Musica

#LiveReport: Damien Rice al Teatro Romano di Ostia Antica

Ora sento che la mia massima grandezza sta nel maggior dolore” diceva il Capitano Achab poco prima di lanciarsi nell’ultimo assalto a Moby Dick, in una delle scene più epiche che la storia della letteratura ricordi.

Privo di lance, corde e ramponi, senza comandare una baleniera come il Pequod ma al contrario andandosene a zonzo per il Mediterraneo sulla sua barchetta di legno, Damien Rice approda ad Ostia lo scorso 22 luglio e traduce in musica questo struggente pensiero melvilliano che accompagna Achab verso la morte. Senza bramare alcuna vendetta.

Damien-Rice-Teatro-Romano-Ostia-Antica-wood-water-wind-tour-2018Al contrario. Sguazzando nelle sue sfighe sentimentali, Damien le prende e le trasforma in canzoni che il Teatro Romano di Ostia Antica restituisce, oltre che perfettamente, in modo ancora più potente.

La “massima grandezza” di Rice sta nel trovare, porto dopo porto, passeggeri diversi e tutti maledettamente fedeli alla sua musica, al suo dolore. Ad una ciurma formata da pochissimi elementi che tuttavia sono più che sufficienti per riempire 2 ore di concerto sontuoso, elegante, solenne.

Damien-Rice-Teatro-Romano-Ostia-Antica-wood-water-wind-tour-2018Mai prima d’ora ho assistito a migliaia di persone in silenzio totale dinanzi a un musicista. Un unico, lunghissimo attimo di condivisione. Oltre 2600 individui assorti, a respirare piano, evitando il minimo movimento. E Damien Rice con la voce e la chitarra a tenere il cielo un po’ più basso, come si vede di notte dal mare.

Tutto intorno c’è il buio, le rovine sublimi di Ostia Antica, le stelle lucenti e le onde non troppo lontane. In riva, questo stupendo cantastorie irlandese che trasforma il live show del Wood Water Wind Tour in un falò per amici denso di lirismo, di incredibile trasporto.

Damien-Rice-Teatro-Romano-Ostia-Antica-wood-water-wind-tour-2018Quando alle 21.40 Damien compare sul palco dopo le delicate esibizioni di Gyda Valtysdottir con il suo violoncello e Mariam The Believer (voce e chitarra, accompagnata da Josefin Runsteen a percussioni e pianoforte) in apertura, chiama subito a raccolta gli spettatori per cantare “Trusty and true” tutti insieme: “Nel corso dei secoli ci saranno state migliaia di incredibili performance, in questo posto. Quindi no pressure”.

Il pubblico romano ci mette un po’ a scaldarsi, poi però prende coraggio e coro e contro coro entrano in contatto, creando immediatamente quel senso di comunità che distingue l’arte di Rice in tutto il mondo. Compreso quell'”unplugged dell’unplugged” di quando decide di staccare il jack dalla chitarra acustica e dal microfono e apparire davanti al palco senza amplificazione, senza alcun supporto. Voce e chitarra nudi e crudi in mezzo al Teatro di Ostia Antica. Come un vecchio commediante. O un capitano che decide di sfidare la balena bianca a mani nude.

Damien-Rice-Teatro-Romano-Ostia-Antica-wood-water-wind-tour-2018Invece di mostri marini, però, qui c’è una folla adorante e composta che letteralmente non si fa scappare un respiro. Tutto è silenzio e oscurità. Damien Rice incastona in questo scenario oggetti luminosi come “Elephant“, “Amie“, una bellissima versione di “Rootless tree” al pianoforte, “Accidental babies“. Poi chiama in scena la splendida voce italiana di Greta Zuccoli e cantano assieme “Volcano” e “Cold water“.

C’è un tavolino, nell’angolo sinistro del palco. Rice si siede, le luci si abbassano, lui comincia a stappare bottiglie di vino sulle note di “Cheers darlin“, brindando con lo spettro di una ragazza seduta lì accanto a lui. “Do you have a cigarette?” chiede alle prime file. Una ragazza si alza e gliene porta una. L’innesto noir di vino, fumo e buio trascolora in una “Your astronaut” cantata a cappella.

Damien-Rice-Teatro-Romano-Ostia-Antica-wood-water-wind-tour-2018La cerimonia si dirige verso il commiato e la ciurma di Rice si prepara a rientrare in porto, ma in realtà manca ancora il pezzo più bello. In tutti i sensi. Ci sono gli encore. E c’è una devastante “9 crimes” che Damien canta assieme a Mariam, con Gyda e Josefin ad accompagnarlo a violoncello e violino. Escono le lacrime e i sorrisi. E lui chiama sottopalco il suo popolo, che non lo lascia da solo.

Arrivano “Bodylife“, “Moonchild” e “I remember“. Poi ancora, via i jack e i cavi, via le luci. Restano la voce e la chitarra di Damien Rice. Di uno che ha visto tanto e ha sentito anche di più. Un ragazzo che ha capito che forse c’è ancora da sorridere dopo qualcosa che sembra averti emotivamente raso al suolo.

Avete presente i matrimoni?”, racconta. “Ci preoccupiamo tanto di scegliere il vestito perfetto, le scarpe perfette… Poi usciamo di casa e, nella fretta, cadiamo e sporchiamo tutto. Ci rialziamo arrabbiati e ancora più in ritardo. Quindi corriamo ancora più forte. Ma cadiamo di nuovo e ci sporchiamo un’altra volta. Alla fine uno si rende conto di quanto sia ridicola la situazione e tutto quello che ti resta da fare è ridere“.

Dopo tutto sì, è questo che rimane. Alla faccia di chi dice che un intero concerto di Damien Rice non si regge. Dal Teatro di Ostia Antica, alle 23.34, sono uscite solo persone col sorriso. Per cui voi fate una cosa: godete della lunga “scia bianca e torbida” che lascia sulla pelle la sua musica. E ricordatevi di lui come Ismaele, l’unico sopravvissuto del Pequod. Poi, però, chiamatelo Damien.

The Parallel Vision ⚭ _ Paolo Gresta)

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