Cultura

#Recensione: Il Vestito, quando la paura impedisce la felicità

#Recensione: “Il Vestito”, ovvero quando la paura impedisce la felicità

I sentimenti.

Sono questi i protagonisti indiscussi del corto “Il Vestito” ed è proprio su di essi che Maurizio Ravallese vuole invitarci a riflettere.

Ravallese è Dottore di ricerca in Filologia e Storia del mondo antico all’Università La Sapienza.

Inoltre è assistente alla regia di molte produzioni televisive e cinematografiche e assieme a Emanuele Pisano, pluripremiato regista di serie tv e di videoclip musicali di successo, che ha partecipato alla sceneggiatura de “Il Vestito”, è socio fondatore della Pathos Distribution.

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Danilo Arena

Il corto

Questo cortometraggio, il terzo di Ravallese dopo “Miracolo in Periferia” (2013, candidato al Giffoni) e “La terra degli sconfitti”, è in lizza per il premio al Miglior Corto del Toronto International Nollywood Film Festival (18-19 settembre 2021).

Nonostante sia passato più di un anno dalla sua uscita, quest’opera continua a vincere premi e a ottenere riconoscimenti.

È stato infatti acclamato in oltre 30 festival nazionali e internazionali.

A contribuire a tutto questo c’è sicuramente l’attualità degli argomenti trattati e la pertinenza con la discussione riguardo il Ddl Zan che ha portato alla luce la riflessione sui disagi e sui diritti fondamentali di un’intera categoria.

Tra gli attori del cortometraggio figurano Danilo Arena (Amed, il protagonista), attore di serie televisive in Rai e su Sky e Christian Iansante (Massimo), attore e doppiatore di illustri interpreti internazionali quali Bradley Cooper, Christian Slater, Sam Rockwell.

La storia

Il corto si apre con Amed, un giovane immigrato, che divide le sue giornate tra il lavoro in lavanderia e lo studio della lingua italiana.

Il suo capo è un grosso signore dai modi burberi e decisamente poco amichevole.

Si delinea immediatamente il profilo di un giovane pieno di sogni e speranze contrapposto a una figura a tratti tirannica e per niente rispettosa pronta a riportarlo alla cruda realtà: Amed non ha il diritto di avere sogni, deve lavorare in silenzio e velocemente.

Mentre torna dal lavoro in sella alla sua bicicletta, Amed s’imbatte in un’auto da cerimonia piena di nastri e rumorosi barattoli.

È da qui che Ravallese inizia la sua opera di destabilizzazione, pronto a stravolgere l’immaginario comune, con un primo effetto-sorpresa: normalmente ci si aspetterebbe di vedere all’interno di quel tipo di macchina una giovane sposa col suo voluminoso vestito bianco di pizzo e tulle.

Invece noi, al contrario di ogni “tipica” aspettativa, vediamo un uomo, uno sposo, scendere velocemente dall’auto e dare di stomaco.

Non si capisce bene se quest’uomo è fuggito dal suo matrimonio o se è stato abbandonato all’altare, ma siamo certi che la funzione non è andata a buon fine.

Mediante il gioco di inquadrature nascoste tra gli alberi lo spettatore percepisce di essere indiscreto ma non può che continuare a osservare e provare compassione per quello sposo sfortunato.

Amed segue l’auto e, dopo uno stacco d’immagine, si ritrova davanti casa dell’uomo e gli ruba l’abito da sposo che era appeso fuori casa: un gesto che appare privo di senso.

Attraverso un buon gioco di piani sequenza, scanditi dal respiro affannato di Amed che fugge dopo il furto correndo a più non posso, sembra anche a noi di rimanere senza fiato.

Ma ahimè, al termine della corsa, ci ritroviamo esattamente di fronte all’uomo derubato.

Si chiama Massimo, ha un aspetto orribile, è sudato, pallido quasi giallo, i capelli attaccati alla fronte, svestito e con uno sguardo vuoto. Si riappropria del suo vestito e se ne va.

Ma il giorno dopo Massimo si presenta alla lavanderia e senza mezzi termini dà ad Amed la “missione” per espiare la sua colpa.

Gli fornisce una valigia, una cartina geografica col luogo in cui dirigersi e una serie di indicazioni.

Da questo momento in poi lo spettatore si trova a compiere insieme ad Amed questo viaggio, guidato dalla voce di Massimo che adesso si è trasformato in voce narrante, interna e onnisciente, che detta e preannuncia le azioni del giovane.

Una voce calma ma decisa, amichevole ma che intimorisce, una voce sicura che contrasta con le immagini che dipingono la tensione nei gesti e movimenti del ragazzo, il quale non sa cos’ha in quella valigia, non sa in che paesino sperduto si trova e soprattutto non ha idea di cosa aspettarsi.

È soltanto verso il finale, magistralmente ad effetto, che riusciamo a comprendere, a riflettere, a renderci conto che tutte le ipotesi che ci siamo fatti sul senso e sulla trama della vicenda non sono neanche lontanamente vicine a quello che i nostri occhi stanno vedendo.

Un stravolgimento totale delle aspettative comuni.

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L’analisi del cortometraggio

Una storia tutta concentrata sui sentimenti, che sono l’unica cosa chiara, immediata e subito riconoscibile del corto.

Non riusciamo infatti a collocare geograficamente i luoghi dell’azione, né possiamo dire con certezza in quali anni ci troviamo.

Tutto secondo i piani di Ravellese che ci vuole concentrati sull’emotività.

Viene toccato con estrema leggerezza, ma non senza grande impatto, un tema delicato e sempre attuale: il pregiudizio nei confronti del diverso.

L’immigrato che nonostante il suo impegno ad integrarsi studiando l’italiano viene trattato senza dignità sul posto di lavoro.

Che per il colore della sua pelle e la sua lingua viene additato come terrorista pronto a farsi saltare in aria solo perché porta una valigetta con sé.

Un uomo che per paura dei pregiudizi degli altri ha rinunciato all’amore della sua vita fuggendo “dove le persone non vogliono essere trovate”.

Ed è qui che troviamo l’emblema del disagio che vivono alcune categorie di persone: quando la paura diventa più grande del proprio diritto alla felicità.

Il messaggio che traspare dalla conclusione del corto suona come un atto di resa, un finale che lascia l’amaro in bocca, che fa riflettere su quanto sia necessario, e per niente scontato, far sì che tutti possano avere il diritto di costruirsi la propria felicità senza preoccuparsi del giudizio e della reazione degli altri.

Perché la felicità è più bella se viene condivisa e perché non esiste felicità che possa limitare quella degli altri.

The Parallel Vision ⚭ ­_ Myra Verdura)

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