Cultura Musica

#Intervista: Mirkoeilcane, “L’ironia resta l’unica via”

#Intervista: Mirkoeilcane, “L’ironia resta l’unica via”

Il 29 giugno Roma si è fermata.

Il silenzio e l’aria calda, stagnante, che appesantisce l’asfalto, ricordano più una domenica di agosto.

D’altronde è stata festa patronale e le feste, in un modo o nell’altro, vanno santificate.

Quelli che, come chi scrive, non sono di Roma, realizzano la stasi con un po’ di sorpresa.

I romani come Mirkoeilcane, invece, sono abituati a questa solennità che trasforma un martedì qualunque in Ferragosto.

La telefonata comincia così, parlando di San Pietro e Paolo.

Mirkoeilcane, però, non è particolarmente legato al significato primario della festa. I suoi ricordi sono più legati alle bancarelle o alle passeggiate in famiglia di quando era bambino.

Il 18 giugno è uscito il suo nuovo singolo “Povera me” e quindi, archiviati i ricordi, la telefonata torna sulla sua attualità biografica e musicale.

Si chiuderà con un ponte tra passato e futuro, ma lo saprà solo chi leggerà fino in fondo questa intervista. 

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Mirkoeilcane

“Povera me” si sviluppa su un tema, la storia d’amore, non nuovo per la tua discografia. Lo avevi già trattato in “Beatrice” e in “Se ne riparla a settembre”, solo che questa volta hai cambiato il punto di vista

Cambia il punto di vista a partire dal genere di chi parla.

Ho provato a mettermi nei panni dell’altro sesso per provare a comprendere le reazioni di una donna alla fine di una storia.

Il punto di partenza è stato maschile, ma l’esito maschile sarebbe stato molto meno divertente.  

C’è un riferimento biografico all’origine della canzone?

Sicuramente scaturisce da una rottura che ho vissuto anche io. Ho cercato di tirarmi su di morale con la musica e con l’ironia.

Ci sono canzoni che servono per intristirsi, per ricordare, per “zompettare”, ma ci sono anche canzoni che servono per alleggerire.

La canzone elenca una serie di luoghi comuni che più o meno tutti abbiamo attraversato dopo la fine di una storia. Ma li elenca proprio con l’obiettivo di sdrammatizzare

Nel nostro continuo tentativo di schematizzare qualsiasi cosa, abbiamo anche una lista di azioni-tipo da compiere per uscire da una storia.

Come se ci fosse un elenco di compiti da svolgere per poter uscire dallo struggimento.

Se l’ironia e il tema si ricollegano alle tue uscite precedenti, il cambiamento sta nell’arrangiamento. Com’è nata l’idea di coinvolgere 3D per la produzione?

Gran parte del merito, o della colpa, viene da questo periodo di separazione dalle specie umane, in cui ci siamo trovati a mettere in discussione alcune cose.

Io ho messo in discussione la mia voglia, o presunzione, di gestire sia la composizione sia l’arrangiamento con la band.

Ho pensato che, forse, non volendo rinunciare alla scrittura di musica e testo, avrei potuto delegare qualcuno per realizzare un arrangiamento più leggero.

Non è un tentativo di strizzare l’occhio a chissà chi, ma la necessità di avere una musica più allegra, con strumenti diversi.

All’inizio questo aspetto mi ha spaventato, ma spero di poter continuare in questa direzione.

L’arrangiamento si sposa bene anche con l’ironia del testo

Se questo è quello che percepiscono le persone, sono contento.

La canzone è accompagnata da un videoclip suggestivo a livello di colori e di immagini

È merito della regista Beatrice Chima e dell’attrice Desiree Popper.

Invece di creare qualcosa di più didascalico o basato sulla cronaca del testo, come avrei potuto pensare io, hanno creato un video stupefacente.

Dove è stato girato?

In uno studio di artisti a Trastevere.

Potrei dire factory, ma non amo usare parole inglesi (sorride, ndr). 

Esiste già una versione al maschile di questo brano?

Povero me” esiste, ma non so se la inserirei nel disco.

L’idea di concept album – è la seconda parola in inglese che uso, poi mi punirò – è bellissima ma, a oggi, non porterebbe lontano.

Dato che le polemiche sul genere sono sempre all’ordine del giorno, temi che il punto di vista che hai scelto possa portarti a ricevere qualche critica?

Il politicamente corretto è diventato invadente sia nella comunicazione sia nella quotidianità e non sappiamo più se possiamo fare una battuta o se finiamo per litigare.

È un clima che non mi piace, perché si combatte la violenza con altra violenza.

Comunque, non ho ricevuto critiche perché nella canzone c’è un alto tasso di ironia.

In effetti, spulciando nei commenti ai tuoi post, critiche non ce ne sono.

Tutte le persone che mi hanno scritto sono state contente di ritrovarsi in quello che ho raccontato.

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È un aspetto importante, soprattutto perché sono proprio i social che, spesso, creano il fraintendimento dei messaggi o li distorcono volutamente. Da artista, che rapporto hai con i social?

Mi trovo costretto a utilizzarli.

Se non avessi fatto il cantautore, probabilmente non li avrei utilizzati.

Il fatto di dover riempire il feed per rimanere nell’algoritmo mi fa venire proprio voglia di non riempire il feed e di uscire dall’algoritmo.

Da fruitore, invece?

Da fruitore sono il peggiore degli utenti di Instagram.

Facebook ormai mi sembra un lontano ricordo, mentre Tik Tok non lo uso perché mi sentirei il papà dei suoi utenti e poi perché non sono capace di fare i balletti.

So’ ‘n pezzo de legno (sorride, ndr).

Nella tua comunicazione spesso ci sono salti temporali, a testimonianza del fatto che non bisogna sempre dire qualcosa

Se c’è un periodo in cui non ho niente da dire, non dico niente. Quando faccio qualcosa, sono ben contento di comunicarlo.

Sento anche la pericolosità di condividere tutto con il pubblico. Quando la portata diventa grande nasce la violenza gratuita.

Sotto la lente di Sanremo e della tv, mi bastava sbagliare un articolo o mettere uno spazio in più e subito arrivavano messaggi come “vai a scuola”.

Anche questo mi ha allontanato da quegli strumenti.

Tornando all’ironia, citi spesso l’aforisma di Alberto Sordi “quanno se scherza bisogna esse seri”. Gigi Proietti invece diceva “chi non ride mai mi insospettisce”. Hai qualche ricordo legato a Proietti?

Non ho mai avuto l’onore di incontrarlo. Tempo fa mi trovavo al Globe Theatre a vedere uno spettacolo di Shakespeare diretto da sua figlia.

Lui era in platea, l’ho visto molto provato e mi è dispiaciuto. Gigi Proietti ha un’aura di infinito intorno paragonabile a quella di Sordi e Manfredi.

Sui libri di storia si studierà il teatro di Proietti oltre a quello di Shakespeare e Goldoni.

Ha portato per ultimo la bandiera delle vecchie usanze romane, lo stornello, la battuta, la barzelletta, caratteristiche della romanità che magari spariranno perché interessano meno alle nuove generazioni.

A proposito di grandi personaggi, ultimamente ci ha lasciati anche Franco Battiato. Ha fatto parte dei tuoi ascolti?

L’ho sempre ascoltato, ma credo, o spero, di averlo compreso soltanto di recente. Prima, forse, non avevo le orecchie adatte per capirlo.

Ultimamente, invece, ho scoperto cose che avevo dato per incomprensibili.

Battiato è un’altra figura trasversale. La musica, forse, era la punta della sua personalità.

Sono anni un po’ antipatici questi, perché perdiamo pezzi di valore inestimabile e la paura è che non ci sia nessuno pronto a sostituirli.

Si fa tanto presto a cercare la via per il successo, ma si fa molto meno presto a creare qualcosa che fra 10 anni qualcuno andrà a ricercare negli archivi. Questo lascia l’amaro in bocca.

Tra 10 anni ricorderemo le hit del momento? Se ripenso alle hit di 10 anni fa, le ricordo con un sorriso.

Quindi ti batti ancora per essere un cantautore o stai lavorando per diventare più demoscopico?

Penso di non essere in grado. Avessi avuto 10 anni in meno forse avrei deciso per un cambio di rotta ma, ricordando il mio carattere di 10 anni fa, non credo.

Preferisco conservare la mia fetta di pubblico affezionato, preferisco che le persone si fermino ad ascoltare la canzone e che alla fine possano dire “è successo pure a me”.

Faccio fatica ad ascoltare le canzoni con i cocktail esotici.

Tanti autori che pubblicano queste canzoni le conosco personalmente e nella quotidianità non sono così.

Mi spaventa la distanza tra ciò che la persona è in realtà e il modo in cui si mostra nel videoclip.

La distanza tra reale e virtuale ormai è incolmabile. Non si recupera più.

Qual è stato l’ultimo concerto che hai visto?

Durante la pandemia ho aperto i concerti di Daniele Silvestri, quindi temo che l’ultimo che ho visto sia stato proprio Silvestri.

Il prossimo a cui andrai?

Non saprei dire.

La pandemia mi ha impedito di andare a vedere Paul McCartney a Piazza del Plebiscito e questo mi ha scottato.

Sono ancora sotto shock (sorride, ndr).

Da un post ho capito che hai apprezzato l’ultimo disco di Samuele Bersani. Per il resto, che musica hai ascoltato durante quest’anno?

Ho ascoltato principalmente musica straniera.

Non vorrei fare il Guccini 1.1 ma, a parte il disco di Bersani, sono andato a pescare altrove.

Mi sono appassionato al lavoro di Damon Albarn, mi piace molto il suo modo di cantare, che è molto lontano da quello che si ascolta qui.

Spesso sono andato a correre ascoltando Billie Eilish.

Avevo anche bisogno di tapparmi le orecchie ed evitare di sentire canzoni sul lockdown e sul “ce la faremo”.

Ho cercato di spaziare lontano da De André, De Gregori, Battisti e Dalla.

Pensi che questi ascolti possano influenzare il prossimo disco?

Non saprei. C’è un tempo anche per digerire quello che ascolti, prima che venga fuori in qualche altra forma.

Scrivo da cantautore, ma si può sperare che magari sarà un’influenza musicale.

La tua poetica, insomma, rimarrà intatta

Sicuramente.

Parole in inglese come yeah, bro, WhatsApp, non me le sentirete cantare mai.

The Parallel Vision ⚭ ­_ Daniele Sidonio)
(Foto: © Beatrice Chima)

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