Musica

#Intervista: il Viaggio in Italia degli AdoRiza – Andrea Caligiuri

Dalle radici greche di “radice” e “canto” si apre lo scrigno di AdoRiza, collettivo di 17 artisti nato dall’esperienza di Officina Pasolini che si è costituito per mettere in scena, per ora, uno spettacolo (e un libro, e un disco) sulla musica popolare. Lo spettacolo si intitola “Viaggio in Italia. Cantando le nostre radici”, è stato in scena al Teatro Marconi dal 21 al 24 febbraio e sarà all’Auditorium Parco della Musica il prossimo 24 aprile con l’obiettivo di “ridare lustro a un repertorio musicale che ci appartiene in modo ancestrale e che rappresenta molto più di un bagaglio culturale della nostra tradizione”. Li abbiamo incontrati uno per uno nelle sale di Officina Pasolini e ci siamo fatti prendere dalla nostos-algia, raccontandoci le storie che abbiamo dimenticato.
Andrea Caligiuri, in arte Drugo e il complesso di Napoleone, è un cantautore di Castrovillari (provincia di Cosenza) ed è particolarmente toccato dalla vexata quaestio meridionale. Ne approfittiamo per perderci in qualche riflessione sullo stato della musica attuale.

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Andrea Caligiuri – Drugo e il complesso di Napoleone (Foto: © Nuovo Metastudio)

Che cos’è per te una radice?
È un legame con la terra. È un legame che unisce l’astratto al concreto. La prima associazione è sempre quella con le proprie origini, con il proprio territorio.

È qualcosa che può avere a che fare con la memoria, con i ricordi?
Sicuramente. Io ho vissuto il distacco con la mia terra e se penso alle mie radici le collego ai ricordi. In questo periodo vivo il distacco con un pensiero frequente, sto sentendo forte la volontà di tornare lì per far rivivere un po’ il territorio, perché credo che ci siano delle opportunità. Ci sarebbe da aprire tutta una questione sulla situazione del Meridione.

Il problema principale è che forse va a una velocità diversa.
Mi sono sempre detto che per quello che voglio fare non posso stare giù, però è anche vero che bisogna invertire questo andamento: in questo momento sento di poterlo fare, soprattutto con la musica sì. Penso spesso a Palermo, che sta vivendo un bel fermento dal punto di vista artistico; è un esempio positivo di come lo sviluppo può esserci anche al Sud.

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(Foto: © Susanna D’Alessandro)

Palermo ha saputo valorizzare il suo patrimonio artistico e turistico.
Il patrimonio artistico ha un forte valore, ma la forza sta in quello che stanno facendo i giovani a livello musicale, di arti visive. Lì tante cose stanno andando nella direzione giusta, mentre in altre zone del Sud il turismo non funziona. Le difficoltà stanno nelle infrastrutture, ma qualcosa va mosso, bisognerebbe creare un movimento che coinvolga più paesi. Chi nasce a Roma ha possibilità diverse, se io non sfrutto le possibilità che ho al Sud, a lungo andare, potrebbero diventare un peso.

Questo discorso si collega al tema del vostro spettacolo, il viaggio, la migrazione. C’è una frase di “La luna e i falò” di Pavese che dice “un paese ci vuole non fosse che per il gusto di andarsene via”.
Il paese ci vuole anche per coltivare un sentimento del ritorno, ma si può anche andare da un’altra parte. Dimenticando per un attimo il bassissimo livello politico e culturale, l’Italia è un Paese stimolante. Per i miei studi (Andrea è laureato in lingue orientali, ndr) spesso ho pensato di andare all’estero, però in questo momento, davanti al Paese che si sgretola, sto sviluppando un forte senso patriottico. C’è un malessere generale che bisogna guarire ripartendo dai valori che ci appartengono: l’accoglienza, la condivisione, sono valori che io associo al popolo italiano, solo che ora non si vedono. Come non si vede il dialogo costruttivo; c’è sempre il bisogno di convincere gli altri della propria posizione, senza confrontarsi.

In questo senso una parte di responsabilità ce l’hanno i social.
Il fatto positivo è che i social hanno dato la possibilità a tutti di esprimersi, ma il limite è che ormai tutti dicono la loro su tutto, e la ragione spesso sta da una parte o dall’altra; senza dialogo, senza confronto, senza riflessione.
logo adorizaSi tratta forse di capire dove ci porta la modernità, che degli usi e delle tradizioni, della cultura di un popolo, se ne fa poco o niente. Il vostro spettacolo invece va nella direzione opposta: riportare a galla un lato della nostra cultura.
In Italia ci sono tanti posti che vivono più la tradizione che la modernità, e il dialogo può essere la chiave per collegare quelle parti che vivono solo la modernità a quella parti che vivono soprattutto la tradizione. Il nostro spettacolo è interessante in particolar modo per il lavoro di ricerca che lo ha preceduto.

Il bello è che a metterlo in scena sono persone che sono più vicine alla modernità che alla tradizione.
Attraverso la musica si possono capire tante cose della storia. In quel mondo c’era una semplicità diversa, una relazione con cose concrete: il cibo, il campo, la guerra. Noi viviamo tutto con un filtro e di conseguenza la musica non riesce più a parlare con facilità di quelle cose. Me ne accorgo in prima persona: è difficile che riesca a parlare di sentimenti che coinvolgono tutti in un’esperienza reale, parlo spesso di sentimenti personali ma non riesco ad avere la visione di un malessere, o di un benessere. In quel mondo c’era un confronto concreto con la vita reale, ora anche nelle canzoni tutto si trasforma in un oleogramma; è tutto non finto, ma verosimile. La fortuna è stata scoprire che, con le canzoni popolari, la realtà ti arriva ancora, perché ha topic che nella musica di oggi non si trovano più.

Il paradosso è che il fiore all’occhiello della nuova musica pop è proprio parlare delle cose banali della vita, la tachipirina, lo spazzolino.
Oggi la musica lavora molto sullo stile comunicativo. Ci sono immagini che ora hanno una presa e un valore, che sono contestualizzate al momento storico; 10 anni fa avremmo storto il naso. La forza delle canzoni popolari è che vanno al di là dello stile comunicativo e a livello musicale si sente il pulsare della vita, si trova la forza di una canzone.

Adoriza-22Per certi versi la musica popolare potrebbe anche rappresentare la vera musica italiana: ha uno sviluppo tematico diverso, ha timbri diversi e metriche particolari, le canzoni nascono in forma orale. Per chi scrive canzoni, quanto è stato istruttivo confrontarsi con una materia di questo tipo?
Il discorso è semplice: nel momento in cui mi approccio alla musica popolare e scopro una canzone e quella canzone mi piace e ha 80 anni, allora capisco che lì qualcosa ha funzionato. Ci sono veri gioielli, che a livello emotivo danno moltissimo. Oggi la musica è un business, quelle canzoni erano un’esigenza comunicativa, una necessità. Il limite è che oggi, troppo spesso, la musica è studiata a tavolino e traduce un’esigenza di apparire, più che di comunicare.

Che ruolo hai nello spettacolo?
Il ruolo dell’apripista. Canto la canzone che apre lo spettacolo, “Ripabottoni Brum Brum“(canzone originale del 2001 in lingua romanès, ndr). Il mio ruolo è quello dello zingaro, un altro aspetto che trovo interessante (sorride). C’è una melodia che ritorna, ci sono immagini precise, reali; la canzone parla di un treno che arriva in città, un evento per il piccolo paese (Ripabottoni è un centro di 500 anime in provincia di Campobasso, ndr), che lo aspetta davanti al fuoco. È una canzone che mi carica e serve a dare la giusta energia anche ai miei compagni, per iniziare lo spettacolo nel modo giusto.

The Parallel Vision ⚭ ­_ Daniele Sidonio)

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