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#Intervista: Filippo Lilli, la libertà di non dover significare

#Intervista: Filippo Lilli, la libertà di non dover significare

Io e Filippo ci siamo conosciuti 5 anni fa. Le circostanze erano del tutto casuali: tutti e 2 ci ritrovammo a partecipare all’inaugurazione del Fax Factory, nel cuore del Pigneto.

Quella volta io e la mia band (gli WOPS) suonammo con dietro un istallazione sonora firmata “Polisonum“.

Polisonum” era ed è tutt’oggi il nome del progetto di sound art portato avanti da Filippo Lilli e Donato Loforese.

Negli anni i nostri impegni lavorativi ci portarono a viaggiare molto e a non vederci spesso.

In questi ultimi tempi invece abbiamo avuto modo di incontrarci e raccontarci i nostri vari progressi in ambito lavorativo e personale.

Filippo porta avanti molti progetti uno parallelo all’altro. Nel suo studio si trova un po’ di tutto: tanti libri, litografie di spartiti alle pareti, un giradischi, una compilation di musica elettronica, un clarinetto, un vinile di Maurice Ravel, il pianoforte sempre aperto, un computer e fili elettrici sparsi qua e là sul pavimento.

Sono sempre stato affascinato dal suo lavoro che anche a distanza seguo costantemente.

Un qualcosa ci unisce. Che sia la passione per la musica classica o le nostri origini del sud Italia.

Ci siamo incontrati nel suo studio, seduti su 2 poltrone per questa intervista che segue.

Ero interessato a porre domande più tecniche che umane, ma in verità il tutto si è trasformato
in un bellissimo flusso di coscienza, spaziando dal movimento dell’individuo, alle grotte pugliesi,
a come registrare il silenzio, al teatro d’autore, alla Kunsthalle di Zurigo.

A come non sia importante lanciare un messaggio, ma piuttosto a come sia fondamentale regalare un’immagine e stimolare un’interpretazione.

Alla musica e alla sua potenza del tutto invidiabile.

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Filippo Lilli

Filippo, il tuo lavoro spazia dalla musica all’arte contemporanea, dal teatro alla performance. Come è nato il tutto?

Non potevo immaginare che le discipline che citi si sarebbero intrecciate le une con le altre nel mio lavoro con il suono.

La musica certo è arrivata per prima e la considero una mia alleata da sempre.

Sono arrivato al teatro in una fase importante di crescita personale e attribuisco a questo incontro un insegnamento fondamentale: tendere fortemente verso una ricerca rigorosa e limpida.

L’arte contemporanea, e nello specifico, la sound art è per me un mondo di libertà in cui poter tradurre la ricerca in accadimento, l’occasione di far dialogare tutti gli elementi che compongono l’opera.

Questo percorso in continuo mutamento e dialogo è alla base della mia attività artistica.

Che cos’è “Polisonum”?

Polisonum” è il frutto di una ricerca artistica che condivido da 5 anni con Donato Loforese.

Utilizziamo il suono come metodo e dispositivo di indagine per realizzare opere che hanno la caratteristica di tessere insieme più discipline: dalla musica alle arti visuali, dalla performance al digitale, incrociando spesso la sperimentazione sonora contemporanea alla tradizione musicale.

Tu sei nato e cresciuto in Puglia. Quanto è stata determinante o meno la provincia per quello che poi sei diventato?

La Puglia è senz’altro un luogo “sonoro”, un posto in cui incontri la musica in molte sue manifestazioni.

Da ragazzini, in provincia, rompere una corda della chitarra significava dover prendere un treno e raggiungere la città più vicina per comprarne di nuove ma ho dei ricordi bellissimi di quei tempi.

Ogni tanto ho riflettuto sul fatto che mi pare di rintracciare la morfologia dei luoghi da cui provengo sulla mia estetica sonora.

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(Foto: Valentina Bellomo)

Di recente mi hai invitato al Teatro Vascello per assistere a “Crangon Crangon”, una performance di danza contemporanea di Daria Greco interpretata da Valentina Sansone e della quale tu stesso hai curato il suono. Puoi parlarmi di questo spettacolo?

Crangon Crangon” è un progetto che mi ha subito colpito molto per la tensione costante tra il coraggio e l’assoluta calma che insieme lo compongono.

È una pratica performativa che si sviluppa in un flusso scenico all’indietro. Un incedere ipnotico che indaga lo “spazio dietro” con curiosità, timore, cura, affermazione.

Ho cercato di tradurre in musica questa forza tensiva e insieme placida utilizzando loop di sezioni orchestrali in reverse, lasciandomi ispirare totalmente dalla scena.

Che rapporto hai con il silenzio, tu che vivi di suoni ? E dove vai per trovarlo?

Con i famosi 4’33” del compositore statunitense John Cage si aprono molte riflessioni sul concetto di silenzio.

Per sintetizzare direi che siamo immersi nel suono, l’aria ci vibra intorno costantemente.

Una attenzione diretta all’ascolto genera maggiore consapevolezza e permette di definire meglio i suoni che si vogliono ascoltare.

Non farò domande su tutti i progetti che stai portando avanti. Piuttosto vorrei sapere che cosa vedi nel tuo futuro, qual è il progetto che cercherai di realizzare?

Mi impegnerò per fare in modo che il mio percorso artistico rimanga ancorato alla ricerca e alla trasformazione.

Mi piacerebbe anche prima o poi realizzare un piccolissimo anfiteatro di pietra nel bosco per i concerti in estate.

The Parallel Vision ⚭ ­_ Marco Amoroso)

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