Cultura Teatro

#Intervista: Camilla Petrocelli, “la cultura ci tiene in vita”

#Intervista: Camilla Petrocelli, “raccontare storie ci rende migliori”

Dal debutto in quinta elementare durante una recita sulla Seconda Guerra Mondiale alla tv e al cinema, passando dal lavoro di Social Media Manager.

Camilla Petrocelli ha ricostruito la sua vita artistica dopo averla “negata” per tanti anni e adesso non ha alcuna intenzione di fermarsi o di rinunciare oltremodo alle opportunità che lei stessa si è creata, senza dover ringraziare nessuno.

In cantiere per Camilla ci sono un film di Luigi Pane, una serie tv con Vanessa Incontrada e lo spot di Tim Vision assieme a Gerry Scotti, già in onda in questi giorni.

Questa giovane e brillante attrice nostrana mi ha raccontato parecchie cose della sua parabola, sia personale che professionale, compreso il momento in cui ha deciso che recitare non poteva che essere la sua vita: “Mi ci sono voluti diversi anni, un viaggio in profondità dentro di me e un incontro speciale con una zia di Roma per ricordarmi che io sul palco ci stavo bene e che era quello che volevo fare“.

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Camilla Petrocelli

Mi racconti da dove nasce la storia artistica di Camilla? 

In quinta elementare facevamo una recita sulla Seconda Guerra Mondiale, la bambina che aveva la parte principale dette forfait una settimana prima perché la mamma se la portava in vacanza in Olanda e le maestre diedero la sua parte a me, perché ero brava con la memoria e c’era poco tempo per imparare tutte quelle battute.

L’ho fatto senza neanche accorgermene, per me era facile, e divertente.

Poi però mi sono persa quella semplicità, si cresce. E la vita ti fa dimenticare cosa vuoi.

Mi ci sono voluti diversi anni, un viaggio in profondità dentro di me e un incontro speciale con una zia di Roma per ricordarmi che io sul palco ci stavo bene e che era quello che volevo fare.

Parlami delle tue attività in tempi di “non pandemia”: cosa ti piace proporre, sul palco, soprattutto? 

La pandemia è stata un evento devastante sotto tutti i punti di vista, però a livello creativo non si può dire che non sia stata feconda.

Certamente ha rimescolato le carte e ha riportato in superficie le cose essenziali, le urgenze, le esigenze non soltanto materiali.

Non so rispondere a questa domanda forse perché generalmente gli attori non fanno delle proposte personali, a meno che non portino un loro spettacolo in teatro.

Posso dire però che negli ultimi tempi sto cominciando a pensarci, sto cercando di capire che forma dargli, perché diverse persone mi chiedono di mettere insieme i miei racconti di vita, le mie disavventure, i miei aneddoti amorosi e farne un monologo.

Senza dubbio sarebbe qualcosa di comico e autoironico, credo che la mia cifra naturale sia quella, ci sto lavorando.

Da quanti anni fai questo lavoro? E da allora com’è cambiato il tuo modo di intraprendere iniziative artistiche?

Io ho iniziato tardissimo, sono arrivata a Roma a 27 anni e ho iniziato a studiare con Gisella Burinato.

Prima di allora, a parte avere un padre che fa questo mestiere, non avevo neanche lontanamente accarezzato l’idea di fare l’attrice.

C’erano state un paio di occasioni che ho lasciato stupidamente scivolare via perché non mi sentivo pronta o forse semplicemente “non me le raccontavo”, non volevo ammettere cioè, neanche con me stessa, di voler fare l’attrice.

Ho iniziato a fare questo mestiere verso i 30 anni, in un momento storico di crisi in cui era difficile fare qualsiasi lavoro, quindi “tanto vale investire le energie cercando di fare quello che veramente voglio fare”, mi sono detta. 

Secondo te qual è il pubblico-tipo di Camilla Petrocelli?

Oddio non saprei.

Posso dire qual è il pubblico che vorrei: uno specchio di questo “consenso” ce lo rimandano i social e io all’inizio avevo un pubblico prevalentemente maschile, come è prevedibile se sei una ragazza mediamente carina e condividi delle belle foto.

Però volevo un pubblico diverso, volevo parlare alla mie simili, volevo essere apprezzata più perché ti faccio fare una risata piuttosto che per delle foto posate.

Allora ho iniziato a lavorarci, a darmi come obiettivo di aumentare il mio pubblico femminile e ci sono riuscita.

Oggi quando una ragazza mi inizia a seguire e mi scrive per dirmi che la faccio tanto ridere per me è una grande vittoria.

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C’è una cosa che un’attrice non deve mai fare e un’altra invece che va sempre fatta?

Probabilmente ci sono ma io non lo so. Sicuramente esistono delle regole non scritte che mi piace non seguire, sono sempre in direzione ostinata e contraria, se mi concedete la citazione.

Se sei all’inizio e vuoi intraprendere questa strada c’è sicuramente una cosa che devi fare: metterti a studiare.

Non si può pensare di improvvisarsi attori come molti fanno, è una leggerezza e soprattutto una mancanza di rispetto nei confronti del pubblico che ti viene a vedere.

Questo mestiere è un gioco bellissimo, ma per citare qualcuno che di cinema ne sapeva un bel po’: “quando si scherza bisogna essere seri”.

Quando invece stai già iniziando a lavorare, una cosa assolutamente da fare è imparare a fare la valigia.

Io ho sempre un beauty pronto, so qual è la mia tenuta da viaggio, il mio outfit da provino e cosa non deve mai mancare in valigia: un paio di scarpe col tacco, una camicia intonata ai miei occhi, un jeans semplice e un treppiede da viaggio.

Perché non sai mai dove sarai quando il tuo agente ti chiederà di mandargli un selftape!

Domanda retorica (forse): l’emergenza Covid quanto ha inciso sul tuo lavoro?

Moltissimo. Siamo diventati tutti attori, anche chi per mantenersi faceva il cameriere, la babysitter, la commessa, le ripetizioni di francese…

Improvvisamente grazie agli aiuti economici che ci sono stati messi a disposizione anche noi attori per così dire “sconosciuti” abbiamo finalmente preso la “patente” (nel senso pirandelliano del termine) e ci siamo visti riconosciuti l’appartenenza alla categoria.

Perché per ricevere i bonus dovevi dimostrare di avere un tot di giornate lavorative e da lì non si può più tornare indietro, carta canta!

Al momento di cosa ti stai occupando?

Questa è la domanda che non ci vogliamo sentir rivolgere mai, perché quando non stai lavorando a niente, quando non hai nessun progetto in corso non sai proprio cosa dire.

Sappiate che quando un attore vi risponde: “mah, ci sono un po’ di che in ballo“, “sto aspettando delle risposte“, “non posso ancora rivelare niente, ma nel frattempo sto lavorando ad un progetto indipendente con la mia compagnia teatrale…” Ecco, quello è un attore disperato che non sa come dirvi che non prende un lavoro da mesi e nell’imbarazzo di rispondere a quella domanda si sta inventando la vita, sta improvvisando, sta facendo esercizio insomma!

Invece che bello che oggi posso rispondere serenamente a questa domanda, perché in autunno sarò al cinema con un film opera prima di Luigi Pane, “Un mondo in più“, dove interpreto il ruolo di una giornalista.

Poi sarò anche in TV con una nuova serie che vede protagonista Vanessa Incontrada e sono già in onda con lo spot per Tim Vision con Gerry Scotti.

Teatri e cinema sono rimasti chiusi praticamente per tutta la durata dell’emergenza pandemica e sono stati gli ultimi luoghi culturali ad aver riaperto. La cultura è davvero “non necessaria”?

Non scherziamo. La cultura ci tiene in vita.

Ma il cinema e il teatro non sono solo cultura, definirli così è riduttivo.

La letteratura, come tutta l’arte, è la confessione che la vita non basta” diceva Pessoa. Ecco, se c’è gente che ha una visione, che la mette per iscritto e poi ce la restituisce in immagini, se ci sono artisti che prestano il loro corpo e la loro voce per dare vita a un personaggio e metterlo al servizio di una narrazione, per raccontare storie insomma, significa che vivere una vita sola non ci basta, e non ci può bastare.

Dove saremmo oggi se non avessimo cominciato a raccontare storie?

Questa è l’abitudine più antica e radicata del mondo, dai graffiti sulle caverne alle nonne che raccontavano favole ai bambini davanti al focolare, non abbiamo mai smesso di raccontare storie.

Questo ci fa crescere e ci fa diventare degli esseri umani migliori. 

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Parlami delle iniziative che hai in mente per i prossimi mesi

Come accennavo prima vorrei mettere in scena una cosa mia, ma sto ancora cercando di capire che forma deve prendere.

Ho capito che la parola scritta mi ingabbia, vorrei trovare un modo nuovo di raccontare questa storia. Vediamo.

Nel frattempo sono successe delle cose belle. Ho iniziato delle collaborazioni che spero continueranno ad avere un seguito come quella con Facce da Spot, il primo premio dedicato agli attori pubblicitari, che è stato ideato dal mio collega nonché carissimo amico Graziano Scarabicchi insieme a Max Gigliucci.

Ho avuto il piacere di veder nascere questo progetto e dare una mano in occasione della prima edizione (che si è appena tenuta lo scorso 16 settembre in Campidoglio), ma abbiamo intenzione di continuare alla grande, quindi state all’erta …

Dimmi un progetto artistico di cui vai particolarmente fiera

Faccio molta fatica a dire di cosa vado fiera, sono un giudice severo di me stessa e credo che dovrebbero essere gli altri a dirmi di cosa andare fiera.

Lo so, sto cercando di smettere.

Sono fiera di dove sono oggi, della strada che ho fatto per arrivarci, perché so da dove sono partita e so che sono partita in ritardo, non mi ha aiutato nessuno e sono riuscita da sola a ritagliarmi le mie conquiste.

Di questo sono fiera.

Mi descriveresti il lavoro artistico di Camilla Petrocelli con un’immagine e con 3 parole?

Non ho capito la domanda.

Ahahah!

Se dovessi scegliere un oggetto forse sarebbero le ali, ma non le ali romantiche di un concetto astratto: le ali da fatina che si comprano a carnevale alle bambine.

Mettendomi le ali e una maschera mi sono travestita da fatina del bosco, c’era la prima edizione del Morning Gloryville romano, una festa mattutina in cui si balla sobri dalle 6 alle 10 del mattino prima di andare a scuola o a lavoro.

Vestendomi da fatina del bosco per far ballare gli altri mi sono ricordata di quanto è importante giocare e ho iniziato finalmente ad essere di nuovo libera, come quando ero bambina.

3 parole: Camilla Rosa Petrocelli.

The Parallel Vision ⚭ _ Paolo Gresta)

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