Teatro

Invito a Teatro: aspettando il Teatro Brancaccino

Per il nostro “Invito a Teatro” questa volta vi accompagniamo al Teatro Brancaccino, uno spazio che a pieno titolo fa parte del #Club29 per la cura verso una programmazione mai scontata o banale.

Invito a Teatro: aspettando il Teatro Brancaccino

La sua caratteristica principale è di essere prezioso per la sua unicità. Per il nostro “Invito a Teatro” questa volta vi accompagniamo al Teatro Brancaccino, uno spazio che a pieno titolo fa parte del #Club29 per la cura verso una programmazione mai scontata o banale. 

Ha raccontato magnificamente per noi Eleonora Di Fortunato, direttrice artistica di questo spazio inconfondibile, attese e proposte per il tempo del Covid-19


C’era una volta il Teatro Brancaccino: se dovessi compilare la sua carta d’identità, cosa scriveresti?

Il Brancaccino è uno spazio unico. Con i suoi 100 posti potrebbe essere definito un “ridotto”, ma solo perché competere con il Brancaccio è francamente difficile.

Però in realtà è tutt’altro che ridotto: innanzitutto perché sta in alto, circondato da un bellissimo parco. Poi perché è uno spazio strutturato in modo da sembrare più grande di quello che è. Infine, ultimo non ultimo, per la programmazione, che non ha niente da invidiare ad altri più grandi teatri.

Ho messo volutamente per primo il fattore ambientale perché lassù si respira una bell’aria, quindi noi che ci lavoriamo lo facciamo più volentieri, e questo benessere lo trasmettiamo – lo dico perché ho le prove – anche alle compagnie e al pubblico.

Perché lavorare bene e volentieri è importante e in qualche modo contagioso.

Piccolo, poi, non significa necessariamente angusto.

Il Brancaccino è il contrario di un luogo angusto: non è una cantina, ma nemmeno una soffitta. Se dovessi scegliere un termine per definirlo, direi “intimo”. Nel senso che, pur stando comodissimi, gli spettatori possono vedere da vicino quello che accade sul palcoscenico.

Alessandro Longobardi mi ha chiesto di collaborare con lui per la stagione del Brancaccino nel 2018.

Quindi questa che si è, ahimè, bruscamente interrotta è la seconda stagione di cui mi sono occupata.

La stagione del Brancaccino al mio arrivo aveva un titolo: “Lo spazio del racconto”. Mi piaceva molto, e così ho deciso di tenerlo.

Le storie ci accompagneranno finché esisterà l’uomo. Lo si capisce, in parte, dall’effetto che hanno sui bambini. Grazie alle storie i bambini capiscono che il mistero non li ucciderà. Grazie alle storie scoprono di avere un futuro”.

Questo non lo dico io, ma l’ha detto un grande scrittore, Bernard Malamud. È un pensiero che condivido profondamente, diciamo che è la ragione per cui faccio questo lavoro.

Insomma, la prima cosa che mi è venuta in mente vedendo il Brancaccino è stata che un teatro piccolo non vuol dire spettacoli piccoli o piccoli attori.

E così ho invitato ad aprire la stagione Roberto Herlitzka, che ha riportato in scena un suo classico, “Ex Amleto”. Ho pensato che sicuramente in molti non avevano avuto l’occasione di vederlo, specialmente i giovani. E così è stato: lo spettacolo ha avuto grande successo ed era commovente vedere tante persone, tanti ragazzi, tutti protesi in avanti a guardare, commossi, un maestro, così da vicino da poterlo quasi toccare.

Da quel momento è stato un susseguirsi di grandi momenti di teatro, con grandi interpreti (ne ricordo qui solo alcuni: da Ugo Dighero a Giorgio Colangeli, da Ninni Bruschetta a Elio De Capitani), testi classici e autori contemporanei (da Annibale Ruccello a Giuseppe Manfridi, da Dario Fo a Dennis Kelly), nuove produzioni (ben 11 nella 2 ultime stagioni) che hanno debuttato in Brancaccino per poi passare a ben più grandi teatri (per esempio, Giovanni Scifoni e il suo “Santo Piacere” e un nuovo allestimento di “L’uomo, la bestia e la virtù” con Colangeli).

Insomma, il Brancaccino è un piccolo miracolo, la dimostrazione che la cura e l’appassionata, direi, ricerca del bello possono dare i loro frutti anche in un teatro da 100 posti.

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Ma oggi c’è ancora! Sogni, progetti e speranze per il dopo quarantena

Il teatro è sopravvissuto a guerre ed epidemie e sopravvivrà anche stavolta.

Lo farà perché quella di raccontare storie e di sentirsele raccontare è un’esigenza primaria degli esseri umani.

La funzione del teatro non può essere sostituita da nient’altro.

Dall’alba della sua civilizzazione, l’uomo ha sempre voluto condividere le domande più profonde, quelle sul senso del suo stare nel mondo e ha sempre voluto confrontarsi sulle possibili risposte. Da questa esigenza sono nate l’arte e la cultura.

Il teatro è il luogo principe del confronto dell’uomo con l’uomo e, prima di tutto, con sé stesso. Vivere vite possibili, vissute per noi e davanti a noi da altri esseri umani in tutto e per tutto uguali a noi ci apre scenari impensati sulle infinite possibilità dell’essere, svelando alla nostra anima, prima ancora che all’intelletto, quello che potremmo essere, quello che forse siamo.

Per questo il teatro è necessariamente dal vivo e i suoi surrogati su altri mezzi secondo me non hanno molto senso, almeno nel lungo periodo.

Possono essere una sostituzione temporanea, anche valida sul piano economico, ma prima o poi avremo tutti bisogno di tornare a confrontarci di persona.

Anche i temi e lo stesso linguaggio probabilmente cambieranno: molti di noi non hanno mai vissuto una guerra, né hanno mai avuto esperienza della privazione di libertà essenziali come quella alla socialità, ai rapporti, al movimento.

Molti di noi non hanno mai avuto così paura dell’altro.

Da questo periodo usciremo inevitabilmente tutti cambiati e le storie che ci racconteremo forse dovranno tener conto, in qualche modo, dell’esperienza che stiamo facendo, come singoli e come comunità. 

L’isolamento a cui siamo costretti, d’altra parte, può essere una buona occasione per riflettere su come intendiamo rapportarci, in futuro, con i nostri simili e con lo spazio che occupiamo, anzi deve necessariamente esserlo.

Altrimenti altre forme di vita, che tra parentesi hanno lo stesso nostro diritto di abitare il pianeta, non faranno fatica a prendere il nostro posto.

Quando ne usciremo, avremo sprecato il nostro tempo se non sapremo guardare con occhi diversi quello che ci circonda, se non avremo imparato non solo a fare domande, ma anche ad ascoltare gli altri. 

Il teatro sarà lì per condividere domande e risposte. Ma per farlo devono sopravvivere non solo e non tanto i singoli operatori, quanto il sistema, che era già, un po’ per la sua natura individualista, un po’ per l’incuria e la superficialità che gli sono sempre state dedicate, precario e abbandonato a sé stesso e alle sue dinamiche non sempre sane.

Il sistema teatro per sopravvivere deve poter contare sulla comunità, esattamente come devono poterci contare gli altri settori della nostra società.

Questo deve essere ben chiaro e deve essere reclamato, altrimenti non avrebbe senso il patto sociale che ci lega gli uni agli altri.

Non tutti quelli che hanno smesso di lavorare saranno quelli che ricominceranno, questo sta nelle cose. Questo però è il momento della solidarietà.

Poi andranno aboliti gli abusi e allontanati gli abusivi, dal nostro come da tanti altri settori.

Se questa epidemia mondiale può essere il pettine che fa emergere i nodi dello sfruttamento e del sommerso, dallo spettacolo all’agricoltura, sta a noi usarlo, sta a noi reclamare il cambiamento. 

Chi ha scelto di dedicare la sua vita alla cultura ha una responsabilità in più, non fosse altro che perché ha il modo e in qualche misura anche gli strumenti per farlo. 

Quando i nostri padri costituenti hanno scritto che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro hanno dato valore fondante della comunità all’apporto di ogni singolo componente, che si esprime attraverso la sua attività, qualunque essa sia, senza distinzioni.

Questo vuol dire diritti, ma prima ancora coscienza della propria dignità.

Noi teatranti abbiamo voglia di ricominciare a lavorare e la esprimiamo in modi diversi, fantasiosi, anche un po’ scompostamente. Non brilliamo e non abbiamo mai brillato per “spirito di corpo”: è il limite e l’altra faccia della predisposizione ad esporci che ci accomuna.

Ecco, credo che questo sia il momento per rivendicare tutti insieme la dignità del nostro lavoro.

Un buon inizio sarebbe quello di riconoscere un valore a noi stessi e a quello che facciamo, giurando che smetteremo di fare compromessi pur di esistere.

E nel frattempo aspettare. Aspettare che tornare a teatro sia sicuro, per chi recita, per chi lavora dietro le quinte, per gli spettatori.

Tutto il resto è silenzio. E pensiero.

Il teatro è poesia che esce da un libro per farsi umana.

Federico Garcia Lorca

The Parallel Vision ⚭ ­_ Raffaella Ceres)

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