà intellettuale. 

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L’emergenza Covid quanto ha inciso sul tuo lavoro? 

È innegabile che questi anni di pandemia abbiano, in qualche modo, inciso non solo sulle nostre vite ma anche sul nostro lavoro e su nuovi modi, che tutti abbiamo sperimentato, di rapportarci ad esso.

Il libro non è nato durante l’emergenza Covid ma è dentro questa dimensione che ha trovato il coraggio di mettersi in gioco, di uscire dal perimetro rassicurante del pc e della mia mente.

È in questa fase che ho ripreso la scrittura iniziata anni prima, o meglio le sue infinite riscritture e revisioni.

L’impatto che questa nuova dimensione spazio temporale ha avuto nella mia vita personale, in termini di riformulazione delle priorità, delle necessità e dei desideri, è stato enorme e ha investito anche l’ambito lavorativo.

Rispetto alla scrittura, in particolare, mi ha fatto comprendere che non avrei dovuto inseguire la perfezione.

Che alla fine avrei sempre trovato qualcosa da modificare, da riscrivere, da cancellare.

Quello che dovevo fare era avere il coraggio di lasciarlo andare.

Probabilmente, senza la pandemia, ci avrei messo molto di più a capirlo. 

Parlami delle iniziative che hai in mente per i prossimi mesi

Con l’arrivo della primavera ho ripreso a organizzare presentazioni del libro, a partire da quelle che erano state annullate per l’aumento dei contagi registrati nei mesi passati.

Sono ripartita dunque dalla mia città di nascita, Sora, lo scorso 16 aprile e la prossima data sarà il 16 giugno a Napoli per la rassegna “Letture al bistrot”.

Dimmi un progetto artistico di cui vai particolarmente fiera

A proposito di pandemia, è sempre in questo periodo che insieme al mio compagno, Tito Russo, abbiamo ideato un piccolo format “Sillabe di note e seta”, che è andato in diretta su Instagram.

Nel periodo del lockdown ho letto, tra le varie cose, molti libri di poetesse e ho iniziato a pensare a quanto si parlasse, ancora oggi, così poco di loro.

E qui mi ricollego al discorso di genere di cui prima e al fatto che molte di loro sono state censurate dalla società e /o dai regimi in cui hanno vissuto, costrette spesso a un vero e proprio esilio artistico.

Molte hanno lottato contro un sistema patriarcale che le voleva relegate a ruolo di madri e custodi del focolare riversando nell’arte tutto il dolore, la frustrazione di questa condizione, ma anche le loro speranze.

Ho pensato a quanto ciò riguardasse in generale le donne nel mondo delle arti, incluso quello della musica.

E così è nata l’idea del format, dalla volontà di portare alla luce la storia di queste donne per conferire loro la dignità che meritano.

Una sorta di omaggio alle poetesse e alle artiste che hanno vissuto nell’ombra, a quelle che hanno avuto il coraggio di sperimentare, di sfidare un sistema che le voleva zittire.

A loro modo, tutte hanno compiuto un atto rivoluzionario.

Mi descriveresti il lavoro artistico di Roberta Alonzi con un’immagine e con 3 parole?

Se dovessi pensare a un’immagine rappresentativa probabilmente ti direi una costellazione.

Il più delle volte ho l’impressione di muovermi sulla Terra come una stella che vaga nel cosmo, libera, senza appigli, sempre in preda a una tempesta stellare.

Altre volte, invece, è come se riuscissi a mappare me stessa nel caos dell’universo.

Come quando tratteggi con una linea dei puntini apparentemente isolati nello spazio, ma che alla fine assumono le sembianze di una figura o di una costellazione.

La scrittura, per me, è la sintesi di queste fasi.

3 parole? Antropologia, poesia, magia.

The Parallel Vision ⚭ _ Paolo Gresta)

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