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#Lammazzacaffè: Enjoy the Silence

Lammazzacaffè: Enjoy the Silence

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Ti piace la musica del passato perché ti ricorda di quando eri più giovane e le preoccupazioni ridotte al minimo. Ti piace quella del passato più lontano perché ti ricorda di quando le tue preoccupazioni non esistevano ancora, perché non esistevi tu. 

Ci sono passati, e passati. Passati che ricordano George Gershwin e la sua “Rhapsody in blue” e quelli che ricordano tra i suoi idoli i Take That con le scenografie di un’America ballerina e patinata tra Pulp Fiction e la “generazione dei quarantenni” eletta a nuovo Presidente degli States, Bill Clinton, il più giovane di sempre.

Giovane come la musica di quegli anni, e chiara, fresca e dolce, come le acque del Sorga per Petrarca.

Passano alcuni passati ma certi altri restano indelebili nella memoria di chi ascolta musica rock.

È il 18 giugno del 1988 e i Depeche Mode salgono sul palco del Rose Bowl di Pasadena.

Ad attenderli ci sono più di 60mila anime agognanti. La Union Jack è sul palco, a rappresentarla il suo gruppo più levante. In quel luogo, alla presenza dei più importanti critici musicali del mondo, tra cui Jon Parales del New York Times, il vero spettacolo lo fa il non-suono o il suono assente. 

Quella sera, infatti, il gruppo originario di Basildon, nei pressi della Londra metropolitana e punk, suona ma in playback.

E David Callcott o, come preferirà in seguito, Dave Gahan, il caustico frontman della band si rende immagine più che mai, mentre la sua voce è un voice over, ovvero un’eco che parte da lontano.

L’assenza di musica suonata dal vivo non modificò l’esaltazione di quel pubblico. Dave cantava, fingeva di farlo, eppure intratteneva, ballava, entusiasmava. E lo faceva per davvero. Senza finzione.

Da quel giorno e per sempre i Depeche Mode con il loroimpareggiabilesynth pop, mischiato al rock insieme alla fiction dell’elettronica insieme al blues più spietato e disadorno, inaugurano una corrente, un modo di esistere sul palco, un modo di sperimentare sé stessi prima anche della musica.

“Avanti ai sintetizzatori”, quindi, sembrano urlare da quel momento tutti i produttori e discografici del mondo. 

E mentre i Queen, qualche anno prima, obbligavano a scrivere su ogni copertina «No synthesizers», demonizzando le nuove composizioni sperimentali come l’olio di palma sui più moderni packaging alimentari, i Depeche Mode si crogiolavano teneramente nella monofonia di quegli strumenti che rendevano la musica troppo costruita per dirsi reale, per dirsi sincera.

I Queen, di questo, ne erano certi. Ma con i Depeche Mode la musica cambiava, perché a cambiare era il rock, il solito mutante alieno rock. 

E alla fine di questa lunga storia e di quel famoso concerto, Parales annotò: “Avrei voluto vivere un incubo, invece era realtà”.

Una realtà romanzata, costruita, già scritta e riprodotta con apparecchiature elettroniche da cui far uscire addirittura melodie, composizioni, ma pur sempre realtà.

E nonostante questa stangata fu sadicamente pubblicata sul NY Times il giorno dopo al concerto, i Depeche Mode erano incredibilmente osannati.

Sempre di più, sebbene l’eroina, i vizi, i malcostumi e le depravazioni di cui sanno prendersi cura solo le vere rock star come Gahan

Come spesso accade, più i critici disprezzavano, più il pubblico s’incendiava di luce nuova. Dio, che successo! Era la spettacolarizzazione del rock. Mesto, dimesso, fino a quel momento, quasi morto, agonizzante. 

Adesso costruito, montato, rilanciato. In tivù, su MTV. Con “Enjoy the silence”.

Il 5 febbraio del 1990 il videoclip del secondo brano dell’album “Violetor” è spedito in rotazione con la stessa frequenza dei missili su Gaza. Ed è meraviglioso.

C’è un re, supposto, solitario e detronizzato, che è Dave Gahan, che lungo tutta la strofa cammina tenendo in mano una sdraio da spiaggia. O forse il suo trono. Appena raggiunta la cima di una collina, trova un angolo di mondo da cui osservarlo. Sembra piacergli di più del precedente. 

Lontano da sudditi e da critici, ecco il suo regno. Lontano dal caos. Lontano da imbonitori e guelfi. Da parole che non sanno preferire il silenzio. Rock nel rock. Passato che ricorda quanto prezioso sia il silenzio e quanto le parole siano inutili, superflue se intendono soltanto violentare. 


L’AUTRICE

Ho scritto 10 romanzi – di cui 2 conclusi e pubblicati -, un corale, un musical, brani, articoli, interviste, pezzi, aforismi, memoranda, lapidari, fiabe e barzellette. Ho vinto qualche premio e ricevuto un po’ di applausi. Poi ho smesso di fumare e ho perso l’appeal, come Vasco da quando non si droga più. Ghost writer di “writers” più famosi. Questo rubrica la dedico a tutti. A tutti quelli che amano l’aroma del caffè mischiato al sapore alcolico dell’inchiostro sul moleskine.
Elisa Mauro

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(© The Parallel Vision ⚭ _ Elisa Mauro)

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