Cultura Teatro

#Intervista: M.Chiara Tofone, “Cultura necessità quotidiana”

Intervista: Maria Chiara Tofone, “La cultura? Impossibile privarcene”

Maria Chiara Tofone è una giovane e bravissima attrice umbra che calca i palcoscenici nazionali da oltre 20 anni.

Rigorosa, appassionata e alla costante ricerca della verità, Maria Chiara sta affrontando la pandemia perfezionando le sue abilità in campo pedagogico e maturando competenze per sfruttare al meglio le sue risorse personali, in vista di una possibile ripartenza nel periodo estivo.

Maria Chiara mi ha parlato in maniera dettagliata della sua carriera, del suo modo di intendere l’arte e la recitazione, della candidatura ai David di Donatello 2021 con il film “La Città Vuota-Out of the Blue” e di come ritenga la cultura elemento indispensabile alla società, in quanto anche adesso che le modalità di fruirne sono profondamente cambiate, la domanda resta una sola: “La nostra società è realmente in grado di fare a meno della cultura nel suo senso più ampio?“.

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Maria Chiara Tofone

Mi racconti da dove nasce la storia artistica di Maria Chiara? 

Come molti ho iniziato con le prime recite scolastiche e mi ricordo che la prima volta in assoluto interpretai alla scuola materna, a mia insaputa, la fiamma del presepiello.

Ero nel più totale disorientamento, mi chiedevo che cosa ci facessi lì e cosa diavolo dovessi fare ma restai con un retrogusto che sapeva di magia e che non mi dispiaceva affatto.

All’inizio tentai con la danza e forse andavo dicendo che da grande avrei fatto la ballerina, così almeno pare dai racconti di famiglia, ma le lezioni in orario siesta e lo stretching a terra erano un’ottima occasione per schiacciare un pisolino, quindi decisi alla veneranda età di 4 o 5 anni di “appendere le scarpette al chiodo” (che non avevo mai ricevuto per il piede ancora troppo piccolo).

Negli anni seguenti iniziai una strana forma di gioco: dopo aver visto i cartoni in tv li ripetevo con le bambole.

Poi, durante l’estate dei miei 8 o 9 anni iniziai ad andare alle “prove”, in un minuscolo teatrino situato nel monastero del paese dove abitavo: ci divertivamo come pazzi, ci auto-dirigevamo e trascorrevamo lì i nostri pomeriggi, era il luogo della libertà e del gioco, era il nostro luogo.

Già in seconda media, nonostante iniziai i primi laboratori teatrali a scuola, mi ricordo che pensavo ormai che non avrei mai potuto concretizzare il mio sogno di fare l’attrice perché dove vivevo non c’erano corsi di recitazione.

Ma qualche anno dopo, complice la forte passione, la determinazione e la pazienza dei miei, iniziai a frequentare dei corsi teatrali extra-scolastici e successivamente, in quinto liceo, mi preparai per l’esame di ammissione alla scuola di recitazione dove studiai per 3 anni.

Nonostante la fatica, gli esami di Stato, la difficoltà di coniugare 2 scuole e 2 studi contemporaneamente ogni giorno, li ricordo come gli anni più belli per me da lì in avanti, poiché finalmente facevo quotidianamente ciò che per anni avevo desiderato.

Parlami delle tue attività in tempi di “non pandemia”: cosa ti piace proporre, sul palco, soprattutto?

Ho sempre considerato la recitazione a prescindere dal luogo o mezzo con cui questa esperienza avviene.

Mi sposto molto volentieri fra i vari ambiti e ho compreso negli anni che questa mobilità è fondamentale a livello interpretativo.

Mi piace lavorare a progetti che mi permettano di scavare dentro me stessa e che possano farmi accedere a delle chiavi di conoscenza dell’essere umano e dell’universo in cui viviamo.

Molto spesso mi è capitato di comprendere meglio alcuni aspetti di me o delle dinamiche relazionali anche solo attraverso una scena e questo lo trovo incommensurabile.

Quando poi il lavoro lo permette amo instaurare una relazione intima e quanto più possibile reale con gli spettatori.

Da quanti anni fai questo lavoro? E da allora com’è cambiato il tuo modo di intraprendere iniziative artistiche?

La prima volta che, con mia enorme sorpresa, ricevetti un compenso per recitare risale a circa 20 anni fa.

Nonostante rimasi sbalordita, perché allora non associavo la mia passione artistica a un compenso economico, fu un evento molto importante per me e ringrazio chi allora reputò la mia abilità seppure ancora modesta degna di essere remunerata.

Pochi anni dopo passai la selezione alla scuola di recitazione, così ebbi la possibilità di intraprendere la formazione professionale e contemporaneamente iniziarono le prime occasioni lavorative.

Adesso alcuni parametri sono cambiati e sono diventati una necessità, non solo l’aspetto economico, ma anche il poter trarre soddisfazione personale da progetti e colleghi dei quali condivido la linea artistica e che mi permettono di maturare insieme.

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Secondo te qual è il pubblico-tipo di Maria Chiara Tofone?

Sinceramente non è una questione che mi sono posta.

Credo che per chi fa questo mestiere sia essenziale il lavoro con gli spettatori ma non per gli spettatori, senza quindi la pretesa di indirizzare un lavoro per compiacere i gusti.

È giusto che ci si prenda il rischio di non piacere e su questo fronte sono in 2 a rischiare: gli artisti e gli spettatori che scelgono cosa vedere.

C’è una cosa che un’attrice non deve mai fare e un’altra invece che va sempre fatta?

L’attrice e l’attore devono sempre essere veri, creare le condizioni di un’autenticità e quindi non possono fingere e far finta di rappresentare un’emozione.

Quando questo accade non si è credibili, tanto più che l’essere umano non è in grado di riprodurre un’emozione a comando, quindi tentare di farlo ci porterebbe fuori strada.

Questa ricerca della verità invece è sicuramente la molla che mi ha sempre attratto.

Il nostro addestramento infatti mira a un lavoro molto personale in cui confluiamo inevitabilmente noi stessi e la nostra capacità di creare mondi possibili attraverso l’immaginazione. 

Domanda retorica (forse): l’emergenza Covid quanto ha inciso sul tuo lavoro?

Purtroppo enormemente come per la stragrande maggioranza di tutti noi, senza contare che il nostro settore versava in condizioni drammatiche già da molto tempo.

Avevo dei lavori avviati e altri in cantiere che ho dovuto interrompere e per il momento tenere in stand-by.

Inoltre in un lavoro basato sulla relazione umana come il nostro, le giuste norme anti-Covid hanno complicato notevolmente le attività lavorative.

Al momento di cosa ti stai occupando?

Sto sfruttando questo periodo per perfezionare ulteriormente le mie abilità in campo pedagogico perché voglio specializzarmi maggiormente in questo ambito.

Studio le lingue, continuo a partecipare a bandi e audizioni, sto riorganizzando il mio materiale promozionale necessario al mio lavoro, sto maturando delle competenze per sfruttare al meglio le mie risorse personali e sto progettando dei lavori per il periodo estivo.

Leggo, ballo, suono il piano e canto molto più di quanto potessi fare prima.

Insomma sto cercando di riprendermi dalla fase buia fisiologica della pandemia e mi sto rimboccando le maniche, ma soprattutto provo a circondarmi di ciò che mi fa stare bene e mi fa sentire viva.

Chiusura dei teatri e dei cinema, mentre hanno riaperto le mostre solo nelle Regioni gialle. La cultura è davvero “non necessaria”?

Questa è una delle cose che mi fa più male sentire, tanto più che non corrisponde alla realtà dei fatti.

Anche in questo caso in cui non siamo ritenuti necessari la cultura si è subito spostata su altri canali, che possono piacere o meno, ma di cui in tanti stiamo godendo e questo è un segno tangibile che non possiamo privarcene.

Diversamente, la cultura sarebbe sparita totalmente, invece ha solo subito uno spostamento.

La nostra società è quindi realmente in grado di fare a meno della cultura nel suo senso più ampio? Sarebbe in grado di non poter mai più accedere, anche dall’interno della propria stanza, a un libro, una rivista, al teatro, al cinema, alla tv, alla radio, alla musica, a internet, alle serie tv, al telegiornale, alla formazione, all’istruzione? 

Possono variare le modalità di fruizione, così come è accaduto con il passare dei secoli, ma la necessità rimane.

A inizio pandemia ho desiderato che le persone non potessero più accendere né tv, né internet, né avere accesso a qualsiasi semplice strumento culturale possibile nella propria casa o all’esterno.

Tutto spento, tutto sparito.

Ma davvero dobbiamo ridurci a un pensiero simile per rendere consapevole l’essere umano della necessità quotidiana della cultura nella sua esistenza?

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Prova a dare un consiglio al nuovo Governo e in particolare al Ministro Franceschini su come gestire il mondo della cultura

Attivare un dialogo duraturo e continuativo con le lavoratrici e i lavoratori del settore credo che sia la base da cui partire e sono consapevole che su questo argomento vada dato ascolto a chi è già sul campo da anni e ha maturato una congrua esperienza per attivare un confronto di questo tipo.

Parlami delle iniziative che hai in mente per i prossimi mesi

Prossimamente inizierò un percorso formativo che desideravo molto intraprendere e che non vedo l’ora di iniziare, sto poi pianificando dei progetti per questa estate che almeno per come è andata lo scorso anno è il periodo migliore, avendo la possibilità di lavorare all’aperto.

E spero ardentemente che si concretizzino alcuni lavori già avviati mesi fa e che attendono la stagione estiva.

In tutto ciò mantengo un certo grado di scaramanzia avendo visto molti progetti interrotti lo scorso anno.

Dimmi un progetto artistico di cui vai particolarmente fiera

Ce ne sarebbero molti in realtà ma in questi giorni sono immensamente felice che il film “La Città Vuota-Out of the Blue” di Fabrizio Fiore e Thomas Battista, scritto da Luigi Salerno e in cui ho interpretato Laura, la protagonista femminile, sia stato in concorso ai David di Donatello.

Per tutta la squadra si tratta di una grande traguardo che giunge dopo essere stato premiato al Premio Shinema, all’American Golden Picture Film Festival, al Burbank International Film Festival, al Calcutta International Cult Film Festival, al Bobritsa Film Festival, al RAGFF Venezia Film Festival.

E aver partecipato al Roma Prisma Independent Film Festival, al Miami Independent Film Festival, al Depth of Field International Film Festival, all’Oniros Film Awards, al Salerno International Film Festival e molti altri ancora.

È bellissimo vedere che l’impegno di tutti ha portato a degli ottimi risultati e spero che questo darà altrettanti risvolti positivi ai progetti futuri della produzione.

Partecipare a questo film è stato un’immergersi nella fragilità, nelle domande senza risposta, nel vuoto interiore del protagonista maschile, interpretato da Fabio Pasquini, che si esplicita perfettamente nel vuoto del mondo, nel vuoto della città, che paradossalmente è quello che stiamo vivendo oggi.

Un bel viaggio che porterò sempre con me.

Mi descriveresti il lavoro artistico di Maria Chiara Tofone con un’immagine e con 3 parole?

Il buco nero.

The Parallel Vision ⚭ _ Paolo Gresta)

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