Arte

#Intervista: Vetere, i “Giardini Acquatici” e l’arte del mondo sommerso

Mentre l’umanità si prepara a colonizzare lo spazio e a progettare viaggi interstellari sempre più ambiziosi, Giovanni Vetere si interroga su come potrebbe essere una vita sott’acqua da fedele discepolo delle visioni di Jacques Yves Cousteau e del suo homo aquaticus. “Una specie umana“, dice “che si sarebbe potuta adattare alla vita sott’acqua svolgendo azioni vitali in mare“. Nasce così il progetto dei “Giardini Acquatici“, un’idea che ci obbliga a prendere in considerazione un totale ripensamento della nostra società, del nostro modo di concepire il quotidiano, le relazioni, il tempo. Giovanni ha presentato 2 sculture (un corallo e una palma) sabato 16 febbraio presso The Orange Garden (Via Crescimbeni 11) che rappresentano solo la genesi di questo affascinante percorso. Ho scambiato 2 chiacchiere con lui per cercare di capirne qualcosa in più.

52557705_409924386233616_2747440104795537408_nGiovanni, la palma e il corallo che hai da poco presentato a Roma sono il punto di partenza del tuo nuovo percorso artistico. Mi racconti la genesi del progetto “Giardini Acquatici”?
Il mio interesse per l’acqua nasce dalla ricerca e lo studio dei primi documentari marini dell’oceanografo Jacques Yves Cousteau. Per raccontare la vita subacquea, Cousteau manipolava le riprese in modo da poter descrivere le sue esplorazioni oceaniche nel modo più romantico possibile. I suoi film, presentati agli Oscar, funzionarono perché per la prima volta il mondo marino venne narrato come un mondo accessibile. Alla fine degli anni ’60, Cousteau si spinse oltre i propri limiti e decise di sfidare le capacità umane costruendo un’abitazione sottomarina nella quale visse per diversi giorni insieme ad altri ricercatori, senza mai salire in superficie. Con il progetto Conshelf II, il nome della struttura che ha ospitato i 6 scienziati per più di una settimana sotto il livello del mare, Cousteau ridefinì il concetto di occupare lo spazio, non più terreno ma marino.
Dopo aver constatato che l’uomo può effettivamente abitare sotto il livello dell’acqua adattandosi alla pressione e alla mancanza di luce solare, Cousteau poté confermare la teoria dell’homo aquaticus, una specie umana che si sarebbe potuta adattare alla vita sott’acqua svolgendo azioni vitali in mare. Purtroppo, questa romantica teoria venne considerata come science fiction dal World Congress on Underwater Activities, al quale Cousteau rispose dicendo: “To me, the coming undersea life will be inspiring. I don’t mean spiritual or religious, but a life full of daily inspiration like that to which man has risen as a result of creative developments in his past – the Greek concept of ethos, the High Renaissance, the 18-century revolutions. Their echoes form the best in our lives today. I think undersea man will have the purest of this series of adventures“.
Per il capitan Cousteau abitare il mare non era un’utopia, né tantomeno la soluzione al futuro umano, bensì la ricerca di conoscenza e la libertà di lasciarsi andare a ciò che non si conosce. La mitologia fa parte della nostra vita quotidiana, viviamo di miti, e allora perché non crearne altri e scoprire gli effetti che avranno sulla nostra società? Ricostruire un’ipotetica abitazione subacquea con il suo giardino per me significa vivere per alcuni minuti una realtà onirica e attivare nello spettatore un process of thinking che cambia la visione dello spazio occupato. Sono ancora lontano dallo scoprire come i “Giardini Acquatici” prenderanno forma, ma questo è ciò che mi spinge a farlo, quella sensazione di ignoto e dubbio che scaturisce da una sperimentazione verso la scoperta di un nuovo concetto, una nuova visione.

Mentre l’uomo progetta di colonizzare lo spazio, tu ipotizzi che il suo futuro possa essere sott’acqua. Che relazione c’è tra questo elemento e l’arte, secondo te?
L’acqua è un elemento molto sensuale, che conferisce un valore di rischio nelle mie performance, fondamentale per creare un rapporto con lo spettatore. Le caratteristiche dell’acqua rendono l’ambiente in cui è esposta più dinamico, ponendo lo spettatore in relazione ad essa. Utilizzando questo elemento nelle mie installazioni desidero creare un rapporto indagatorio tra l’essere umano e l’acqua: come consideriamo l’acqua, come un elemento che ci rende vivi o ci provoca rischi e pericoli?
Per questo motivo mi è interessato il naufragio, tema centrale della mia tesi di laurea. Il naufragio è il rischio che corrono consapevolmente i marinai nell’attraversare i mari. Per alcuni è quasi la meta finale. Il naufragio nel Romanticismo era visto come un elemento imprescindibile, come la tragedia che dava senso al destino dell’uomo. Pascal scrisse “Vous ete embarque“, siamo tutti imbarcati in una nave destinata al naufragio.
Nel Romanticismo il mare aveva il duplice effetto di ammaliare e spaventare lo spettatore, i pittori racchiudevano il sublime nell’elemento marino. Il famoso dipinto “The Raft of the Medusa” di Theodore Gericault racconta una storia tragica: i superstiti del naufragio della nave francese Medusa che, dopo aver improvvisato una zattera, disperati si lasciano andare al cannibalismo.
Se per il Romanticismo il mare era un simbolo di liberazione dal mondo terreno, che ammaliava i navigatori per i suoi pericoli, cosa vuol dire oggi il mare per la nostra generazione? 

Credi che gli esseri umani, messi in un contesto sottomarino, possano modificare i loro comportamenti?
Sott’acqua non c’è wifi, non ci sono trasmissioni radio, né telefoni né energia elettrica.
Questa è la domanda che il mio progetto rivolge allo spettatore: dopo aver vissuto per un momento l’ipotesi di una società sottomarina come cambieranno i nostri costumi?
La mia intenzione è proprio quella di invitare lo spettatore a mettere in comparazione la propria vita terrena con un’ipotetica vita sottomarina. Nel mare la percezione cambia, il suono viaggia più velocemente, le temperature sono miti e la luce viene filtrata fino ad arrivare al buio più totale.
Come si costruirà un giardino, come cambierebbero le passeggiate nei parchi e gli incontri sociali in queste strazianti condizioni?

Quante opere includerai in “Giardini Acquatici”? Sarà un evento immersivo come lo è stato “Squid Dinner”?
Giardini Acquatici” sarà certamente una performance immersiva, poiché è il corpo l’elemento chiave del mio lavoro. Tramite il corpo noi capiamo e filtriamo il mondo circostante. È il corpo a stimolare i meccanismi della percezione, dunque è il corpo, sia mio che dello spettatore, il protagonista dell’opera, chiamato a vivere un’esperienza del tutto nuova.

The Parallel Vision ⚭ _ Paolo Gresta)

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