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Giusto in tempo per il Rock: 5 ottobre 1965

Giusto in tempo per il Rock: 5 ottobre 1965

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Il rock è una professione. Una tecnica, nient’altro. Per molti senza arte né parte.

Che non ha bisogno di avere un idolo per diventarlo, che non ha bisogno di alcuna fonte d’ispirazione per far fare soldi a palate.

A un certo punto della sua storia, uno in particolare, il rock diventa realismo, vita vera, niente di più niente di meno, come quella che vediamo in tv, ai telegiornali, montata, loopata, mediata, ma pur sempre vita vissuta e raccontata.

Musica sì, ma senza leggende, invenzioni, musica tendenzialmente di consumo, musica per un tempo più stanco e svogliato, musica per giovani che diventano meno giovani, finalmente in grado di potersela cavare da soli, anche senza sogni.

Questa è l’epoca che tutto ormai fa con l’industria, soprattutto pensare. 

Un tempo non troppo lontano

Un tempo non troppo lontano. Sono appena sbocciati gli anni ’70.

Mentre in Italia ci si prepara a un’epoca di piombo, l’America costruisce i suoi racconti come fossero biscotti di pasta frolla, a catena, e pieni di burro, ma la verità è che qualcuno che conta da quelle parti ha messo via il dolore, l’anima, il suo cuore.

E crede di potercela fare anche così. E magari – hai visto mai – sbancare.

Milioni di giovani ascoltano musica rock, ma questo non rappresenta di per sé una rivoluzione” si scrive sulle pagine della rivista alternativa “It”.

È novembre. Siamo nel 1970.

E quel giornalista ha ragione da vendere. La avrebbe avuta ancor di più qualche anno più in là. La rivoluzione non si fa sulle stelle, negli hotel di lusso, dentro le limousine, coi soldi nelle tasche e le paillette sul petto.

La rivoluzione si fa marciando, scatenando il sistema. 

Si avvicinava la grande crisi energetica degli anni ’70 in America

Serve scuotere le coscienze

Dove diavolo sono finiti il cambiamento epocale in nome del rock, il suo embrione esplosivo, la connessione con le strade traverse e dissestate?

E invece: Elvis divorzia da Priscilla, la depressione lo costringe a non ballare più. Il rock and roll sta morendo. Come al solito. 

Serve scuotere altro, non più la pelvi.

Le coscienze, ad esempio, perché tutto ciò che sta diventando il rock è fatto di maceria smaltata messa come un cimelio in una teca diamantata.

Messa all’ascolto di una generazione che non ha più voglia di impegnarsi con quelle menate lì, ma di lasciarsi andare con le onde dell’oceano sui surf a giocare coi capelli ossigenati e le minigonne che sanno di troppo buono. 

In un tempo così, bene che ti va è sentirti fortunato per il tempo in cui ti è capitato di vivere.

Anche se la musica non si fa più per la musica ma per l’affare.

Anche se ci sono Richard Nixon, o “Trickie Dickie” come lo chiamano tutti, le sue aberrazioni, quella maledetta ombra vietnamita, l’insuccesso di una morale che andava salvata e non maltratta in quel misero modo.

Ci sono la corruzione, lo spreco, le disuguaglianze, l’avidità.

Nixon, in un mondo così, stravince. Mentre il rock soccombe in quest’epoca diventata torpida anche per gli stessi criminali.

The Band, Bob Dylan e “Blonde on Blonde”

In Inghilterra il rock si dice alternativo.

In America, dall’altra parte dell’astro, nascono idee legate al conservatorismo, alla malinconia e la modalità story telling è teatralmente in on.

Non solo, però. In questo stesso mondo c’è un mondo che merita ancora. Ed è fatto dai The Band (ex The Hawks).

La praticano in 5: Robbie Robertson, Rick Danko, Levon Helm, Garth Hudson e Richard Manuel.

Sono quasi tutti canadesi, ma hanno accolto la cultura americana meglio di chiunque altro e l’hanno saputa tradurre nella migliore musica di tutti i tempi. 

The Band

Nati negli anni ’50, i The Band avevano pastorizzato un genere di rock pulito e fiero.

Per molti e per molto tempo ancora sarà la formazione del genere più importante di quegli anni, la più meravigliosa formazione musicale in grado di chiamarsi fieramente ancora rock.

È con Bob Dylan che si pensa in grande però. È il tempo in cui Dylan insegue l’elettricità. Vuole farla da padrone in un mondo che cambia e che non sa come si fa.

Insieme, The Band e Bob Dylan creano qualcosa di straordinario, quasi stonato rispetto a ciò che li circonda, ma pur sempre suo figlio.

Blonde on Blonde” è il risultato di questo incredibile sodalizio che si celebra ogni volta dal vivo e negli studi di registrazione. 

Il 5 ottobre del 1965 iniziano le registrazioni per la CBS Records che termineranno nell’anno successivo.

L’album 33 giri, doppio, è fatto di 14 vite:

  1. One of Us Must Know (Sooner or Later)
  2. Rainy Day Women No. 12 & 35” (questo brano fu registrato alle prime luci del mattino, una marcia ambigua e pazzesca che sarà ripresa da Antoine e Gian Pieretti nella ‘loro’ – per modo di direPietre” presentata al Festival di Sanremo nel 1967)
  3. I want you
  4. Just like a woman” (un vero capolavoro col finale migliore)
  5. Leopard-Skin Pill-Box Hat
  6. Pledging my time
  7. Visions of Johanna
  8. Stuck inside of mobile with the Memphis blues again
  9. Most likely you go your way and I’ll go mine
  10. Temporary like Achilles
  11. Absolutely sweet Marie
  12. 4th Time around
  13. Obviously 5 believers
  14. Sad eyed lady of the Lowlands
Bob Dylan

Il primo Concept Album

Il primo concept album, primo anche rispetto al primissimo “Freak out” di Frank Zappa.

Il rock non è più rabbia spicciola, no. Il rock di “Blonde on Blonde” è colto, raffinato, perfino un po’ saccente.

È zeppo di inclusioni culturali, artistiche, pittoriche, filosofiche, da Platone a Shakespeare addirittura. Sa di sapere e non se ne vergogna di certo.

Ma attenzione, non vuole insegnare nulla: il rock vuole solo dimostrare di esistere ancora. 

Un anno dopo, Dylan farà un brutto incidente con la sua moto – o almeno così manda a raccontare -, che lo segnerà nel profondo cambiando radicalmente il suo essere rockstar.

Molto in realtà è dovuto al mutamento umano. Bob è ormai padre. Suonerà, canterà, dipingerà, scriverà, certo che lo farà, farà tutto, ma non per tutti, non più.

Per almeno 8 lunghi anni.

Adesso è rintanato nel suo cottage, non vuole che si sappia troppo di lui, fa circolare la sua storia, che intanto gira e gira e gira e non si ferma mai.

Il folksinger è nell’ombra ma è vivo. Produce musica, testi, poesie accaparrandosi di continuo riconoscimenti, premi e milioni di fan che nel mondo lo esaltano come una divinità. 

Blonde on Blonde” è il settimo album di Bob Dylan registrato tra New York e la Nashville del sud bucolico e tradizionalista.

Che strano binomio fu anche quello. Un newyorkese e la vita rurale, la musica folk con il rock alternativo che si faceva elettrico, codificato, quasi digitale.

Blonde on Blonde” è un capolavoro della discografia mondiale. È il risultato di un’accoppiata formidabile tra un gruppo di straordinari canadesi (uno dei migliori di tutta la storia della musica rock) e Mr Tambourine.

Qualcosa che nessuno potrà mai raggiungere, neppure in termini di vanità. 

Well, they’ll stone ya when you’re trying to be so good | They’ll stone ya just a-like they said they would  | They’ll stone ya when you’re tryin’ to go home | Then they’ll stone ya when you’re there all alone | But I would not feel so all alone | Everybody must get stoned

(Rainy Day Women No. 12 & 35 – Album: Blonde on Blonde, 1966 Artist: Bob Dylan and The Band)

(© The Parallel Vision ⚭ _ Elisa Mauro)

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