Cultura Intervista

#Intervista: Caterina Gramaglia e le maschere di “Doriana”

Intervista: Caterina Gramaglia e le maschere desuete di “Doriana”

Una parabola artistica in costante ascesa senza mai aver tradito quella “scintilla iniziale” che è la passione e l’amore per il suo mestiere di attrice.

Caterina Gramaglia ha da poco portato sullo schermo dell’Azzurro Scipioni il suo “Doriana“, un progetto che doveva finire sul palco e che invece il Covid ha trasformato in un esperimento a metà strada tra teatro, corto e video pensato per i social.

Al centro, la storia di una solitudine forzata a causa della pandemia, la necessità di avere conferme e sentirsi accolti, l’isolamento declinato in maschere, luci, suoni e immagini sempre più stranianti e, sullo sfondo, un “tipico” amore ai tempi dei social.

Perché “rivelarsi è un atto di coraggio ed è più semplice farlo da ‘mascherati’“.

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Caterina Gramaglia in “Doriana”

Mi racconti da dove nasce la storia artistica di Caterina? 

Mi sono diplomata anni fa al Circo a Vapore con il Metodo Lecoque, quindi nasco dalla clownerie dalla commedia dell’arte.

Poi ho incontrato il Metodo Strasberg e lì ho subito sentito che era il mio percorso.

Ho studiato con Ilza Prestinari per vari anni, nel 2003 ho incontrato Elizabeth Kemp che ho seguito fino al 2016.

Da un po’ di anni studio con Rosa Morelli.

Queste donne in modi diversi mi hanno curata, nutrita, sono tuttora delle incredibili alleate.

Gran parte del mio lavoro, della mia crescita personale e come artista la devo a loro. 

Parlami delle tue attività: cosa ti piace proporre, sul palco, soprattutto? 

A me piace raccontare storie, vita, sentimenti, conflitti.

Che lo si faccia in un modo piuttosto che in un altro per me fa poca differenza, purché si ricerchi sempre la profondità.

“Doriana” nasce come testo teatrale ma si è trasformato, giocoforza, in un esperimento trasversale a metà tra teatro, corto, video pensato per i social e dimmi tu cos’altro. Di cosa si tratta e come hai lavorato sul personaggio? 

Doriana è una donna che si racconta attraverso i social e lo fa usando una maschera con un linguaggio desueto, rétro. Con questa immagine di sé antiquata, come se arrivasse dal passato.

Rivelarsi è un atto di coraggio ed è più semplice farlo da “mascherati”.

Doriana è stata costruita passo passo con Mariano Lamberti, abbiamo fatto molte prove a distanza, abbiamo costruito il suo pensiero, il suo mondo, il suo modo di parlare, di muoversi, questo squilibrio, questo “rumore di fondo” della sua personalità.

Come avevi immaginato la tua interpretazione su un palco? 

Ma in realtà non era così distante dalla Doriana del video, però non so immaginare lo spettacolo come sarebbe stato.

L’idea di Mariano di far diventare Doriana una influencer e utilizzare proprio i social per farle raccontare la sua storia è stata davvero brillante.

Ed è talmente imprenscindibile da questa idea che  non riuscirei a vedere Doriana separata dal social.

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Cosa hai pensato riguardando il film finito? 

La prima volta che l’ho visto non solo mi è piaciuto ma mi sono trovata a vederlo come se vedessi un’altra attrice, come se non fossi io.

Quindi mi ha messo in una condizione di non giudizio ma di osservazione e mi ha appassionato.

Credi che di Dorian e di Doriana ce ne siano molti, dietro lo schermo di un pc o di un cellulare? 

I social ti permettono di mentire, ti danno la possibilità di nasconderti e di mostrare quello che non sei.

Di persone che hanno bisogno di mostrarsi per compiacere gli altri è pieno il mondo, del resto noi tutti chi più chi meno abbiamo bisogno di avere conferme e di sentirci accolti.

Certo questo sistema esaspera e Doriana ne è la prova di questa voglia, di questa avidità di avere consensi. 

Da quanti anni fai questo lavoro? E da allora com’è cambiato il tuo modo di intraprendere iniziative artistiche? 

Faccio questo lavoro da parecchi anni, la cosa che mi è rimasta per fortuna è la passione e l’amore per questo mestiere.

Il mio modo di approcciarmi al lavoro ha più consapevolezza.

Negli ultimi anni poi ho fatto progetti a me cari con persone con le quali tuttora collaboro.

Però è rimasta quella scintilla iniziale. 

Hai un pubblico-tipo? 

No, qualsiasi pubblico è pubblico tipo purché ci sia perché la difficoltà è proprio portare il pubblico a teatro, adesso più che mai.

C’è una cosa che un’attrice non deve mai fare e un’altra invece che va sempre fatta? 

Io posso parlare di cosa non faccio e di cosa per me è fondamentale fare, ognuno ha le sue regole, purché funzionino.

Io per esempio non entro mai in scena senza essermi messa l’olio 31, mai, chi mi conosce lo sa bene perché è proprio una fissazione.

Quello che non faccio sicuramente è prendere sotto gamba un testo, un personaggio. Mi dedico con cura a tutto ciò su cui lavoro.

Certo poi ci sono alcune storie che mi appassionano più di altre però una volta che prendo in mano un testo diventa mio, roba mia, quindi.

Sento proprio la necessità di non tradirlo.

L’emergenza Covid quanto ha inciso sul tuo lavoro? 

Ha inciso sulla vita di tutti, quindi anche sulla mia. Mi son saltati spettacoli. Alcuni come nel caso di Doriana son diventati altro, altri si son persi nell’oblio.

Ci sono stati momenti di disequilibrio e di confusione, ma anche tanti momenti di riflessione sul come farlo questo lavoro e allora si rilanciano idee e collaborazioni.

Sto collaborando  con Selene Gandini, Mariano Lamberti, Tiziana Sensi, Rosa Morelli per progetti diversi.

Si fatica un po’ ma a piangere si rischia di trovarsi in una valle di lacrime senza barca, quindi ci si dà da fare. 

Parlami delle iniziative che hai in mente per i prossimi mesi

Oltre alle collaborazioni già citate, a gennaio farò uno spettacolo al Teatro Metastasio di Prato con le regia di Alessandro Averone.

Subito dopo continuerò la collaborazione che va avanti da più di un anno con la comunità Papa Giovanni XXIII in un progetto sulla violenza di genere, “Nemmeno con un fiore”, che debutterà a febbraio a Rimini.

Dimmi un progetto artistico di cui vai particolarmente fiera

Vado fiera di tanti progetti ai quali ho avuto la fortuna di far parte.

The white room” è un mio spettacolo folle che ho intenzione di rinnovare e di riproporre a breve con nuove idee. 

Poi ci sono 2 spettacoli ai quali devo molto: “Processo a Fellini” dove io interpreto Giulietta Masina e “Tu non mi farai del male“, la storia del viaggio di Pippa Bacca.

Mi descriveresti il lavoro artistico di Caterina Gramaglia con un’immagine e con 3 parole? 

Mi viene in mente un libro che lessi al liceo: “L’eterna ricerca dell’uomo” di Paramhansa Yogananda.

Il mio lavoro artistico è sempre alla ricerca.

Così come Caterina.

The Parallel Vision ⚭ _ Paolo Gresta)

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