Festival

#LiveReport: The Lumineers all’Auditorium – Parco della Musica

Un’esplosione euforica, un rito collettivo liberatorio. In un’ora e mezza, il pubblico della cavea dell’Auditorium – Parco della Musica ha consacrato una vera e propria unione con la musica della band americana The Lumineers. Viste le premesse sarebbe stato difficile, anzi impossibile, rimanere fermi e seduti sulle sedie lo scorso 10 luglio, perché gli artisti di Denver hanno infiammato il palco con un’esibizione travolgente, annullando le distanze tra gli spettatori narcotizzati dall’energia pura del loro indie folk.

We want to focus on the core, not the illusion”, afferma Wesley Schultz (voce e chitarra). Ed è per questo forse che l’ultimo disco dal titolo “Cleopatra” (2016), composto insieme al batterista Jeremiah Fraites e alla violoncellista Neyla Pekarek, esce dopo quasi quattro anni dal primo progetto discografico “The Lumineers” (2012). Un album più organico, che ha avuto bisogno di un diverso tempo di gestazione prima di trovare la strada giusta, ma affine al primo nella costruzione dei racconti, nelle storie di vita, di crescita, di memoria.

Con “Sleep on the floorThe Lumineers inaugurano il loro ingresso su una scena luminosa, animata da pulsazioni ritmiche costanti delle casse e battiti di mani che scandiscono il tempo, con quei semplici accompagnamenti di chitarra e pianoforte, che talvolta servono a ricordarci le loro radici. L’omaggio a Bob Dylan arriva infatti verso metà concerto, quando Schultz intona “Subterranean homesick blues” disegnando linee sincopate e avvalendosi del corpo come fosse uno strumento a sé, da sfruttare a pieno, come solo i grandi bluesmen sapevano fare.

Non mancano brani tratti dal primo disco, da “Flowers in your hair” a “Dead sea”, passando per la storia di “Charlie boy”, intonata dalla voce limpida e pura di Wesley che stringendosi intorno al pubblico racconta con parole semplici, sincere, la storia di suo zio, il fratello maggiore del padre. “Si chiamava Charles, ma tutti lo chiamavano Charlie”, esordisce prima di iniziare a suonare. Il brano è dedicato a lui e non è privo di riferimenti o accuse celate alla politica americana, alla scelta del fronte come fosse una chiamata dall’alto.

L’atmosfera cambia improvvisamente quando il gruppo americano attacca le prime note di una versione intima, senza microfono, di “Ho hey”, cantata a squarciagola da spettatori di ogni età. In questa dimensione sembra quasi che il pubblico sia stato catapultato in un altro tempo, senza resistenze né distanze. Arrivati a questo punto si fanno strada i brani del loro ultimo progetto, da “Cleopatra” a “Ophelia”, fino ad “Angela”.

I personaggi cantati dalla band sono tutte donne, protagoniste di differenti fasi dell’amore. Quello giovanile e disincantato in “Ophelia”, con venature musicali quasi giocose nell’accompagnamento melodico del pianoforte; quello smarrito, ferito di “Angela” che aspetta un figlio e che per l’ultima volta percorre la strada di casa con la sua macchina, lasciando solo il protagonista; e infine “Cleopatra”, una donna matura, che vive una vita fatta di rimpianti per un amore mai vissuto.

Il concerto del Viteculture Festival, eccezionalmente qui in Auditorium, si chiude con uno dei brani più intensi e di forte impatto emotivo della prima produzione, “Stubborn Love”. Prima di lasciare il palco, The Lumineers si abbracciano mentre noi spettatori, ancora un po’ storditi, dopo aver partecipato a questo rito catartico usciamo di scena più leggeri e vivi.

The Parallel Vision ⚭ _ Serena Antinucci)

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