Teatro

Bezos, Zuckerberg & co: i visionari Usa raccontati da “Companies Talks”

Imparare dall’esperienza e non da qualcuno che ti insegna. È un vecchio mantra completamente italico firmato da Maria Montessori ed è il segreto dietro ognuno dei successi dei grandi colossi della Silicon Valley, il filo conduttore che accomuna tutti i visionari americani diventati miliardari e protagonisti di “Companies Talks”, un format teatrale innovativo firmato da Andrea Dotti e Tiziana Sensi.
Obiettivo: raccontare le storie incredibili degli uomini straordinari dietro Facebook, Google e tante altre aziende che hanno letteralmente rivoluzionato il nostro quotidiano. E raccontarle proprio alle aziende, a quelle realtà che sognano di imitare le imprese di questi eroi moderni.
Ne ho parlato con Roberta Azzarone, attrice protagonista del monologo su Jeff Bezos e Amazon, mister 1.000 miliardi di dollari che dal classico garage sotto casa è partito alla conquista di tutto, fedele al suo motto “it’s always day one”.

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Roberta Azzarone (Foto: © Paolo Stucchi)

Da dove nasce questo progetto e soprattutto da chi?
L’ideatore è Andrea Dotti, il nostro capo organizzativo che in realtà poi è un informatico!
Lui crea tutt’altro nella vita, ma si è appassionato di teatro organizzando importanti eventi culturali. In realtà già impiegava attori per la produzione di alcuni video all’interno delle app che realizzava lui stesso. A un certo punto ha incontrato Tiziana Sensi e insieme hanno dato vita al progetto “Companies Talks”, ovvero le aziende che ti raccontano le proprie storie, decidendo di affrontare quelle che hanno cambiato il mondo: Amazon, Google, Airbnb, Kickstarter, Facebook. In cantiere poi ce ne sono altre. Per parlare della loro storia, dei personaggi che hanno creato queste realtà, dei pregi e dei difetti. Sono tutti monologhi di circa 45 minuti in cui c’è un solo attore in scena, accompagnato da un musicista. Io, in particolare, mi occupo di quello su Amazon.

Come siete organizzati?
Siamo un team: Tiziana Sensi, ad esempio, è la regista ed è l’attrice principale in Google. Poi c’è Tiziana Ragni che cura la drammaturgia di tutti i monologhi, Sara Santucci la scenografia… Siamo tanti! Il progetto è in piedi dal 2017. Google è stato il primo, poi Facebook e poi Amazon.

A proposito, parlami un po’ del tuo monologo su Amazon.
Innanzitutto c’è una bella scenografia formata da pannelli: ad esempio la faccia stilizzata di Jeff Bezos (fondatore di Amazon, ndr), un Kindle, l’Università di Princeton… Tutto questo resta sempre in scena e quindi visivamente è molto importante. Facciamo moltissima preparazione su quello che diciamo durante lo spettacolo perché fondamentalmente non sappiamo di cosa stiamo parlando quando affrontiamo il tema della Silicon Valley! La svolta di queste aziende è stata proprio nelle piccolezze e quindi bisogna conoscere bene questo mondo. Prima di costruire il monologo, infatti, facciamo un incontro con Andrea Dotti che ci spiega tutto quello che serve.
Il monologo, nello specifico, parla di Jeff Bezos perché la sua storia è anche quella di Amazon e di come abbia rivoluzionato l’e-commerce mondiale. Del fatto che lui sia diventato uno degli uomini più ricchi del mondo e di tante sue “mosse”, che noi non conosciamo, che lo hanno reso quello che è adesso. La cosa interessante è che lo spettacolo viene venduto alle aziende! Durante i loro eventi hanno bisogno di un momento ricreativo ma che allo stesso tempo riguardi il loro lavoro, il loro mondo. E molto spesso ci inseriamo lì. Alcuni di questi eventi sono anche aperti al pubblico, tra l’altro. Infatti la nuova frontiera potrebbe essere portare lo spettacolo a un’audience normale.
companies-talks-2019-Amazon-1Il messaggio che arriva dai monologhi è più umanistico o più “aziendale”, calibrato sul vostro pubblico?
È un messaggio motivazionale, direi. Il cuore è un po’ l’idea del “Yes you can”: ci concentriamo su quelle azioni eccezionali che il 99% delle persone avrebbe considerato folli! Mentre quelli come Bezos hanno fatto l’esatto opposto. Lui è andato talmente controcorrente perché aveva una visione e sapeva esattamente quello che voleva che alla fine ce l’ha fatta. Bezos si licenziò da un posto meraviglioso che occupava a Wall Street per aprire una libreria online! Nonostante il suo capo lo avesse fortemente sconsigliato, lui si è fissato e senza business plan, con 10.000 dollari in tasca e usando il classico garage ha realizzato la sua visione. Il messaggio è motivazionale perché, mentre guardi lo spettacolo, vengono raccontati i bivi davanti ai quali si sono trovati questi personaggi e di come scelgano di prendere la strada che nessuno avrebbe percorso. Si fa anche riferimento alla vita privata di Bezos, che comunque non è stata facilissima.

Che sfida è stata, a livello attoriale, portare sul palco un testo del genere?
Intanto era il mio primo monologo e se posso scegliere, preferisco non stare mai sul palco da sola! Infatti molto spesso mi giro e parlo col musicista! (ride, ndr). Mi piace il rapporto in scena, adoro il rimpallo. Sono grata ad Andrea e Tiziana che mi hanno affidato questo progetto, qualcosa di difficile perché comunque non è “teatro”, non hai appigli emotivi. È una storia, che dura parecchio. E alla fine risulta uno spettacolo molto tecnico. Tiziana in questo mi ha aiutata molto perché mi ha dato appuntamenti “fisici”, a seconda dello spazio in cui ci esibivamo. Ogni parte del monologo ha quindi il suo luogo sopra il palco. Questo aiuta a non perdersi. E poi, tanti numeri, tante statistiche! E non si possono sbagliare perché chi lavora in azienda sa ed è parecchio interessato a questi numeri. È uno spettacolo molto preciso che non è di cuore, ma deve essere empatico. Questo secondo me è il giusto equilibrio.

Ci hai messo molto a preparare il tuo personaggio?
Sì, perché comunque il lavoro con Tiziana c’è e anche a casa è parecchio. Ripasso continuamente, ecco. Lei lo chiama Teatro Civile di oggi, io lo chiamo docu-teatro: c’è precisione, c’è rigore, devi trasmettere empatia ma mantenendo sempre un certo distacco per rimanere fedele allo storytelling.
companies-talks-2019-Amazon-2Che idea ti sei fatta di Bezos?
Che si è trovato al posto giusto nel momento giusto. Qualche anno prima di Amazon, infatti, c’era books.com, una libreria online che però non ha funzionato ed è fallita. Lui invece è arrivato nel momento ideale. E poi ha saputo muoversi bene: ha saputo trattare in maniera proficua con gli investitori, ha tirato dentro il consiglio di amministrazione un grosso personaggio come John Doerr (uno dei più grandi investitori americani con un patrimonio di 7,5 miliardi di dollari, ndr) che ha dato prestigio all’azienda… Insomma, ha iniziato con 10.000 dollari e 3 anni dopo Amazon ne valeva 184 milioni. Tutti piccoli particolari che poi raccontati nella storia vengono fuori, non c’è solo la grande idea.

Non basta il genio, quindi.
Esatto. E poi come tutti gli altri che raccontiamo ha avuto parecchi scivoloni. Nei monologhi cerchiamo di evidenziare anche i loro sbagli, che comunque ci sono stati. Ad esempio quando è nato Amazon si potevano acquistare libri al negativo e se tu avevi già inserito i dati della carta di credito loro ti dovevano rimborsare una somma che tu non avevi ancora speso. Panico! È stato un problema, ecco.

Cosa pensi di Amazon come Roberta, come cliente?
Credo che il più grande scoglio, quando parliamo di queste aziende enormi, sia l’etica. È vero che ha ucciso le piccole librerie? Sì, non c’è dubbio. Ma io compro su Amazon come tantissime altre persone. La reputo una vittoria della globalizzazione. Certo che ha ucciso un mercato, però a me piace, lo uso, lo difendo. Parentesi: Amazon, così come le altre aziende di cui parliamo, non ci paga! Nessuno ci dà nulla perché a noi interessano solo le storie. Quello che ho amato di più è stata la scoperta della visione di Bezos. Noi pensiamo sempre “allora, oggi investo 100 euro e domani ne voglio 150”, ma non funziona così. Io devo investire, investire e investire. E forse un giorno raccoglierò. Quel “forse” è il problema di tutti gli imprenditori e di tutti i piccoli professionisti ed è proprio questo che porto di Amazon nella mia vita e nel mio quotidiano: bisogna guardare oltre quel “forse” per ottenere risultati.

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Roberta Azzarone (Foto: © Paolo Stucchi)

Il pubblico come risponde a questi spettacoli?
Intanto la quarta parete qui non esiste. È un pubblico completamente diverso. Da una parte noi arriviamo di solito dopo le conferenze dove devono stare attenti, mentre con “Companies Talks” si rilassano molto e ridono tanto. Mi piacciono le facce di meraviglia che fanno! Non solo sui numeri esorbitanti, ma sul coraggio che hanno avuto questi personaggi. Poi alla fine dell’esibizione fanno anche domande. Durante “Google” hanno persino interrotto lo spettacolo!

Perché una persona dovrebbe venire a vedere “Companies Talks”, secondo te?
È un genere teatrale diverso, lo consiglierei a giovani, appassionati di documentari e a tutti i curiosi! E poi perché ognuno di noi ha dei sogni e dei progetti da voler realizzare, sentire queste storie ti fa venir voglia di metterti al lavoro. Dopo il mio monologo di Amazon potresti svegliarti il giorno dopo con il motto di BezosIt’s always day one” e dare inizio ad una nuova avventura.

The Parallel Vision  _ Paolo Gresta)

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