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#Recensione: “CA/1000” vince il Roma Fringe Festival 2021

Recensione: “CA/1000” vince il Roma Fringe Festival 2021

Se tu sapessi con quanto amore ti guardo mentre annaspi nel caos della vita…

Suona quasi come una beffa la frase pronunciata da una voce fuori campo.

È tratta dal libro “Scarpina di raso” di Paul Claudel, lo scrittore francese fratello minore di Camille e viene ripresa in “CA/1000“.

Io la storia di Camille Claudel non la conoscevo. Merito della pièce con cui l’Estudio di Napoli ha vinto il Fringe Festival 2021 – conquistando il premio come migliore spettacolo e migliore drammaturgia, oltre che l’Alessandro Fersen – è quello di appassionare lo spettatore alla vicenda di questa donna straordinaria e sfortunata, alle sue sculture meravigliose, alla sua anima tormentata. 

Una stanza gonfia di emozioni

Non è facile ricostruire una biografia così complessa in teatro in 45 minuti e per di più dovendo entrare in contatto col pubblico via streaming seppur dal palco reale del Piccolo Eliseo.

Ma Noemi Francesca, che interpreta Camille, ha dalla sua parte intensità e forza comunicativa.

Ha un testo, di Enrico Manzo, che si nutre voracemente delle lettere scritte dalla stessa Camille.

E ha una regia attenta, di Luisa Corcione, che con luci, movimenti, voci fuori campo riesce a ricreare per noi e per la sua attrice una stanza gonfia di sollecitazioni emotive e di riflessioni che, a distanza di oltre un secolo dalla morte della scultrice, meritano davvero un’attenzione particolare.

ragazza-microfono
Noemi Francesca/Camille

Lo spettacolo

CA/1000” racconta i passaggi principali della vita di Mademoiselle Claudel, nata nel 1864 nel nord della Francia, 4 anni prima del fratello Paul, con il quale condivide una precoce genialità e la capacità di esprimersi attraverso l’arte.

A 13 anni, è già un’artista che ha trovato la propria strada, strada che presto si incrocerà con quella del geniale scultore Auguste Rodin.

I 2 si incontrano nel 1883 a Parigi, all’Accademia Colarossi.

Lei ha 17 anni, lui 41, e trova nella giovane non solo un’allieva a dir poco dotata ma anche una modella, una musa e un’amante. 

3 anni dopo, Rodin le scrive una lettera: “Per il futuro, a partire da oggi 12 ottobre 1886, mia sola allieva sarà Mlle Camille Claudel e lei soltanto aiuterò con tutti i mezzi che avrò a mia disposizione (…) sarà l’inizio di un legame indissolubile dopo il quale Mlle Camille diventerà mia moglie”.

Non succederà: qualche anno dopo, la fine di un rapporto fatto di tradimenti e ripensamenti farà da miccia per una forte depressione alla quale Camille era condannata anche a causa di un rapporto difficile con la madre.

Nel 1913 muore il papà, che aveva sostenuto la sua attività di scultrice in tempi in cui l’arte era quasi esclusivamente appannaggio degli uomini. Non passano 7 giorni che la madre la chiude in manicomio. 

Camille ha 49 anni, è depressa, ma viene (de)tenuta in istituto con la diagnosi di schizofrenia.

Ed è qui che la incontriamo, nel manicomio di Monfavet, dove trascorre circa 30 anni ripercorrendo una vita costellata di ferite emotive, abbandoni, rifiuti e mancati riconoscimenti anche artistici oltre che umani.

Con Rodin, infatti, ebbe a intrecciare il suo talento fino al punto che le opere dei 2 divennero confondibili, come i corpi nelle sue sculture (e indovinate chi ci ha rimesso?).

Le ho mostrato l’oro” dirà lui “ma l’oro che trova è tutto suo”. Un’ammissione che non sarà sufficiente. Nonostante il dolore, chi le chiedesse “Dove vorresti vivere?” si sentirebbe rispondere “Nel cuore di Rodin”.

In clinica “per 3 anni non riceve nessuno. Il senso di solitudine – ci indicano le voci che echeggiano ossessive di Lino Musella e Giacinto Palmariniè tale da farle credere di aver perso l’uso della parola” e così lei “parla da sola per rassicurarsi”. 

La madre non volle mai riprenderla con sé, nonostante i tentativi della ragazza di comunicare con l’esterno per essere liberata dalla prigione manicomiale.

Sono il ricordo di qualcuno? Un nome inciso nella pietra… Nemmeno quello, mamma?”, si dispera lei.

E ricordando quando plasmava il suo bronzo e la sua terracotta, nervosa e fragile nel corpo di Noemi Francesca, Camille plasma anche per noi le immagini di un passato e di un presente che si accavallano non lasciandole respiro.

Eppure mantiene la sua purezza, la sua passione, la sua vivacità intellettuale e creativa, la sua dignità e la fede nelle scelte.

Nella lettera indirizzata al dottor Michaux il 25 febbraio 1917, che vale la pena riportare quasi per intero, scrive:

Forse voi non vi ricorderete della vostra ex-paziente e vicina, M.lle Claudel, che fu portata via da casa sua il 13 marzo 1913 e condotta in manicomio, da dove, forse, non uscirà mai più. Sono 5 anni, tra poco 6, che subisco questo terribile martirio. (…) Per quanto riguarda la mia famiglia non c’è niente da fare: sotto l’influenza di persone malvagie, mia madre, mio fratello e mia sorella non ascoltano che le calunnie da cui sono stata investita. Mi si rimprovera (crimine orribile!) di aver vissuto da sola, di avere dei gatti in casa, di soffrire di manie di persecuzione! È sulla base di queste accuse che sono incarcerata da 5 anni e mezzo come una criminale, privata della libertà, privata del cibo, del fuoco e dei più elementari conforti. (…) Mia madre e mia sorella hanno dato ordine di tenermi isolata nel modo più completo, alcune delle mie lettere non partono e alcune visite non arrivano. Oltretutto mia sorella si è impossessata della mia eredità e ci tiene molto al fatto che io non esca mai di prigione. Vi prego di non scrivermi qui e di non dire che vi ho scritto, perché vi sto scrivendo in segreto contro i regolamenti dello stabilimento e se si venisse a sapere mi troverei nei guai!“.

Torniamo in scena, dove Camille fuori di sé urla contro tutto e tutti: “Nel mio nome c’è un numero: 1000. 1000 saranno le pene per chi proverà ancora a rinchiudermi in queste 4 mura” cerca di ribellarsi Camille/Noemi, ossessivamente “impaziente di consacrarsi a un’opera che sia soltanto sua”.

Arrabbiata, triste, delusa, resa pazza di quella follia che ancora oggi stenta a trovare un nome e che viene marchiata come disturbo, ma che non è altro che la sensibilità ferita e l’impossibilità di trovare un’appartenenza.

Ci circondiamo sempre di ciò che ci somiglia, no? Io infatti sono sola e non voglio nessuno intorno a me perché nessuno somiglia a me”.

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Camille Claudel (Foto: Wikipedia)

Epilogo

Camille Claudel muore a Montfavet il 19 ottobre 1943.

Solo il personale dell’ospedale partecipa alle sue esequie.

Nel 2017 viene inaugurato a Nogent-sur-Seine, luogo della sua adolescenza, il primo museo al mondo a lei dedicato.

Nel Museo Rodin di Parigi una sala ospita alcune delle sue opere più belle: L’Abandon, L’Âge mûr, L’Implorante, La Jeune Fille à la gerbe, Profonde pensée, Shâkountalâ, La Valse

Andare a vederle sarà una delle prime cose che farò quando si potrà tornare a viaggiare in tranquillità.

The Parallel Vision ⚭ _ Paola Polidoro)

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