Live report

#LiveReport: Ginevra Di Marco a ‘Na Cosetta Estiva

Potevamo anche andarcene dopo la prima canzone. Ginevra Di Marco aveva già toccato vette emotive insormontabili per le 400 anime ammassate in ogni pertugio di ‘Na Cosetta Estiva il 7 settembre. Invece siamo rimasti e abbiamo assistito all’ennesima incredibile epifania delle Stazioni Lunari.

Ricordate quel vecchio adagio sulla canzone italiana che ingabbia le donne nel ruolo di semplici interpreti? Ebbene, Ginevra Di Marco è la dimostrazione decisiva del fatto che essere un’interprete è cosa tutt’altro che semplice, e non ha solo a che fare col bel canto. Non è (solo) una questione di voce (oggi basta urlare nemmeno tanto bene per avere il permesso di omaggiare Aretha Franklin in tv), ma è anche una questione di intelligenza (che la parola “interprete” mutua dal gotico frath-as) e di ricerca.

Andrea_Ginevra_Francesco_-1L’interprete è un traduttore, è colui (in questo caso colei) che porta a conoscenza, che spiega le voci di una lingua con quelle di un’altra. Ginevra Di Marco possiede queste qualità e le mette in atto da più di 10 anni, da quando l’autostrada del punk cominciava a chiudersi e lei, con Francesco Magnelli, ha deciso di percorrere il tratturo delle musiche del mondo.

Potevamo anche andarcene dopo la prima canzone, e invece siamo rimasti a viaggiare in Sud America, complici le liriche di Mercedes Sosa e i legni colorati di ‘Na Cosetta Estiva. La voce della Di Marco è la bussola che traccia la rotta, a partire dal Medio Oriente del Sidùn fino all’Argentina della Negra.

Ginevra_1-min-1L’ago magnetico è una mistura dei 2 funamboli Francesco Magnelli, tuttofare delle tastiere (e dei “magnellofoni”) e Andrea Salvadori, maestro delle corde. Le canzoni del mondo si uniscono alla nostalgica radice punk (“Amandoti“, “Lieve“) che le 400 anime assiepate ai tavoli e sotto il palco apprezzano e cantano, inevitabilmente.

Dopo un’ora di bis il trio lunare decide che il pubblico dovrà alzarsi e agitare il bastone, come fece Margherita Hack durante uno spettacolo. E le 400 anime di ‘Na Cosetta Estiva si alzano eccome, per gridare 2 volte: prima di rabbia sul ritornello di “Malarazza” di Domenico Modugno, poi di speranza in quella preghiera collettiva che è “Sólo le pido a Dios“, scritta da León Gieco e resa celebre dalla Sosa.

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(Foto: Tamara Casula)

Il contesto è quasi insolito, curioso, per uno spettacolo che sta bene a teatro e starebbe bene, fossimo un Paese meno bislacco, in luoghi più grandi, dove la massa umana potrebbe pure condividere riflessioni e preoccupazioni per come gira il mondo. Perché alla fine di umanità parlano le canzoni tradotte dall’interprete Ginevra Di Marco e quindi sono canzoni, non vi spaventate, politiche.

Potevamo anche andarcene dopo la prima canzone, invece siamo rimasti. Qual era? “Amara terra mia” di Domenico Modugno, riscrittura di uno degli epici guizzi di Giovanna Marini, “Cade l’uliva“. Le musiche del mondo raccontano l’uomo, il suo rapporto con gli altri uomini, la sua innata necessità di spostarsi, di “andare via”. In tempi di idiocrazia e pavocrazia, le canzoni del mondo possono essere uno strumento importante per capire meglio noi stessi. Per capire che la musica raggiunge e supera ogni confine. E i confini finisce per raccontarli.

The Parallel Vision ⚭ ­_ Daniele Sidonio)

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