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#Recensione: “I diari della guerra” al Teatro Lo Spazio

#Recensione: “I diari della guerra” al Teatro Lo Spazio

Dolore, in francese, è sostantivo femminile. 

Elena Arvigo, grandiosa indagatrice dell’animo femminile, ci conduce nella sperimentazione di questo sentimento: sussulto dopo sussulto, attimo dopo attimo, nel lentissimo e straziante scorrere del tempo nell’attesa.

I Diari della Guerra”, andato in scena al Teatro Lo Spazio dal 18 al 21 novembre, è uno spettacolo diretto e interpretato da Elena, tratto da 2 testi di Marguerite Duras: “Il Dolore” e “Quaderni della Guerra e altri testi“, oltre che da “Specie umana” di Robert Antelme.

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Elena Arvigo (foto: Manuela Giusto)

Lo spettacolo al Teatro Lo Spazio

È difficile anche solo pensare di poter dire qualcosa dopo che la Arvigo, quella sera, mi ha preso il cuore dal petto, l’ha stretto, l’ha lacerato, l’ha lanciato a terra, maltrattato e poi, alla fine, l’ha compattato un po’ tra le mani e me l’ha ridato.

Io però, lì per lì, non lo riconoscevo più. Era il mio? Può il mio cuore aver fatto esperienza di un dolore così diverso, così lontano da me?

Una sofferenza che, probabilmente, mi era impossibile anche soltanto immaginare prima di allora?

Sì, era il mio. E io non ero ancora pronta a rimettermelo nel petto, dopo tutto. E non lo sono stata per un po’.

I Diari della Guerra” è ambientato in una Parigi al crepuscolo della Seconda guerra mondiale, più precisamente aprile 1945.

Qui Marguerite si trova in un limbo tra realtà e pazzia nella costante attesa di ricevere notizie su suo marito Robert

Ogni mattina Marguerite esce e va alla stazione dove arrivano i mezzi con i deportati da Dachau e spera di scorgere il viso di suo marito. Ogni giorno.

Passa le notti sveglia nell’attesa di ricevere la telefonata che le confermi che suo marito è vivo e sta tornando. Tutte le notti.

Giorno dopo giorno, notte dopo notte, inizia a farsi spazio nella testa di Marguerite l’idea che suo marito sia morto. E così la donna inizia a impazzire.

Il ruolo delle donne durante e dopo la guerra

Quanto può essere dolorosa un’attesa? Combattere ogni giorno contro la ragione, la fede, la speranza.

È la guerra delle donne quella che vediamo in scena. Le donne che attendono.

Un’esistenza che si mantiene in instabile equilibrio su un filo che oscilla tra la speranza e la realtà.

Se io smetto di pensare a Robert, se io smetto di aspettare, se io smetto di sperare, lui smetterà di vivere?” urla Marguerite in preda a uno dei suoi crolli nervosi.

Ho pensato, mentre osservavo l’impeccabile performance di Elena Arvigo: chi può dire se è stata più logorante la guerra degli uomini in trincea o quella delle donne?

Il dolore fisico o il dolore emotivo? Io non ci avevo mai riflettuto. E non sono certa ci sia una risposta.

Non si può che tessere le lodi di questa attrice che tiene su di sé il peso enorme di una testimonianza storica ed emotiva così delicata, ma dal valore immenso perché tratta di un aspetto della storia che spesso tende a essere lasciato da parte: il ruolo delle donne durante la guerra.

Durante, ma soprattutto dopo la guerra.

Quando i mariti e i figli purtroppo non tornano.

Quando tornano ma sono diversi, trasformati. E non saranno più gli stessi.

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(Foto: Manuela Giusto)

Una tensione costante, quella di Elena Arvigo, che ti entra nelle ossa e ti fa soffrire con lei. E allora speri, attendi, piangi, impazzisci con lei.

Non come lei, ma insieme a lei.

A fine spettacolo l’artista ci racconta che questo testo teatrale aveva debuttato nel 2019 nella forma di un primo studio ma che, dopo l’esperienza pandemica, ci furono alcune perplessità prima di decidere se fosse opportuno o meno riproporlo, giacché il pubblico viene già da un periodo doloroso.

E aggiungere dolore al dolore forse non era una scelta opportuna.

Io invece penso che, al contrario, proprio perché veniamo da un momento buio, ci sono molte più possibilità che la rappresentazione venga colta e compresa in maniera profonda.

Perché, se ci pensiamo, il Covid, a suo modo, ci ha messi di fronte alla straziante brutalità dell’attesa.

The Parallel Vision ⚭ ­_ Myra Verdura)

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