Teatro

#Recensione: “The Prisoner” al Teatro Vittoria

Se osservi il mondo sempre dallo stesso punto di vista non stai osservando, stai giudicando. E nel giudicare risiede l’incapacità di esplorare. Un circolo vizioso? Assolutamente no. È la lezione sul teatro che, grazie a “The Prisoner”, Peter Brook ed Hèlène Estienne hanno regalato al pubblico del Romaeuropa Festival 2018 al Teatro Vittoria dall’11 al 20 ottobre.

Le domande e le risposte preservano un unico comune denominatore se si rivelano quelle corrette: l’essenzialità. “The Prisoner” (ri)porta lo spettatore verso uno stato ancestrale di meta-comunicazione che capovolge le categorie del consueto, di cui ciascuno di noi è portatore, a favore di un ignoto latente che nascondiamo ma è parte delle nostre anime.

theprisoner-3-foto-Simon-AnnandUn uomo è accusato di un crimine efferato. La sua condanna non sarà espiare ma “riparare”. Cosa significa riparare? Significa sopravvivere alla prigionia interiore e una volta in grado di cancellare le colpe agli occhi del mondo, essere capaci di gestire la libertà di andare e venire ogni giorno dalla vita.

La preziosità di questa performance teatrale risiede nel riuscire a comunicare un concetto antropologicamente rivoluzionario e complesso all’interno di una drammaturgia che incanta per linearità e nitidezza.

the_prisoner_3Peter Brook spiega che il punto di partenza di “The Prisoner” è un’esperienza che egli ha vissuto personalmente raccontata nel suo libro “I fili del tempo”: “Ero in Afghanistan, quando incontrai l’uomo a cui poi nello spettacolo ho dato il nome di Ezechiele. Quest’uomo m’invitò, con insistenza, ma senza alcuna spiegazione, ad andare a far visita a un suo allievo, colpevole di un crimine impronunciabile. Andai dunque a cercare questo giovane e lo trovai seduto, immobile, all’aperto, di fronte a un’enorme prigione“.

Questa scena è quella che si presenta al pubblico in sala: uno spazio di natura composto da qualche tronco, dei sassi, terra mista a fogliame. Una donna racconta del viaggio durante il quale ricerca la risposta alla sua domanda sul cosa possa esserci oltre tutto quello che noi siamo ed un uomo molto saggio, Ezechiele (un maestoso Hervé Goffings),  le propone di cercare un giovane seduto davanti ad una grande prigione e di chiedergli perché si trovi lì: partire da un interrogativo per svelare un quesito ancora più grande, dunque.

the-prisoner-TP_0239Da questo viaggio nel viaggio si avvia, a ritroso, la narrazione dei tragici eventi che hanno portato Mavuso (l’incredibile Hiran Abeysekera), il giovane prigioniero, a macchiarsi del delitto più feroce: l’omicidio del padre amante di sua sorella (Kalieaswari Srinivasan) da egli a sua volta amata. In una così detta società codificabile, semplicemente questa argomentazione sarebbe in grado di rompere lo stato di comfort che spesso si ricerca all’interno di uno spettacolo teatrale.

La spaccatura inaspettata s’incastra invece sulla qualità dell’interesse del pubblico che si pone velocemente verso un livello altro di attenzione, mettendo in secondo piano la colpa di Mavuso per concentrarsi sulla pena alla quale egli dovrà adeguarsi. La sua prigione non sarà dietro le sbarre ma al di fuori di esse per sperimentare la voglia di scappare dalle proprie responsabilità senza poterlo fare. Fino a giungere all’espiazione, alla redenzione e al perdono per poter recuperare il proprio posto nella società.

“La vera pena non è dimenticare, è riparare”

Uno degli elementi più affascinanti della ricerca artistica di Peter Brook è lo studio della presenza nello spazio scenico. Tutti i movimenti proposti si rincorrono nella stessa dimensione ma assumono contorni diversi perché immersi in parole diverse: una risonanza che non si ripete mai uguale a sé stessa.

Quanto è importante saper dire ciò che si vuole dire in modo semplice e chiaro? “The Prisoner” disorienta per la quantità e la qualità delle riflessioni offerte in un arco temporale di poco più di un’ora ed emoziona intimamente perché rende visibile, a chi ama il teatro, quale sia il confine fra la regia e la perfetta regia.

the-prisoner-TP_323Qual è il limite che stabilisce la differenza fra una pena e una colpa? Tutto appare lentamente nello scorrere della performance. È il respiro esatto che serve ad un gesto per tramutarsi in parola o silenzio, se necessario, lasciando dietro di sé la scia della sostanza. Interessante ritrovare all’interno del testo lo spazio dedicato alla figura di quelli che potremmo definire giullari, se volessimo scomodare l’esempio drammaturgico del maestro William Shakespeare. Nello specifico 2 guardie, incuriosite e infastidite dalla presenza dello strano prigioniero, in maniera giocosa si fanno portavoce del disagio che genera il non capire qualcosa che si sposta anche solo leggermente da ciò che noi stabiliamo come “il giusto”.

Il ritmo tagliente dei dialoghi più lunghi è scandito dall’intensità della timbrica vocale, mai dalla velocità. I suoni e i rumori fuori scena sono tutti prodotti dalla recitazione degli attori stessi. Di artificiale c’è solo il pregiudizio che ciascuno di noi è costretto a toccare con mano di fronte alla prigione alla quale siamo legati.

the-prisoner-TP_334Il giovane e incredibile protagonista ci insegna come l’amore e l’accudimento possano trasformarsi in odio e rabbia se portati alle condizioni di dolore estremo. È noi che egli guarda mentre la prigione viene distrutta al termine del racconto. È noi che scruta nel suo intenso e silenzioso monologo finale. Noi, inconsapevoli prigionieri dell’esistenza.

The Prisoner” è stato proposto al pubblico del Teatro Vittoria in lingua originale e questo regalo ha reso maggiormente prezioso lo spettacolo in scena. Sapevo di aver assistito ad un momento unico perché sapevo di aver avuto la possibilità di osservare da vicino l’afflato di colui che viene considerato uno dei più importanti registi contemporanei al mondo. Nella mia lezione sul teatro ho potuto tradurre in pratica ciò che Brook scrive nel libro “Un punto in movimento”: “…La forma non è un’idea sovrapposta al testo ma il testo illuminato, e il testo illuminato è la forma“.

the-prisoner-TP_291Il pubblico del Ref ha invece assistito alla lezione sullo scardinamento delle categorie assolute alle quali siamo legati perché costruiscono giorno dopo giorno quelle sovrastrutture che compongono la vita e che, da alibi per difenderci da ciò di cui abbiamo paura, si trasformano nel cemento dentro il quale incastrare totem e tabù.

The Parallel Vision ⚭ _ Raffaella Ceres)
(Foto: © Simon Annand)

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