Cultura

#Intervista: Andrea Nuzzo e la missione di “Sii come Bill”

Intervista: Andrea Nuzzo e il senso del bene di “Sii come Bill”

La prima volta che ho incontrato Andrea Nuzzo credo di aver avuto la stessa espressione di stupore e ammirazione dei ragazzi fra i 13 e i 16 anni presenti al Convegno sulla Salute organizzato da Liliana Giglio e Engim Nazionale nel marzo2019, quando ancora la rivoluzione pandemica era lontana dall’essere immaginata.

Lui, giovanissimo ma con il piglio di un comunicatore nato, semplice quanto chiaro e meticoloso nelle sue analisi riguardo il mondo delle fake news, ironico e capace di mostrarsi un ragazzo come tanti e al contempo essere un giovane uomo in grado di dare forma a idee e progetti importanti come il famosissimo “Sii come Bill”.

The Parallel Vision non poteva non dedicare una riflessione a lui e al suo lavoro.

Un’intervista interessante che ci offre una suggestione da tenere in tasca, pronta all’occorrenza:

E se cercassimo di dare più spazio alle notizie positive?

Andrea Nuzzo
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Andrea Nuzzo

La parola chiave di questa intervista vorrei fosse “comunicazione” e tu, professionalmente parlando, hai dedicato e dedichi molto tempo alla comunicazione

È il centro della mia vita da 5 anni ad oggi.

Comunicazione in quale accezione?

Mi verrebbe da dire proprio nella sua accezione più generale perché, come insegnano il primo giorno di università in ambito della comunicazione, il primo assioma è “che non si può non comunicare”.

Tutto è comunicazione e la comunicazione è veramente vita.

Nel significato più particolareggiato, se così vogliamo definirlo e così vogliamo trovarlo, nel mio caso si tratta di comunicazione che è nata in ambito digitale, quindi social, con la creazione di “Sii come Bill” e che però con il passare del tempo e degli anni sta uscendo fuori da questo mondo ristretto dei social grazie alla nuova avventura dell’omonimo magazine maggiormente improntato sul discorso di giornalismo classico.

Le cose che mi colpiscono del tuo stile di comunicazione sono il garbo e l’eleganza che rimandano a qualcosa forse passato (tristemente) di moda. Questa particolare cifra ti appartiene naturalmente oppure hai fatto una ricerca verso quella direzione?

È stata una cosa del tutto naturale. “Sii come Bill” e la sua pagina Facebook sono l’origine di tutto.

Il progetto nacque nel 2015 per contrastare il mondo delle fake news. Ho deciso di creare queste vignette educative e allo stesso tempo ironiche contro quella che possiamo considerare una piaga sociale.

Ho sempre sentito la vocazione di utilizzare il web in maniera utile perché, per come viene utilizzato da almeno il 90% delle persone, è praticamente sprecato tutto il potenziale di questo strumento.

È un desiderio forte il mio, che ho sempre avuto e che grazie a “Sii come Bill” ho avuto modo di esplicitare.

Tutto è nato dalla vocazione sociale della comunicazione, poi ho proseguito per questo filone fino ad arrivare al magazine, “Sii come Bill Magazine”, che si pone come obiettivo quello di fare qualcosa di utile a livello sociale e non rimanere fine a sé stesso.

La mia è una comunicazione partita dal web, nata come comunicazione digitale ma che si è evoluta e ha invaso tutta la mia vita insegnandomi ad adattarmi ad ogni tipo di comunicazione

Ma come nasce l’idea e la voglia di imbarcarti in questa avventura giornalistica?

Prima di tutto per il discorso che facevi prima anche tu a inizio telefonata: tristemente oggi l’ignoranza è un po’ un vanto, quindi non vanno più di moda l’intelligenza e le buone abitudini.

Ci si è quasi abituati a tollerare tutto questo.

È una cosa brutta, conseguenza della deresponsabilizzazione del mondo del web per come viene utilizzato dalla maggior parte delle persone.

Con i meme di Bill mi sono reso conto che alcuni argomenti potevano essere affrontati in maniera ancora più specifica e più ampia perché il meme è efficace nella sua semplicità però, spesso, va ad affrontare degli argomenti che meritano un approfondimento non indifferente.

Questo è il primo motivo che mi ha spinto ad aprire il giornale ma, soprattutto, quello di lavorare in squadra.

Non semplicemente costruire un team di lavoro quanto un vero movimento di persone che avessero tutte lo stesso obiettivo di Andrea e di Bill: utilizzare Internet in maniera corretta, divulgare delle informazioni corrette e divulgare buone notizie.

L’idea del magazine, in ultima analisi, è nata soprattutto perché costituisce un contenuto di tipo editoriale all’interno del quale ognuno contribuisce al raggiungimento di un obiettivo più ampio e comune.

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Il meme esclusivo che Andrea ha dedicato ai lettori di The Parallel Vision

Come hai fatto a costruire il gruppo?

Siamo partiti in 3.

La prima persona è stata Michele Casula che è il mio socio e la prima persona in cui ho trovato la sensibilità giusta di approcciare a “Sii come Bill”.

Monica Landro, direttrice del magazine, è stata la seconda persona contattata. La conoscevo in ambito del giornalismo musicale e sapevo che era una donna davvero in gamba.

E poi basandomi sulla mia rete ho deciso di rivolgermi da una parte a influencer non convenzionali che utilizzano il web in maniera costruttiva e responsabile, personaggi conosciuti in questi anni durante i quali io stesso sono stato un influencer, o meglio uno fra i primi Unfluencer (sintesi fra unconvetional e influencer).

In ultimo, a prescindere dal seguito sui social, tutte le persone con il mio stesso obiettivo da inserire proprio nella redazione.

Una rete nella rete! 

Esatto, in grado di distinguere dalle notizie fake e da quelle troppo negative alle quale siamo mal abituati.

Quando non ti occupi di cultura qual è la cosa che ti piace fare di più?

2 cose impossibili in questo periodo: viaggiare e andare ai concerti.

In casa direi la cucina! Una passione scoperta da poco anche grazie al lockdown.  

Ti vorrei chiedere di dedicare una riflessione ai giovani e agli adolescenti che stanno dimostrando una grande resilienza in questi mesi

In questo momento più che essere resilienti è necessario adottare la capacità di trasformarsi.

La resilienza ti porta a resistere e a non farti intaccare da queste avvenimenti, però è importante per loro la trasformazione in positivo mantenendo una mentalità critica su tutto quello che accade e rimanendo consapevoli di quello con cui si ha a che fare.

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Chi vorresti ringraziare per questo percorso professionale attraversato con tanta determinazione?

Non voglio risultare banale ma al primo posto i miei genitori che mi hanno sempre permesso di fare quello che mi sentivo.

Mi hanno appoggiato nonostante la mia paura di dirgli che volevo cambiare il mio percorso universitario, ad esempio.

Si sono dimostrati disponibili e aperti e mi hanno invitato a fare ciò che sentivo davvero.

Libertà che però non è una libertà totale: sono stati in grado di educarmi mettendo giustamente determinati paletti e mi hanno permesso di diventare quello che sono.

Poi ancora Michele Casula, il mio socio. L’Andrea di un anno e mezzo fa era convinto di poter continuare a fare tutto da solo, poi ho capito che per fare dei progetti veramente grandi e utili non puoi avere il controllo di tutto e devi affidare determinate cose a un team professionale.

Attraversiamo un momento molto faticoso. Qual è la tua riflessione rispetto a questa crisi culturale?

È un momento in cui culturalmente parlando, ma non solo, possiamo dire che stiamo attraversando una tempesta che forse era necessaria per renderci conto che non è più il momento, e forse non lo è mai stato, di scontrarci fra di noi.

Oggi più che mai in qualsiasi ambito non dovrebbe esistere il concetto di competitor perché bisogna collaborare.

Azione, quest’ultima, che forse è l’unica soluzione per uscire da queste sabbie mobili.

E questa situazione cerca di insegnarcelo.

Oggi più che mai è necessario cooperare per un bene comune.

The Parallel Vision ⚭ ­_ Raffaella Ceres)

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