Musica

#Intervista: il Viaggio in Italia degli AdoRiza – Marta Lucchesini

Dalle radici greche di “radice” e “canto” si apre lo scrigno di AdoRiza, collettivo di 17 artisti nato dall’esperienza di Officina Pasolini, che si è costituito per mettere in scena, per ora, uno spettacolo sulla musica popolare dal titolo “Viaggio in Italia. Cantando le nostre radici”. Il progetto è diventato un CD-book edito da Squilibri Editore ed è stato presentato il 24 aprile nella Sala Studio Borgna dell’Auditorium Parco della Musica. L’obiettivo del collettivo è “ridare lustro a un repertorio musicale che ci appartiene in modo ancestrale e che rappresenta molto più di un bagaglio culturale della nostra tradizione”. Li abbiamo incontrati uno per uno nelle sale di Officina Pasolini e ci siamo fatti prendere dalla nostos-algia, raccontandoci le storie che abbiamo dimenticato.

Marta Lucchesini, in arte Marat, è di Mentana, ma ha vissuto spesso altrove. Del suo paese si porta appresso i ricordi della nonna e i racconti. Con “Viaggio in Italia” ha compreso che siamo diventati molto più banali rispetto a quando siamo partiti.

Marta Lucchesini

Marta Lucchesini (Foto: © Nuovo Metastudio)

Che cos’è per te una radice?
La radice è la materia prima dell’essere umano. Non andiamo, infatti, mai via realmente da dove partiamo e la nostra radice non va mai via da noi, ma rimane parte di ciò che diventiamo.

Il tema del vostro spettacolo è il viaggio, la migrazione. C’è una frase di “La luna e i falò” di Pavese che dice “un paese ci vuole non fosse che per il gusto di andarsene via”. Tu ce l’hai un paese da cui sei andata via? E cosa ti porti appresso da quel paese?
Provengo in effetti da un paese in provincia di Roma, Mentana, dove però non ho mai vissuto realmente perché vivo in campagna e, inoltre, a causa di scuole e lavoro, ho passato tanto del mio tempo altrove. Anche se vivo ancora lì ormai è come se fossi “andata via” e ciò che mi porto dietro sono essenzialmente ricordi, di mia nonna in particolare, che non credo potrei recuperare anche “tornandoci”. Ciò di cui più sento la mancanza sono i racconti che sono sempre sopravvissuti, al contrario delle tradizioni che invece vengono portate avanti poco e a fatica. Io, ad esempio, non so nemmeno con precisione quali siano perché già da bambina non le vivevo molto.

La modernità, degli usi e delle tradizioni, della cultura di un popolo, se ne fa poco o niente. Il vostro spettacolo invece va nella direzione opposta: riportare a galla un lato della nostra cultura, e a metterlo in scena sono persone più vicine alla modernità che alla tradizione.
Per quel che mi riguarda ho imparato a conoscere il mondo delle tradizioni proprio insieme agli altri in questo spettacolo, perché ho vissuto un po’ fuori da tutto questo. In ogni caso, in quanto cittadina del mondo (in questo caso italiana), trovo meraviglioso riscoprire queste preziosissime componenti della nostra cultura. Ci si sente un po’ archeologi e un po’ artisti, perché già trovarle è un’enorme gioia, ma suonarle ed interpretarle lo è almeno altrettanto. Che la modernità se ne faccia poco o niente non è vero, solo che le persone non lo sanno, come non sanno tante altre cose, ma questo non vuol dire che non sia giusto ricordarglielo.

adoriza

(Foto: © Susanna D’Alessandro)

Per certi versi la musica popolare potrebbe anche rappresentare la vera musica italiana: ha uno sviluppo tematico diverso, ha timbri diversi e metriche particolari, le canzoni nascono in forma orale. Per chi scrive canzoni, quanto è stato istruttivo confrontarsi con una materia di questo tipo?
Confrontarsi con tutto è istruttivo quando si scrive. Io direi che più che istruttivo è stato interessante, perché è noioso dover ascoltare sempre gli stessi timbri e le stesse idee. Paradossalmente sono frasi e melodie che fanno parte del nostro sangue, eppure siamo finiti a fare cose più banali rispetto al punto da cui siamo partiti (le radici, di cui sopra). La componente che più mi ha affascinato è la crudezza delle descrizioni, in qualunque ambito si collochino. Che è ben diverso dalla semplificazione che invece va molto di moda (nella modernità, di cui sopra).

Che ruolo hai nello spettacolo?
Non so bene perché ma sono finita a cantare un bellissimo pezzo in napoletano, “Il Canto dei Filangeri”, e uno in toscano, “La leggera” dove suono anche la chitarra. Poi partecipo a canti corali come le “Ninne Nanne“, un mix tra più ninne nanne di regioni diverse. E poi suono il basso in “Diavule Diavule” (tarantella pugliese, ndr) per permettere a Walter Silvestrelli di andare a cantare. Per tutto il resto del tempo ballo e contemplo il bellissimo spettacolo che abbiamo messo su.

The Parallel Vision ⚭ _ Daniele Sidonio)

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