Cultura Musica

Giusto in tempo per il rock: 29 giugno 1985

Giusto in tempo per il rock: 29 giugno 1985

giusto-in-tempo-per-il-rock-orologio

Quell’anno aveva già visto la nascita di “We are the world”, il giorno 7 di marzo.

L’indimenticabile brano scritto a scopo benefico da Michael Jackson e Lionel Richie fu inciso dagli USA for Africa, la mega straordinaria crew composta da 45 cantanti e interpreti della musica pop internazionale.

Una cosa così non si era mai vista prima. 20 milioni di copie vendute come pane ai mercati e 4 Grammy a portar via. E chi se lo scorda. 

Chi potrà mai scordare quel magnifico coro di voci e assoli, da Cindy Lauper e Dionne Warwick, passando da Tina Turner e Kenny Loggins, a Ray Charles, Bruce Springsteen e Stevie Wonder, che quel giorno di 36 anni fa fece vibrare il pavimento degli Hollywood’s A&M Studios.

Un altro 29 giugno 1985

Forse, però, non tutti ricordano che in quello stesso anno, era il 1985, nel mese di giugno il giorno 29, David Bowie e Mick Jagger, spalleggiati da EMI e Live Aid, la grossa organizzazione umanitaria musicale voluta e condotta dall’irlandese Bob Geldof, decidono – o forse sono spinti a decidere – di gareggiare per lo stesso scopo che aveva trainato l’uscita di “We are the World”.

E dimostrare a quel vanaglorioso e saccente pop che anche il rock sa fare del bene, quando vuole, quando non è intento a farsi male. 

E così l’inconsueto duo, nonostante i contestuali impegni musicalcinematografici (Bowie sta lavorando alla colonna sonora di “Absolute Beginners”, Jagger a quella del film “Per favore, ammazzatemi mia moglie”), quello stesso giorno ad Abbey Road incide un brano, una cover di Bob Marley, “One Love”.

Anzi no, ci ripensa subito.

Meglio “Dancing in the street”, di Marvin Gaye e William Stevenson.

Si opta per questo brano del 1964, originariamente interpretato dalle Martha and Vandellas, perché ha note più rhythm and blues, un decoro quasi rock, indiscutibilmente soul, perché ha soprattutto valore di lotta civica e sociale. 

Come per “We are the world”, questo brano è registrato, e venduto, per raccogliere soldi per una causa benefica a favore del Paese africano colpito quello stesso anno da una tremenda carestia: l’Etiopia.

Siccità, guerra civile, conflitti interetnici portarono a oltre un milione di morti e 8 milioni sono le vittime di ciò che è stata definita “la cosa più vicina all’inferno sulla Terra” dal giornalista inviato della BBC Michael Buerk.

Quello di vendere dischi per aiutare imprese umanitarie si dimostrò con l’andare del tempo, e con il senno di poi, un tentativo piuttosto bizzarro, dal momento che i soldi non risultarono edibili e venivano consegnati ai regimi corrotti, come spiegarono in molti in seguito. 

Il mondo che sta cambiando

Ma sono gli anni ’80.

Se qualcuno muore, qualcun altro balla.

Nel mondo che “conta” questi sono gli anni degli sconvolgimenti in chiave dance, sono gli anni in cui il nuovo mondo acquisisce visioni eterogenee e scomposte.

L’alterità e la fluidità, ad esempio, diventano modelli sensazionali in filosofia e la musica mutua da questa le sue novità. 

Le strategie cambiano perché cambiano i gusti degli acquirenti, dei compratori.

Andy Warhol l’ha compreso prima di chiunque altro.

Nel mondo, grazie alle nuove tecnologie di rimbalzo, cosiddette di eco, i mass media appunto, ci si accorge di più del dolore sparso qua e là, del male che alcune zone di umanità soffrono, sopravvivendo, a dispetto di altre, del loro benessere e della leggera spensieratezza con cui vivono.

uomini-men-dancing-in-the-street

David Bowie

Era il tempo, quello, in cui David Bowie si tira via da anni di luccicante celebrità, sulla strada già spianata da Marc Bolan, da quegli strampalati T. Rex e da brani ineludibili come “Ride A White Swan“.

Bowie, dalla scuola di mimo Lindsay Kemp, aveva diretto e interpretato la rivoluzione del glam, strappando agli occhi del rock ogni debita innocenza e caricandoli di vanità e decadentismo.

Ma l’alieno si era ormai fatto terrestre e Ziggy Stardust era tornato a essere semplicemente David Bowie svestendo chiome rosse e tute fantasmagoriche progettate da Kansai Yamamoto e tornando a costumi cosiddetti borghesi.

A quella normalità spicciola che faceva ricadere ogni altra attenzione su tutto il resto.

Sulla musica, ad esempio. 

Mick Jagger

Sull’altro versante, quello beat, in quello stesso tempo, il suo caro amico e compagno di una parte di vita Mick Jagger sfidava la dance a colpi di anca sul palco e attraverso gli schermi catodici.

Era partito da “Little Boy Blues & The Blues Boys” cantata in un piccolo club di Ealing, l’embrione dei Rolling Stones, come li conosciamo oggi, come li conosceremo per sempre.

Jagger è ancora, in quegli anni, erotico e scatenato.

Nessuno si sognerebbe mai di scambiarlo per altro dal beat da cui è nato, anche se a ciò ci aggiunge sempre un eccesso, il troppo.

La musica degli Stones è atavica, migliorativa, una panacea, ancora, in quali anni, nonostante tutto.

Ma i contrasti nelle band sembrano essere contagiosi.

Si guarda al solipsismo anche in musica.

Sempre, ormai, si guarda solo all’individualità. 

“Un grande errore di calcolo”

Staccarsi dalle origini, dal consueto, e sperimentare nuove unioni.

Probabilmente anche per un motivo del genere nasce la collaborazione artistica tra Bowie e Jagger con “Dancing in the street“, registrata in appena 4 ore.

Un tour de force compiuto solo beneficienza? Per una raccolta fondi? Sì, certo. Ma anche per gioco.

Un tempo morto dedicato al faceto con tanto di giusta causa.

Senza sforzo alcuno di composizione, di riadattamento, solo 13 ore di quel 29 giugno 1985.

13 ore in cui girare un videoclip, diretto da David Mallet.

E ballare per chi donava, tra leziosaggini, ammiccamenti e salti.

Molti critici, soprattutto moltissimi fan lo definirono un grande errore di calcolo.

Altri un passaggio obbligato. Altri ancora qualcosa da dimenticare.

Eppure il rock, cangiante e impressionate come nient’altro al mondo, con quella splendida cover lanciata in mondo visione come un coriandolo a Carnevale voleva dimostrare di avere qualcosa di giusto da dire, questa volta, probabilmente, ancora una volta, nel modo sbagliato. 

The Parallel Vision ⚭ ­_ Elisa Mauro)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: