Musica

#Intervista: Il Viaggio in Italia degli AdoRiza – Giulia Olivari

Dalle radici greche di “radice” e “canto” si apre lo scrigno di AdoRiza, collettivo di 17 artisti nato dall’esperienza di Officina Pasolini, che si è costituito per mettere in scena, per ora, uno spettacolo sulla musica popolare dal titolo “Viaggio in Italia. Cantando le nostre radici”. Il progetto è diventato un CD-book edito da Squilibri Editore ed è stato presentato il 24 aprile nella Sala Studio Borgna dell’Auditorium Parco della Musica. L’obiettivo del collettivo è “ridare lustro a un repertorio musicale che ci appartiene in modo ancestrale e che rappresenta molto più di un bagaglio culturale della nostra tradizione”. Li abbiamo incontrati uno per uno nelle sale di Officina Pasolini e ci siamo fatti prendere dalla nostos-algia, raccontandoci le storie che abbiamo dimenticato.

Giulia Olivari, cantautrice nata a Bologna da madre trentina e padre modenese, ha vissuto una vita intera a metà strada. Con “Viaggio in Italia” ha capito che per essere attuali non basta vivere il proprio tempo, ma bisogna saper riconoscere quello che manca.

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Giulia Olivari (Foto: © Nuovo Metastudio)

Che cos’è per te una radice?
È radice ciò che innesca il sentimento della nostalgia e dell’appartenenza, del fare parte di qualcosa che esiste da prima del nostro rendercene conto.

Il tema del vostro spettacolo è il viaggio, la migrazione. C’è una frase di “La luna e i falò” di Pavese che dice “un paese ci vuole non fosse che per il gusto di andarsene via”. Tu ce l’hai un paese da cui sei andata via? E cosa ti porti appresso da quel paese?
Il mio paese non esiste, ma se esiste è a metà strada (sorride, ndr). Mia madre è nata in Val di Gresta (provincia di Trento, ndr), mio padre sui colli modenesi. Io, figlia del loro incontro (a Cesenatico!), sono nata a Bologna, un grande paese in cui apertura e curiosità per ciò che è diverso abbracciano un forte attaccamento ad abitudini intoccabili. Sono cresciuta senza nonni e con amici che venivano dal Sud. Sono cresciuta conciliando contrasti: le estati solitarie e silenziose dell’appennino modenese di papà e i Natali urlanti e festosi della numerosissima famiglia trentina di mamma. Quando abbiamo iniziato a lavorare a “Viaggio in Italia” ho provato un disagio disarmante nel rendermi conto di non sapere quasi nulla della musica delle “mie” terre. Forse, in quel momento, mi sono chiesta per la prima volta quale fosse la mia casa. E Roma, pur legandomi a sé con un filo, mi ha spinta a tornare a Bologna, al punto di partenza, per cercare una risposta.

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Collettivo AdoRiza (Foto: © Capture Studio)

La modernità, degli usi e delle tradizioni, della cultura di un popolo, se ne fa poco o niente. Il vostro spettacolo invece va nella direzione opposta: riportare a galla un lato della nostra cultura, e a metterlo in scena sono persone più vicine alla modernità che alla tradizione.
Inizialmente mi sono sentita distante da questo progetto. Poi, andando avanti, si sono manifestati in me uno stupore e una curiosità che difficilmente provo ascoltando artisti “contemporanei”. Forse per essere attuali occorre saper riconoscere quello che manca. Io credo che questo spettacolo metta in luce un vuoto creato proprio dalla nostra “modernità”: la mancanza di atti collettivi e di condivisione di quei rituali che caratterizzano il nostro essere umani. Credo inoltre che questo spettacolo abbia ridefinito il mio rapporto tra modernità e tradizione: in fondo cosa c’è di più nuovo di ciò che non si conosce?

Per certi versi la musica popolare potrebbe anche rappresentare la vera musica italiana: ha uno sviluppo tematico diverso, ha timbri e metriche particolari, le canzoni nascono in forma orale. Per chi scrive canzoni, quanto è stato istruttivo confrontarsi con una materia di questo tipo?
Credo sia stata una grande occasione misurarsi con l’URGENZA che muove l’emergere di questi canti, che non nascono per intrattenere o trovare spazio in qualche mercato, non sono stati scritti per stupire o ricevere un premio: sono nati perché servivano. Servivano a chi li cantava e a chi li ascoltava. Servivano a invocare, protestare, consolare. E il senso di tutto quello che volevano comunicare è chiarissimo anche oggi, pur senza comprenderne il testo. Sono brani oltremodo pop, perché valicano il tempo e le mode e arrivano a tutti.

Adoriza-22Che ruolo hai nello spettacolo?
Lo spettacolo è un viaggio anche in termini emotivi, un’altalena tra momenti di corale energia esplosiva e altri molto raccolti, intimi, di una delicatezza struggente. Io sono per lo più al servizio di questi ultimi e in particolare di brani che richiedono una vocalità che definirei “rassicurante, materna”: una ninna nanna, il canto di addio di un soldato morto sul campo di battaglia. Sono canti volti a trasmettere un senso di presenza, canti che sfidano il buio: non vanno cantati a gran voce, è necessario sottrarsi, esserci senza esserne protagonisti. Lo stesso vale per gli intrecci vocali a 4 voci: un esercizio di fiducia, un equilibrio da ottenere in punta di piedi, ascoltandosi. Ascoltandosi.

The Parallel Vision ⚭ ­_ Daniele Sidonio)

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