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#QuadroDelMese: Giovanni Segantini, “La vanità”, 1897

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Giovanni Segantini (1858 – 1899) è stato un pittore italiano tra i principali esponenti del Divisionismo, fenomeno ottocentesco caratterizzato dall’effetto ottico creato dalla netta separazione dei colori nella resa pittorica, una variante del più famoso Puntinismo francese.

Nacque ad Arco, nel versante tirolese che parla italiano, da Agostino e Margarita, allora in condizioni economiche precarie. Attraversò un’adolescenza piuttosto turbolenta: dopo la morte della madre venne affidato alla sorellastra Irene e inviato a Milano, dove più volte fuggì di casa e si diede al vagabondaggio. Dopo una serie di arresti trascorse 3 anni nel riformatorio Marchiondi, da cui si separò definitivamente nel 1874 quando lo prese in custodia il fratello Napoleone in Borgo Valsugana.

Al suo ritorno a Milano era un ragazzo più maturo e qualcosa aveva catturato la sua attenzione: la pittura. Inseguendone il sogno si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Brera, avvicinandosi a Emilio Longoni e al maestro Giuseppe Bertini e, già nel ’79, ricevette numerosi apprezzamenti per la sua partecipazione all’Esposizione Nazionale della scuola. In questo primo periodo dipinse paesaggi e vedute di Milano, opere allora richieste e di moda e si fece molti amici importanti che cominciarono a sostenerne l’arte.

Nel 1880 con la moglie Luigia Bugatti si trasferì in Brianza, a Pusiano, dove l’amico Vittore Grubicy si occupava del suo sostegno e ne vendeva i quadri. Complice lo splendido paesaggio, Segantini si specializzò nel ritrarre la vita e il lavoro nei campi, dando di nuovo luce ai pascoli e agli spazi verdi sulla tela.

Con una famiglia sempre più numerosa (4 figli), si vide costretto a trasferirsi nuovamente: questa volta in Svizzera, dove però continuarono i riconoscimenti con la medaglia d’oro vinta all’Esposizione di Amsterdam per il suo “Ave Maria a trasbordo”.

Nella nuova abitazione, con l’incoraggiamento di Grubicy, cominciò a sperimentare con il Divisionismo e ne divenne in breve una delle voci più interessanti, amato soprattutto per la sua resa della luce. Il tocco personale virò sempre più verso il Simbolismo: abbinando alla tecnica pittorica del Puntinismo dei soggetti mistici e allegorici, Segantini creò solide basi per l’Art Nouveau italiana del secolo successivo.

L’ultimo trasferimento avvenne nel 1890, quando la famiglia del pittore andò a vivere nella valle Engadina, presso il villaggio alpino di Maloja. Il periodo che trascorse in questa Svizzera selvaggia e rurale fu quello che lo definì come artista: nelle opere del periodo si avverte un prepotente senso di malinconia e languida dolcezza.

Nel ’99 Segantini venne invitato a preparare un’opera per partecipare all’Esposizione Universale di Parigi, la più agognata delle vittorie per quel “ragazzo apolide” che era nato senza niente. L’artista stava preparando “Il Trittico della Natura” e, per ottenere una resa perfetta, la mattina del 28 settembre affrontò i 2.700 metri del monte Schafberg. Sulla cima venne colpito da un violento attacco di peritonite e, circondato dalle sue cose belle, morì a soli 41 anni. A 120 anni dalla morte, il suo tocco angelico è ancora impareggiabile.

La Vanità” venne realizzata nel 1897, 3 anni prima della morte dell’artista. Segantini stesso la definì “la mia opera maggiore fino a oggi”, in una lettera inviata a Leo Tolstoj. Il suo Divisionismo si era già impregnato di Simbolismo, tanto da palesarsi ormai anche nel titolo dell’opera. Immersa nella natura incontaminata, una giovane dalla chioma ramata si rimira in uno specchio d’acqua, nuda e rapita dal suo stesso riflesso.

Segantini reinterpreta in chiave scandinava il mito di Narciso, aggiungendo alcuni dettagli squisitamente italiani. La giovane fanciulla, che anticipa la femme fatale che sarà poi protagonista dell’Art Nouveau, si è liberata della sua veste bianca, immagine della purezza per eccellenza, e si sporge pericolosamente verso la creatura che il lago nasconde. Nell’acqua, infatti, si cela un drago orribile e grottesco che scruta la ragazza ma non sembra in procinto di attaccare. Nell’interpretazione allegorica il drago non è un pericolo concreto, rappresenta invece il mostro che la vanità può produrre se eretta a unica divinità dell’uomo. Grazie alla dose sapiente di luce e colori, l’opera acquisisce un aspetto quasi sacrale e mistico, mischiando perfettamente mitologia e storia biblica.

(© The Parallel Vision ⚭ _ Gloria Frezza)

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