Teatro

#Recensione: “Tango Glaciale Reloaded” al Teatro India

37 anni fa i protagonisti di “Tango Glaciale Reloaded” non erano neppure nati e lo spettacolo andava in scena. Era il 1982 e Mario Martone – con Andrea Renzi, Tomas Arana e Licia Maglietta, tutti esponenti del collettivo Falso Movimento – debuttava al Teatro Nuovo di Napoli con un lavoro che, assecondando la sensazione di chi scrive, potremmo definire così: ecco cosa succede quando si molla l’ultimo ormeggio e si dà via libera alla follia che ti fa vedere tutto distorto, mescolandoti sotto gli occhi la realtà materiale e le immagini dell’inconscio.

Ma torniamo a noi. “Tango Glaciale Reloaded” è uno di quegli spettacoli che vai a vedere prevenuto: sai già che ti piaceranno. E quindi può anche lasciarti perplesso, può farti chiedere cosa sia il teatro oggi (ma poi ti ricordi che è uno spettacolo che ha più di 30 anni) e può catturarti in una spirale di nonsense e di paura dell’abbandono. Ma tu ti ostini a capire prima di lasciare la presa e rinunciare a trovare il tuo senso, perché questa installazione teatrale non ti accorda molto tempo per pensare mentre i quadri (12) si sovrappongono come in un girotondo schnitzleriano di progressiva devastazione.

Tango Glaciale” ha spiegato Martone in un’intervista “racconta l’attraversamento di una casa da parte dei suoi 3 abitanti; dal salotto alla cucina, dal tetto al giardino, dalla piscina al bagno: un’avventura domestica che si trasforma continuamente proiettandosi nel tempo e nello spazio“.

Vista al Teatro India all’inizio di aprile, la nuova versione di “Tango Glaciale Reloaded (1982 → 2018)“, spettacolo-manifesto del tempo, rivive con Jozef Gjura, Giulia Odetto e Filippo Porro nel riallestimento a cura di Raffaele Di Florio e Anna Redi, con le elaborazioni videografiche di Alessandro Papa.

In quest’avventura casalinga al sapore di Kubrick e Bradbury, luci e spazi hanno esattamente la stessa funzione degli attori, protagonisti parlanti anche se nessuno parla una lingua intellegibile. Frammenti di declamazioni in lingue diverse dall’italiano (avremmo amato i sottotitoli, ma probabilmente non sarebbero stati funzionali allo spaesamento) mettono in risalto i cambi di scena: in 60 minuti, 12 ambienti per 12 diverse architetture di filmati e diapositive.

Un ragazzo chiuso nella sua stanza vive una metamorfosi kafkiana pop: la vede trasfigurarsi e popolarsi di figure dell’immaginario. I generi – sessuali, musicali, artistici – diventano interscambiabili e così le epoche: in questo modo lui può immedesimarsi in un discobolo esattamente quanto in una ballerina post moderna vittima di uno shock post traumatico da stress.

Martone nelle note ci spiega che “a spingere, secondo lui (cioè secondo il ragazzo, ndr), sono forze che stanno trasformando il mondo (“This is the ice age”, cantano Martha and the Muffins alla fine dello spettacolo), che lo stanno portando al di là delle frontiere dove tutti i riferimenti saltano e si ricombinano tra loro, si vola tra le stelle, si comunica attraverso parole esplose. Solo l’immaginazione salva, pensa quel ragazzo (e continuerà a pensarlo per tutta la vita)“. Poi ognuno ci si riconosce per quel che può, sdoppiandosi a proprio piacimento, in un tango, quello sì, glaciale da lasciar stecchiti.

The Parallel Vision ⚭ _ Paola Polidoro)

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