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Giusto in tempo per il Rock: 9 settembre 1956

Giusto in tempo per il Rock: 9 settembre 1956

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Ci saranno stati milioni di persone quel giorno. E tutte incollate davanti a uno schermo.

È il 9 settembre 1956.

La televisione è giovanissima, appena nata con la sua ambiziosa visone strategica.

Il suo strumento di locomozione, il televisore, ha davanti anni di primati mondiali, anni di opinioni contrastanti, anni di scuole di pensiero, centinaia di anni di battaglie perse e poi riprese tra apocalittici e integrati. 

È appena trascorsa l’estate 1956 nell’America del rhythm and blues e del jazz e l’”Ed Sullivan Show“, il noto programma condotto dal conservatore Ed Sullivan, in onda sulla CBS, scalda i motori per la nuova attesissima stagione. 

Il nuovo re

Non per nulla. Si prevede infatti per la prima puntata la presenza di un campione, il nuovo re, così proclamato dalle folle di signorine e giovanotti e altrettanto criticato dagli adulti seriosi e bigotti, proprio come Ed Sullivan.

Ma un re è sempre pronto a esibirsi, non ha paura dei suoi sudditi.

Ed Elvis sa come fare, ormai ha appreso il meccanismo, conosce copioni,  scalette, conosce il ritmo del nuovo mezzo di trasmissione, sa che dietro quella macchina da presa c’è il varietà a guardarlo. Non bisogna disattenderlo.

L’America ha ancora bisogno dei suoi pilastri, dei suoi attaccamenti morali, dei costumi devoti alla migliore tradizione. Non bisogna offenderli.

Sì, ma come farlo?

Il piccolo schermo ormai è casa per Elvis, seppure sia abituato ai live, alle innumerevoli ore spese a esibirsi come un leone in un tendone da circo.

Arrivare all’”Ed Sullivan Show” è qualcosa di incredibile anche per uno come lui.

Il suo impresario, il celebre Tom Parker, il Colonnello, come amava definirsi, ci spese tanto in tempo, in promozione, in strette di mano, finché riuscì finalmente a ottenere quel desiderato ingaggio.

ElvisThe Pelvis“, coi suoi 21 anni e quella faccia da impunito che gli avevano stampato addosso, dovevano passare da lì, da quel palco.

Era il trampolino di lancio che mancava per sguazzare nel mondo. 

Un virus chiamato rock and roll

Tutto perfetto. Elvis è tenace, incipriato, prontissimo.

Sorride, imbarazzato, ma questo è anche fisiologico e ha un non so che di romantico.

54 milioni di persone lo stanno guardando, si compiacciono, la CBS esplode, le reti rivali soccombono, dimostrazione del fatto che la nuova generazione chiede più voce, spazio e tempo.

I giovani, tramite quei mezzi, Elvis e la tv, stanno affermando chiaramente la loro identità, altrettanto chiaramente proclamano da che parte vogliono stare: da quella dell’America disinvolta e nascitura, dalla parte di un’epoca naturale, disinibita ed esibita che non teme colpi di anca al pari di pallottolate in pieno viso. 

I cambiamenti di quella società sono stati analizzati nel più composito dei modi.

Non c’è porzione di storia musicale che abbia ricevuto così tanto fascino partendo da un’idea contagiosa come un virus: il rock and roll.

Un diavoletto insuperbito dalle critiche, dalle minacce, dall’esclusione e rinvigorito dal potere che ogni individuo, anche inconsapevolmente, ha di trasmetterlo.

Il suo potere dura poco, il tempo di uno show, il tempo di imperbenirsi, di lucidarsi, di purificarsi da tutta quella benedetta dannazione.

Lo show

Sono le 20. Si va in onda. Lo show è lanciato, trasmesso, ma Ed Sullivan non c’è, ha avuto un incidente e viene sostituito nel giro di pochi istanti da Charles Laughton. Nessun problema.

Elvis è lì, il pubblico dall’altra parte. È il momento giusto per sfoderare “Don’t be Cruel”. Che magnifica visione! E che impareggiabile ascolto!

Il sound è terremoto, la voce è tremula, come tutto il resto, e il corpo fa arrossire i pensieri.

Le fan urlano, creando un sottofondo che farà icona, spettacolo, tutto va come deve andare, poi però c’è un cambio di rotta e l’equilibrio scompare. 

Nasce Elvis The Pelvis

Viene presentata un’altra canzone, si tratta della cover di Little Richard, “Ready Teddy”.

È in questo preciso momento che Elvis diventa The Pelvis.

In un attimo, il cantante venuto da Memphis agita un colpo d’anca inconsapevole e il cameraman slitta di un piano, torna sul primo, per non ferire i tanti puritani all’ascolto, e alla visione, e per non offendere il povero degente Ed, autore e ideatore dell’intero show. 

La cosa sembra casuale, forse no. Forse, era stato già tutto scritto, inclusi i colpi di scena, per dimostrare di essere in grado di ammansire ammansisce il diavolo, di censurarlo.

La tv dimostrava di migliorare la realtà, rendendola bella, pulita, accettata da tutti.

Elvis ballava, ancheggiava, cantava, ammiccava, ma nel modo migliore, filtrato, mediato.

Nessuno poteva offendersi per questo. Anzi, c’era da esultare, se non per Elvis, perché il mondo finalmente poteva essere reso migliore.

Nel giro di poche settimane Elvis trapiantò su quel palco il suo successo, come fautore di un cambiamento epocale, come fratello maggiore del rock and roll, come suo devoto provocatore, almeno finché i tempi diventarono maturi per un nuovo cambiamento che, grazie al Re, non fu mai veramente tale. 

The Parallel Vision ⚭ _ Elisa Mauro)

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