Cultura Teatro

#Recensione: “Adolf prima di Hitler” al Teatro Lo Spazio

#Recensione: “Adolf prima di Hitler” sul palco del Teatro Lo Spazio

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Dal 3 al 6 marzo è andato in scena al Teatro Lo SpazioAdolf prima di Hitler” di Antonio Mocciola con la regia di Diego Sommaripa.

Il racconto è tratto dalla biografia “Il giovane Hitler che conobbi” di Gustav Kubizer che parla dei suoi 4 anni passati assieme ad Hitler, all’inizio del ‘900 a Vienna.

L’irreperibilità di tale scritto rende ancora più prezioso il fatto di essere spettatori di questa pièce.

“Adolf prima di Hitler”: lo spettacolo

Il sipario si apre su uno spoglio monolocale di Vienna: umido, oscuro, riscaldato a malapena da una stufa a cherosene il cui fumo maleodorante tutto pervade, specie il respiro dei 2 giovani che lo abitano.

I ragazzi, ventenni, sono Gustav Kubizek (Francesco Barra), un giovane figlio di un tappezziere che si trova a Vienna per studiare al conservatorio e diventare un direttore d’orchestra.

E Adolf Hitler (Vincenzo Coppola), un ragazzo un po’ strano, che sovente sparisce di casa per diversi giorni lasciando il giovane Gustav in preda alle pene della disperazione, a vagare in giro per la città alla ricerca del suo amico che, come ogni volta, volontariamente scompare.

Scompare. Ma dove va? In giro.

Girovaga per il quartiere delle prostitute, va ad ascoltare le persone che lamentano un malessere generale e l’insoddisfazione nei confronti della politica attuale, prende parte ai comizi.

E quando torna a casa, come nulla fosse, alla domanda: “Adolf ma dove sei stato? Io ero in pena per te?” lui, noncurante, risponde: “sono stato in giro a vedere e ascoltare la gente perché devo capire”.

Ma capire cosa?

Lo scoprirà il mondo intero, amaramente, più tardi.

Il rapporto tra Adolf e Gustav

Durante il giorno Gustav va a lezione al conservatorio mentre Adolf passa le sue giornate in casa a disegnare e progettare nuove infrastrutture per Vienna.

Il vecchio ponte andava abbattuto per costruirne uno nuovo, da lui disegnato, perfetto.

La costruzione del Reich, la purezza della razza.

A idee geniali si alternano ragionamenti assurdi.

Gustav prova ma proprio non riesce a comprendere il suo amico.

È un bravo architetto, sa ben disegnare, ma perché non cerca un lavoro? 

Perché non può, perché deve riflettere, perché deve prima “capire”.

Il monolocale dove vivono è di proprietà della signora Zakreys (Chiara Cavalieri), una donna un po’ ambigua abbandonata dal marito infedele fuggito a Roma.

La signora ha percepito lo strano rapporto che c’è tra i 2 ragazzi.

Ha forse capito che sono più che semplici coinquilini.

È a conoscenza delle fughe di Adolf ma non si pone troppe domande: l’importante è che siano puntuali nei pagamenti, e che non siano ebrei.

Anche il giovane Adolf è conscio che l’amico Gustav nutre dei sentimenti per lui, sentimenti che in cuor suo sa di ricambiare: è geloso delle ragazze a cui Gustav dà lezioni di musica.

Ma nella quotidianità, forse per celarlo a sé stesso, ha sempre un atteggiamento di aggressiva superiorità nei confronti del compagno, è tendente al comando e all’imposizione.

Un atteggiamento che da subito risulta familiare.

Adolf, che tra i 2 è il più minuto, malandato a causa del cherosene, meno colto, è anche colui che vuole dimostrare esattamente il contrario: è lui quello più geniale, che non può sprecare il suo tempo lavorando.

È lui quello superiore.

Gustav, invece, è una nullità servo di un sistema che vuole tutti mediocri e Hiter non risparmia mai un’occasione per sottolinearlo.

I pochi oggetti di scena fanno sì che l’attenzione sia tutta concentrata sui rapporti intimi, nascosti e segreti che intercorrono tra il futuro dittatore e il suo coinquilino.

Adolf e le origini ebraiche

Come la scenografia si mostra spoglia, così anche i 2 protagonisti: sono frequenti le scene di nudo e seminudo come a voler mostrare il tipo di intimità e quotidianità “anomala” che c’è tra i personaggi.

Gustav, totalmente succube di Adolf, lo segue in ogni sua stramberia, lo supporta in ogni suo progetto, annulla sé stesso pur di compiacerlo.

Adolf, invece, è poco incline all’ascolto, non bada ai sentimenti né si preoccupa di ferire, è tutto concentrato sul suo “progetto”.

Un giorno, proprio mentre Adolf è appena uscito dalla doccia, coperto da un asciugamano in vita, entra in casa loro la signora Zakreys: ha saputo che Adolf Hitler è ebreo. 

La donna inizia a inveire su Adolf che si trova seminudo, piccolo, vulnerabile e non ha la forza di difendersi.

Lo fa però Gustav che controbatte garantendo a gran voce per il suo amico che no, non è affatto ebreo. Lo era, forse, sua nonna.

La donna però insiste, urla e inveisce: vuole le prove.

Gustav, ormai esasperato strappa di dosso ad Hitler l’asciugamano che lo copriva, per mostrare una volta per tutte che no, non è assolutamente circonciso.

E invece sì.

E come se ne rende conto si fionda ad abbracciare la vita del compagno per nasconderlo, come a proteggerlo. 

Adolf è ebreo.

Non l’ha mai detto, se ne vergogna. 

Odia sé stesso.

Fugge.

Gustav cerca in ogni modo di farlo tornare a casa, ha bisogno di lui, non può stare senza di lui. Lo ama così com’è.

Ma ormai Hitler si trova in proscenio, in piedi su una sedia, col braccio destro alzato nel saluto romano circondato dall’acclamazione generale. 

Ormai è troppo tardi.

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Il corso della storia e il peso delle parole

La signora Zakreys, col senno di poi, trova assurdo che abbia avuto Adolf Hitler, sì proprio quel Adolf Hitler, in casa sua per tutto quel tempo. 

Si sente in colpa per le sue parole che, forse, hanno spinto quello che era un giovane strambo a compiere un gesto così profondamente folle.

Il corso della storia sarebbe potuto andare diversamente, se lui fosse stato compreso? 

Se insieme a Gustav fossero stati più coraggiosi e tra loro sinceri sarebbe cambiato qualcosa?

Non possiamo dirlo, ma nemmeno escluderlo. 

E se ci si pensa Adolf, attraverso le parole degli altri, è arrivato a odiare così tanto sé stesso da ordinare un genocidio nei confronti di tutti coloro che erano esattamente come lui.

Si esce dal teatro con l’amara consapevolezza di quanto le parole possano essere pericolose se usate nel modo sbagliato.

Nel corso della storia, di quella storia raccontata, forse, sono state proprio le parole sbagliate a portare a quelle atrocità che tutti conosciamo.

Abbiamo subito riconosciuto nell’Hitler in scena i comportamenti tipici di un dittatore, ma perché noi la storia la conosciamo già. 

Se anziché “Adolf”, il protagonista si fosse chiamato “Piero”, si sarebbe pensato che incarnasse i modi e gli atteggiamenti tipici di un giovane insicuro che non aveva ancora chiara la sua strada.

E forse anche Hitler era un insicuro vittima dell’opinione degli altri.

Nell’attualità sentiamo sempre tutti il bisogno di parlare, di scrivere sui social, di dire la nostra a tutti i costi.

Ma quante volte, nel farlo, ci mettiamo anche nei panni degli altri? Poche. Forse mai.

E se una parola sbagliata o non detta potrebbe aver portato a un genocidio – come ci invita a riflettere questo testo teatrale – cosa ne sappiamo noi, nel nostro piccolo, di quanto possiamo far male con un commento sgarbato scritto in modo superficiale?

The Parallel Vision ⚭ _ Myra Verdura)

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