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Giusto in tempo per il Rock: 29 maggio 1997

Giusto in tempo per il Rock: 29 maggio 1997

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Si muore senza smettere di esistere. È ciò che capita ai poeti, quelli veri. E agli artisti rock.

È ciò che è capitato a Tim Buckley e, poi, come per un certo diritto imposto dalla legittima eredità, a suo figlio Jeff.  

È ormai sera. È il 29 maggio 1997 e Jeff e Keith, 2 amici, parcheggiano un furgoncino ai bordi di un rivolo affluente del Mississippi.

Trasferirsi a Memphis, capitale del blues, non molto lontano dagli strascichi sonori della Beale Street, o dai mitici studi della Sun, non è mai una cosa semplice, non quando sei Jeff Buckley, da solo, con il fantasma di tutti i tuoi fantasmi e sei stato messo lì a registrare un nuovo album che non scontenti pubblici, discografici e appassionati.

Che non faccia rivivere le emozioni già vissute con “Grace”, che componga un rock diverso, sagace, improprio, sradicato da quei fantasmi, sganciato da quelle altezze di stile e di scale ripide che avevano rappresentato la figura che l’aveva preceduto in vita e che l’avrebbe preceduto poi anche in morte. 

Non è una bella serata, anche se fa caldo.

Il vento sibila e forse dice qualcosa di importante a cui dover dar conto.

Ma Jeff, che ha trent’anni, ignora la sua premonizione, anche se i sonni di quelle notti sono stati tormentati. Forse è il caso di immergere i pensieri, le preoccupazioni, per sentire ammollate le idee.

Forse è il caso di fare un tuffo.

È tutto confermato per il giorno che dovrebbe seguire a quello – se Dio vuole.

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“Grace”, Jeff Buckley

Lo studio di registrazione è prenotato e il suo produttore Tom Verlaine, di cui Jeff non si fida più poi tanto, è certo che sarà un successo. D’altronde, tutti non fanno altro che parlare di lui come l’ultimo autentico cantautore acustico.

Ricchi discografici lo aspettano al termine dei suoi live nelle limousine con in mano i contratti stellari pronti a sigillare quel falsetto mistico, il timbro acceso come un falò di Santa Lucia, il modo sommesso e morigerato di un chierico perbene. 

Jeff non è certo di nulla, invece, quella sera, se non di voler fare un tuffo tra i detriti e i pontili di quell’acqua.

Il 29 maggio del 1997 Jeff ha deposto ogni certezza a favore di un sogno, di una nuova prospettiva. Ha solo una consapevolezza, infatti: non dover ripetere il tenore del suo primo e unico album “Grace”, la sua eleganza composita e malinconica.

Sa di non dover emulare le sue dolcezze, quel rock pregno di immaginazione e poesia declinato al blues, e al jazz.

Quel falsetto angelico e radicato nelle corde di suo padre, l’uomo che fu tutto per molti cultori di quel genere, che non si sarebbero accontentati, tra l’altro, di un suo baby simulacro. Perché mai avrebbero dovuto? 

La musica nella sua testa era partita ed era migliore di tante altre.

Era “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin a lasciarsi cantare dalle labbra galleggianti, insieme con Robert Plant.

Erano i piedi di Jeff Buckley chiusi negli stivali a muoversi verso quel canale a farsi largo tra le acque, a stendersi sospesi, a fissare il cielo che scuriva e a vedersi trascinare nel fondo ancora più buio di quel fiume tra onde insolite che sapevano annegare tutto, anche le preoccupazioni, ormai. 

Keith Foti era un roadie, un praticante, un aspirante rocker. Come tanti altri.

Come David Gilmour per i Pink Floyd, come Krist Novoselic prima dei Nirvana e come il bassista Ben Shepherd con i Nirvana prima dei Soundgarden.

Foti voleva fare musica. Viverla, conoscerla a fondo. Non assistere a una tragedia. 

Aveva chiesto a Jeff di rientrare a riva. Aveva urlato di stare attento a quel battello. Ma Dio non aveva voluto.

Che quel giorno finisse mai, che a seguire ce ne sarebbe un altro, quello in cui a cantare sarebbe stato un nuovo Jeff Buckley, si era promesso, diverso dal primo, diverso cioè da suo padre.

E invece niente. A volte non rimane più niente se non l’eterno immobile che porterà a guardare indietro perché avanti è già tutta un’altra storia, un altro rock.

The Parallel Vision ⚭ ­_ Elisa Mauro)

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