Cultura Musica

Giusto in tempo per il Rock: 23 luglio 2011

Giusto in tempo per il Rock: 23 luglio 2011

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Il peggior club di sempre: il “Club 27”.

Ne fanno parte nomi noti, stelle internazionali della musica che si sono spente a un’età a metà tra la vita aerografata dalle speranze, e intontita dai sogni, e quella vera.

Al “Club 27” partecipano già Kurt Cobain, Jimi Hendrix, Jim Morrison e Janis Joplin, tutti individui impropri, il più delle volte.

Alcuni di loro lasciati cadere giù nel vuoto della fama mondiale per distrazione o, più realisticamente, per una spietata e cinica volontà commerciale, nel buio di una solitudine insana.

E gli altri lasciati annegare nelle acque torbide delle opposte vanità.

A questo club partecipa un’altra donna, oltre a Janis. È giovane, come lei.

Si lascia chiamare Amy Winehouse.

Una voce dal passato

Dicono che non abbia nulla a che fare con il rock, niente con Janis. Non sanno di sbagliare.

La sua è di quelle espressioni che appartengono esclusivamente a un genere proprio: unico.

È magrissima, ha vizi – dicono – il jazz, prima di tutto, e l’alcol.

Il corpo è vestito da tatuaggi elaborati in giovanissima età quando frequentava il college, quando iniziava a contestare, a opporsi alle prime regole imposte dalla società culturale di formazione.

Indossa sempre sé stessa, inquieta, fragile com’è, e un magnifico, eccessivo chignon in mezzo alla testa corvina dai riflessi per metà blu, per l’altra violetto.

Eyeliner nero sugli occhi verdoni a imbrattare il senso lucido di come vorrebbero presentarsi le cose e a marcare il limite di uno sguardo che poteva andare oltre, almeno di un altro po’.

Solo un altro po’.

Durante le sue esibizioni dal vivo Amy balla che sembra non reggersi sulle gambe snelle

È sgangherata. Buffa.

Il suo incedere è viziato dai suoi vizi, dai tremendi abusi.

Dicono che molti di questi si debbano a un amore dissociato e squilibrato nei confronti di Blake Fielder-Civil.

Traballa, appesa all’asta del microfono. Non parla molto, in generale, a differenza di quando è pulita, di quando è sobria.

Ma appena canta, il mondo si ferma e ascolta ricordando di come alcune voci passate possano rivivere in altre presenti.

Sono le voci più belle rinate nella sua, ci sono in lei Billie Holiday, Nina Simone e Sarah Vaughan.

Come una carie in testa

Tutti adorano il timbro di Amy, il solco che lascia nell’anima.

Il mondo l’ascolta, l’adora, le riconosce l’etichetta jazz, il gancio soul, nostalgicamente swing e passatista, che dovrebbe piacere alle mamme, figlie di quegli anni ’50 sorridenti e spensierati.

Ma Amy piace anche ai figli di quelle figlie.

Ha stile, presenza scenica, narrazione, qualche nota di rap, ha persino un maleficio da curare che non si capisce da dove provenga e dove voglia andare a finire.

Amy non è rock, ma il suo appiglio al mondo sì.

Si fa da band, si fa da genitrice, si fa e basta.

La sua voce ha il dolore pungente di una carie in testa, nel bel mezzo delle arcate dell’ascolto che fagocita, lì a farti percepire tutte le sensibilità del clima di fuori e di quello di dentro.

La sua voce è il companatico di Cristo all’ultima cena.

Graffia la speranza e, pur ferendola, la salva da ogni tentativo di autolesionismo e distruzione di sé.

Sa rendere palesi gli ultimi segreti rimasti tali dell’umanità, con quella voce lì.

Striglia le meningi, picchia e addormenta la memoria. Non si può governare una voce così, pensano quelli che le stanno accanto. Non si può governare Amy, le sue contraddizioni, il saper farsi sempre e comunque male.

La metà buona della mela

Infatti, neanche il tempo di morire per overdose di alcolici assunti dopo un breve periodo di astinenza, che un’orda di ragazzine cotonate e non, in chiave Summer Jamboree e non, è pronta a farsi avanti, a emulare la sua voce, ma con sembianze composte, al netto di equivoci, al netto di sporcizia e malefici da curare.

Solo bontà d’animo, aspetto appena messo a posto dall’estetista e voci da crooner declinate al femminile. Solo voci mischiate di raucedine e santità mariana.

Adele, Norah Jones, Joss Stone, Alicia Keys, ad esempio, sono la metà pura, casta e verginale della mela di cui Amy aveva divorato l’altra metà, dopo averla seviziata e scomposta in minuscoli frammenti.

Tutte così diverse da Amy, le altre, da quel piglio vitale compresso nel corpo anoressico e bulimico della sua anima.

Così lontane da una che viene arrestata per possesso illecito di droga, per lesioni e aggressioni al produttore durante uno spettacolo teatrale intitolato “Cenerentola” a Londra.

Non a caso, Cenerentola.

L’angelo di Camden

Amy non si sente compresa, allora torna a casa, nella sua camera. A Camden Town, uno di quei sobborghi che rende Londra ancora più londinese, ancora più contagiata e multietnica, ancora più fatta di attrazioni, di mercati e di murales a cui fare una fotografia per lo sfondo sul telefono o la copertina di un qualunque social.

Amy è qui, non vuole andarsene.

Non se ne andrà.

La sua voce si consuma teneramente al pensiero di quei due album dal successo involuto, inatteso.

È il 23 luglio 2011, Amy ha 27 anni, come quelli di tutto il club a cui adesso appartiene.

Ed è nella sua stanza senza più un’anima da imbrattare. 

Amy cantava, si mostrava pubblicamente per ciò che era realmente, senza copioni.

La sua era pura improvvisazione. Il resto, su di lei, lo raccontavano morbosamente le voci della gente, i conduttori alla tv, i flash dei fotografi, di quel maleficio che sembrava possederla come un demonio.

E non c’era più verso di lasciarle andare via, quelle voci.

Ormai le appartenevano.

Il 2006 aveva portato tutto il successo a questa ragazza ebrea anticonformista e poco ligia alle regole.

Back to Black”, e ancor prima “Frank”, il primissimo album del 2003, non sono rock – manco per niente – ma la loro struttura organica sì, il carisma che suscitano pure.

Per non parlare della vocazione all’autodistruzione narrata in essi.

Rock, appunto.

Come ogni punta di diamante che si rispetti, come ogni maledetta volta in cui un individuo si ritrova a vivere col pretesto insano, maledetto e ingiusto di voler sparire a tutti i costi. 

The Parallel Vision ⚭ ­_ Elisa Mauro)

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