#QuadroDelMese

#QuadroDelMese: Francisco Goya, “Il sonno della Ragione genera mostri” (1797)

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Francisco José de Goya y Lucientes nacque a Fuendetodos, una piccola città aragonese, nel 1746. fu il padre a indovinare la sua vocazione per l’arte, decidendo di portarlo nella bottega di José Luzan y Martinez, che si occupò della sua prima istruzione. Compiuti 17 anni, insieme al suo compagno Francisco Bayeu, Goya si trasferì a Madrid dove tentò per ben 2 volte di entrare all’Accademia di Belle Arti senza successo.

Nel 1770 trascorse un intenso anno a Roma, in cui visitò le opere dei principali artisti e affinò la sua arte in senso classicista. Il mondo dell’arte a Roma potè dunque godere in quel periodo della presenza del sopraffino pittore spagnolo. Dovette però abbandonare la città in quanto si macchiò del rapimento di una giovane romana, prelevata dall’artista dal convento a cui la sua famiglia l’aveva destinata, e fu costretto a tornare in patria perché inseguito dalla polizia. Qui ricevette l’incarico di dipingere la facciata della basilica di Nostra Signora del Pilar a Saragozza, cui seguirono altre committenze prestigiose.

La sua scalata cominciò nel ’74, quando Anton Raphael Mengs lo incaricò di realizzare gli arazzi della chiesa di Santa Barbara di Madrid. Il successo dei quasi 100 cartoni che l’artista realizzò fu enorme. In sequenza l’autore venne poi accolto nell’Accademia Real di San Fernando e divenne un ritrattista di fama. Nel 1786 divenne l’ufficiale “pintor del rey” per Re Carlo IV. Dopo qualche anno a corte l’artista venne costretto a spostarsi a Siviglia per sfuggire alle persecuzioni che le sue dure parole contro la decadenza dell’ancien regime gli avevano causato. Qui venne colto da un’ignota malattia, che lo costrinse a letto per quasi 2 anni (90-92), causandogli emicranie, visioni e un’irrimediabile sordità.

Nel ’99 uscì la prima edizione dei suoi “Capricci”, un’immensa raccolta (forse quella di maggior successo) di 80 incisioni che descrivevano tutti i difetti della società spagnola. Fu la guerra a cambiare il suo status riconosciuto di pittore di corte. Il trono spagnolo venne preso da Giuseppe Bonaparte (fratello di Napoleone) e Goya venne spazzato via con tutti coloro che non lo sostennero. Il potere venne poi recuperato dal sovrano assolutista Ferdinando VII, ma Goya riuscì a scappare rifugiandosi in una casa di campagna vicino al Manzanarre con la sua amante.

Seguì poi un periodo di ossessioni. Le “pincturas negras”, infatti, nascono proprio sulle pareti di questa casetta, dove Goya cadde nuovamente vittima della malattia. L’artista approfittò dell’amnistia concessa dal re per fuggire a Bordeaux, dove si trovava già un folto gruppo di dissidenti. È proprio qui che morì alla veneranda età di 82 anni.

Il sonno della Ragione genera mostri” è un’acquaforte che Goya realizzò nel 1797. Era il foglio numero 43 di una serie di 80 incisioni che venne poi pubblicata 2 anni dopo con il nome di “Los caprichos” (I capricci). Nel linguaggio dell’arte un “capriccio” è un’immagine inesistente nella realtà, frequentemente allegorica, che rappresenta un soggetto partorito dalla fantasia dell’artista. Goya in questo caso volle raccogliere i vizi e i difetti degli uomini, immortalandoli spesso in scene grottesche e spaventose.

Al centro della scena compare un uomo immerso nel sonno, circondato da creature infernali e dall’atteggiamento predatorio che sembrano osservarlo in attesa del risveglio. Sul tavolo che è anche giaciglio del dormiente, compare il monito che dà il titolo all’opera: “El sueňo de la razón produce monstruos”. Appare dunque palese che il dormiente, molto probabilmente Goya stesso, sia anche un’allegoria della Ragione, in una sineddoche che identifica l’uomo con il suo stesso pensiero. I “mostri” sono figure tratte dall’immaginario dell’incubo: ogni sorta di rapace notturno, felini ghignanti e pipistrelli nascosti dall’oscurità. La creatura più in evidenza è una lince, adagiata nella caratteristica posa della sfinge, che osserva quasi stupefatta l’addormentato. Potrebbe essere un riferimento all’allegoria dantesca, in cui la lince rappresentava la lussuria di cui il poeta e forse anche Goya si erano macchiati. Un elemento curioso è il volto della prima creatura sulla sinistra dell’incisione, che riproduce le fattezze dell’autore.

Nel “Commento di Alaya”, un manoscritto autografo di Goya conservato al Museo del Prado, è lui stesso a spiegarne il significato: “La fantasia abbandonata dalla ragione genera mostri impossibili: unita a lei è madre delle arti e origine delle meraviglie”. Dunque l’artista chiarisce la necessità di razionalizzare gli spunti che la nostra immaginazione ci fornisce attraverso il subconscio sognante, trasformandoli in arte vera e propria. Senza uno dei 2 elementi possono realizzarsi solo un lavoro privo di talento o un delirio privo di senso.

The Parallel Vision  _ Gloria Frezza)

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