Teatro

#Recensione: “Ferdinando” al Teatro della Cometa

Al Teatro della Cometa è andato in scena ad aprile uno dei testi più belli e forse il più famoso di Annibale Ruccello, “Ferdinando“. Per una curiosa coincidenza, nata dalla voglia di riprendere in mano il volume degli scritti inediti dell’interessante drammaturgo di Castellammare di Stabia, scomparso nel 1986 a soli trent’anni (il libro è stato edito da Gremese nel 2004), mi sono trovata a leggere queste parole del regista romano Maurizio Scaparro, dedicate “a un amico conosciuto troppo poco”. 

Ricordando il Carnevale di Venezia di cui era direttore artistico, intitolato quell’anno (il 1982) al tema “Napoli a Venezia“, Scaparro scrive: “Lo spazio era piccolo ed una sera dovette ripetere lo spettacolo per l’affluenza di pubblico; niente, tuttavia, al confronto col pellegrinaggio di critici e fotografi nella sede in cui Martone presentava il suo Tango glaciale. Annibale ne soffriva molto, al di là della sua stima per Martone. Purtroppo fu così nella sua breve vita (…). Naturalmente tutto cambiò con Ferdinando: d’un tratto fu impossibile ignorarlo o lasciarlo ad aspettare dietro a una porta chiusa”.
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La coincidenza è nel fatto che a Roma ho avuto modo di assistere a distanza di una settimana proprio al riallestimento di quel “Tango Glaciale” che molta curiosità aveva suscitato all’inizio degli anni ’80 e che ancora oggi ha così tanto da dire e subito dopo alla messa in scena di “Ferdinando” diretta da Nadia Baldi. Altro spettacolo ben riuscito, grazie all’armonica e originale collaborazione tra attori, scenografie e costumi.

La scena, di Luigi Ferrigno, regala in apertura l’immagine della baronessa borbonica Donna Clotilde (una straripante Gea Martire): è una donna sul ciglio del fine vita, talmente immedesimata con la propria malattia, reale o immaginaria poco conta, da vestirsi letteralmente di letto (i bei costumi di Carlo Poggioli rendono visivamente l’idea in maniera puntuale e inattesa); c’è poi la cugina povera e bizzoca della baronessa, Gesualda (Chiara Baffi), che assiste la parente più per interesse che per affetto, anche se tra le 2 c’è un sottile legame che solo una penna raffinata come quella di Ruccello può descrivere e che qui è inutile tentare di spiegare con cavilli da costellazioni familiari.
psd.ferdinando.fotodiscena_2Gesualda, al guinzaglio di Donna Clotilde e con lei rinchiusa nelle cupe stanze di una villa ai piedi del Vesuvio nella quale sembrano attendere la morte, trova consolazione in Don Catellino (Fulvio Cauteruccio), che con la scusa di benedire la malata è ammesso a far visita alla baronessa, la quale non perde occasione con lui per sottolineare il proprio disprezzo per la cugina, pari solo a quello nei confronti della lingua italiana, dalla quale lei prende vigorosamente le distanze con il suo meraviglioso dialetto partenopeo (è l’agosto del 1870, siamo nell’Italia appena unificata). 

I giorni si susseguono tutti uguali fino all’arrivo di lui, Ferdinando (Francesco Roccasecca), un giovane nipote di Clotilde. Bello, ferito, in cerca di calore umano. Tanto deferente quanto disinvolto. Iniziano i guai: assodato che la bellezza salverà il mondo, è quasi altrettanto certo che per averla a portata di occhi si rischierà la rovina. Ma che importa? “Per un’ora d’amore non so cosa darei“, cantava qualcuno. E qualche altro sottoscriveva cedendo l’anima al diavolo pur di provare un sentimento talmente forte da sacrificare al suo altare la vita. La vita vera, la vita immaginata, la vita presunta. Una vita alla quale tutti i protagonisti di “Ferdinando” sono disposti a rinunciare pur di vibrare prima di spegnersi.

Ingenuo e sfacciato insieme nel dichiarare il proprio affetto, incarnazione sessuale di tutto ciò che i 3 moribondi aspettavano per tornare a vivere, Ferdinando è il maieuta che suo malgrado fa uscire allo scoperto le personalità congelate dei 3.

Ironico, tagliente, crudele, il testo di Ruccello – vincitore di 2 premi IDI: uno nel 1985 come testo teatrale, il secondo nel 1986 come miglior messinscena –  racconta “la singolare dinamica attraverso la quale gli oggetti divengono padroni dei luoghi, mentre le fantasie interiori dei personaggi diventano padrone della loro esistenza fino a spingerla verso una dimensione surreale, comica, drammatica e imprevedibile: esiste sempre una connessione tra noi e i luoghi, tra noi e gli oggetti, tra noi e la memoria”, scrive la regista nelle sue note. E realizza la sua visione, regalando al pubblico 2 ore che volano sulle ali dell’ironia, sospese tra l’amarezza della solitudine e il senso della vita. O meglio, decontestualizzando Pasolini, della “disperata vitalità” che Eros sa resuscitare.

The Parallel Vision ⚭ ­_ Paola Polidoro)

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