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#Intervista: La malinconica ironia di Antonio Pronostico

#Intervista: La malinconica ironia di Antonio Pronostico

Ho conosciuto Antonio Pronostico esattamente 7 anni fa.

Lavorava all’interno di un collettivo artistico che operava in uno scantinato in quel quartiere che oggi è il centro della movida romana: il Pigneto.

In quegli anni quel quartiere lì ancora combatteva con il suo passato da periferia pasoliniana.

Alcuni di noi suonavano, altri disegnavano, altri scrivevano i primi cortometraggi e altri ancora curavano le prime esposizioni.

Di Antonio mi è sempre piaciuta la sua “malinconica ironia”, come se fosse continuamente vittima di una “perenne delusione d’amore”. Ma non è così.

Ora è un artista affermato, disegna per molte riviste e cura progetti editoriali, espone in gallerie nel centro di Parigi e il suo stile è sempre riconoscibile.

Ho deciso di intervistarlo o meglio di conversare con lui, per accorciare i tanti chilometri che dividono la sua casa a Roma e la mia casa qui in Francia.

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Antonio Pronostico

Ciao Marco, buongiorno!

Antonio come è avvenuta la tua crescita professionale in questi ultimi anni? È stata veloce?

Non è stata per niente veloce se consideriamo che questa crescita c’è stata grazie a 15 anni di disegno no stop.

Sicuramente solo negli ultimi anni sono riuscito ad affacciarmi al mondo professionale del disegno ed è stato un susseguirsi di eventi che hanno alimentato a loro volta il nascere di progetti nuovi.

Per me l’autoproduzione (non intesa principalmente come la realizzazione di una fanzine autoprodotta, ma come la realizzazione di progetti non commissionati) è stata fondamentale.

È l’unico modo per poter realizzare qualcosa di bello, che abbiamo dentro di noi, senza dover stare seduti ad aspettare che qualcuno ce lo venga a chiedere.

Quando alzi la mano per dire qualcosa di bello e sensato, la prossima volta verranno a chiedertela.

Osservando da tempo le tue opere vengo continuamente colpito da un forte senso del ritmo…. Quanta musica c’è nella tua arte?

Nei miei disegni c’è gran parte della discografia italiana dagli anni ’60 ad oggi, sia nel segno che nella narrazione.

I cantautori con i loro concept album mi hanno fatto capire come ascoltare una canzone, cosa c’è dietro, le loro storie e i loro riferimenti.

Ho capito che ascoltare una canzone nel modo giusto ha la stessa magia di un libro e allora ho capito che potevo raccontare qualcosa anche e solo con un’immagine, senza sequenze e senza parole. 

Negli anni ho scoperto quanto è fondamentale la grafica nel disegno, con tutte le sue regole che mantengono insieme i segni che compongono un’immagine.

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Guardare fuori dalla città” – Illustrazione per il nuovo numero di Jacobin Italia

Chi sono i tuoi artisti di riferimento? Passati e presenti

Sono tantissimi, passati e presenti…

Da studente poco modello ho seguito un filone artistico irregolare. 

Ho iniziato ad apprezzare il disegno con i fumetti di Andrea Pazienza, affascinato dalla sua capacità di disegnare bene qualsiasi cosa e in qualsiasi modo, seguendo tutto il filone underground del fumetto italiano degli anni ’70/’80.

Finito il mio periodo “ribelle” universitario ho iniziato ad abbandonare man mano il segno netto e forte del pennarello per andare verso la morbidezza delle matite e dei pastelli, incontrando i meravigliosi lavori di Lorenzo Mattotti.

Da lì tutta una serie di illustratori che partiti da Mattotti hanno poi trovato una loro strada molto interessante e fresca.

Il problema di essere affascinati da questi giganti del disegno è che poi rischi di non uscire più da quel riferimento e sentirti intrappolato.

Io mi sono sentito intrappolato dal segno di Lorenzo.

Una volta ascoltai un’intervista di Emiliano Ponzi in cui diceva che era inutile continuare a disegnare come Mattotti, perché Mattotti già c’era!

Questa frase mi ha aiutato molto.

Ultimamente ho fatto un passo indietro e sto studiando molto gli artisti del passato che hanno influenzato tutti i miei miti.

Quanto e come è cambiato il mondo del fumetto da quello dei tuoi esordi?

Non so se è cambiato il mondo del fumetto o sono cambiato io.

Diciamo che io realmente mi sono avvicinato al fumetto da poco. All’inizio era solo un modo di imitare ed essere come quei pazzi fumettisti della scuola di Frigidaire.

Era più un modello che una necessità.

Usavo i pantoni perché li usava Pazienza, non perché li sentivo adatti al mio disegno.

Il fumetto poi l’ho abbandonato subito perché non sentivo di avere le capacità giuste per farlo.
Nel 2019 ho pubblicato il mio primo graphic novel e questo è stato il mio approccio al fumetto.

È stato molto semplice e naturale per me farlo. Forse era il momento giusto pur non avendolo cercato.

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Lavori di notte?

Se capita sì, ma la notte preferisco dormire.

Parlami dell’esperienza con la Galerie Glenat qui in Francia

Avevo notato un interesse “virtuale” de La Galerie Glenat ai miei lavori e quando uscì Sniff in Francia gli chiesi se era possibile organizzare una mostra del fumetto e la galleria mi confermò il loro interesse per i miei lavori.

Organizzammo così una mostra sia delle tavole di Sniff che di illustrazioni.

Per me è stata un’esperienza straordinaria, ma soprattutto una sorpresa l’interesse che hanno i francesi per il fumetto e la constatazione di aver venduto più tavole del fumetto che illustrazioni.

Antonio qual è il progetto artistico che vorresti realizzare ma che ancora non hai realizzato?

Un fumetto come autore unico, scritto e disegnato da me…

The Parallel Vision ⚭ ­_ Marco Amoroso)

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